Il Cavaliere leninista e il Giornale che si contraddice.

Secondo la testimonianza dei presenti alla riunione dell’Ufficio di Presidenza del Pdl di ieri, Silvio Berlusconi avrebbe pronunciato la seguente frase:

“Il partito decide su tutto a maggioranza, chi non si adegua è fuori“.

Strano sentire la tesi fondamentale del centralismo democratico teorizzato da Lenin in Che fare? espressa (e in modo impeccabile) da un anticomunista viscerale come il Cavaliere. Come si legge su Il Foglio, non si tratta di una uscita estemporanea del Premier, ma di una tesi condivisa dai berlusconiani Verdini e Quagliarello, per cui tuttavia sarebbe più corretto parlare di centralismo democratico postmoderno. Sarà.

Meno strano cogliere in contraddizione Il Giornale di Feltri. Secondo cui se a parlare di centralismo democratico è Debora Serracchiani è un vizio, ma se a farlo è il Premier è una virtù.

Il 24 luglio Alberto Taliani scriveva:

“Centralismo democratico? Se così si chiama recuperiamolo se serve”. Debora Serracchiani alla Festa del Pd alle Terme di Caracalla a Roma non ha dubbi, se serve il “vecchio” metodo del Pci, si torni al vecchio per governare il “nuovo” partito. Poprio così, l’antico rito del governo comunista del partito applicato ai democrats all’italiana. Insomma, il nuovo per affermarsi deve applicare le virtù del “metodo” del partito che fu di Togliatti, anche se sulla home page del sito di dell’europarlamentare campeggia lo slogan “Semplicemente Democratica”…

Nell’editoriale di Alessandro Sallusti di oggi scompare ogni riferimento al partito comunista:

Berlusconi ha deciso. Il tempo dei dibattiti e dei distinguo dentro il Pdl è finito. Un avviso chiaro a Gianfranco Fini e alla sua pattuglia di dissidenti. O dentro o fuori. E se si sta dentro bisogna adeguarsi a quanto gli organi di partito decideranno a maggioranza, come avviene in ogni struttura democratica

Dunque il Cavaliere si rifà a Lenin, e l’organo di famiglia ringrazia (nel nome della democrazia, sia chiaro). Provocando l’ironia del quotidiano “nel Pdl” (e non del) dei finiani, Il Secolo d’Italia, che oggi a pagina 5 usa una intervista all’ex comunista Gavino Angius per titolare: “ma persino il PCI tollerava il dissenso“. 

Ma non doveva essere Fini, a guardare a sinistra?

Brevi, ma degne di nota.

Sul Fatto Quotidiano del 25 novembre a pagina 2 si parla della “discesa in campo” di Berlusconi: “Tutto cominciò il 26 gennaio del 2004 [...]“. Naturalmente si tratta del 1994. Nessuna rettifica sul numero del giorno dopo. Non se ne era accorto nemmeno un lettore?

Il Pdl promette agli italiani (nel programma elettorale) che ridurrà l’Irap, ma nella finanziaria si tradisce: nessun taglio.  Per Il Giornale non è una notizia da prima pagina. Meglio il (solito) litigio Brunetta-Tremonti?

Si tradisce anche il ministro della giustizia, Alfano. Che il 7 ottobre a Porta a Porta aveva dichiarato: “non c’è intenzione di seguire la via di una legge costituzionale“. Passa un mese e mezzo e un comunicato dell’ufficio di presidenza del Pdl lo contraddice: “si è stabilito di riproporre in veste costituzionale il contenuto del Lodo Alfano”. Una decisione sua o del suo capo?

Eugenia Roccella dichiara a Libero: “Con l’aborto farmacologico siamo di fronte a un travaglio simile a quello del parto“. Ma allora questo è un miracolo?

Sull’argomento, Fabrizio Cicchitto avanza un parere contrario a quello della Commissione Sanità del Senato (e a quello di Sacconi). La Ru486, in particolare, rispetterebbe la 194: “l’Agenzia Italiana del Farmaco ha agito in modo del tutto regolare e legittimo”. Si tratta del secondo parere “ribelle” del deputato del PDL in poco tempo: un nuovo caso Fini alle porte?

Sempre su Libero si apprende che una ordinanza vieta burqa e niqab nel Vercellese; 500 euro di multa per i trasgressori. Il sidaco Gianluca Bonanno (non nuovo a stravaganti proposte) afferma: “proporremo a ogni extracomunitario maggiorenne della città una sorta di contratto personale, nel quale ci si impegna a rispettare le nostre tradizioni, usi e costumi, dal crocifisso al presepe a scuola“. A quando una ordinanza che sostituisce la pizza al kebab, pena un’ammenda pecuniaria? 

Alla libreria Mondadori in Duomo a Milano il libro di Patrizia D’Addario Gradisca Presidente risulta “in uscita a dicembre“. Peccato che la Feltrinelli, proprio di fronte, lo venda da martedì. Un caso?

Un acconto di moralità (della politica).


Ricapitoliamo.

Prima sostengono che taglieranno l’Irap (ma solo per gli acconti). Poi, in un burrascoso (e per certi versi misterioso) consiglio dei ministri, si decide che a venire tagliato sarà l’Ire (e cioè l’Irpef).

Pochi giorni dopo, scopriamo che, “al di là del taglio dell’acconto che il governo ha fatto con il decreto legge ad hoc“, non ci sarà né l’uno né l’altro.  


E sì che il programma del PDL, e al punto primo, recitava:

E’ questa, Presidente, la sua idea di “moralità della politica” (leggi: mantenere le promesse)? 

Forse ne è un acconto.



Fermate quella pillola.

Oggi o al più tardi domani il Senato chiederà di fermare la procedura di immissione in commercio della “pillola abortiva”, o Ru 486. Queste le motivazioni addotte dalla Commissione nella sua relazione finale:

Poiché la procedura di immissione in commercio della specialità Mifegyne per mutuo riconoscimento fin qui seguita dall’AIFA non ha previsto la verifica della compatibilità con la normativa vigente, la Commissione Igiene e sanità propone di sospendere tale procedura per chiedere ed acquisire il parere del Ministero competente in materia, consentendo, ove si ritenga necessario, di riavviare la procedura dall’inizio

Non solo. La Commissione chiederà che il via libera venga addirittura ridiscusso a livello europeo:

Rispetto ai dubbi sui decessi a seguito di assunzione di RU486 o delle prostaglandine associate, e di fronte alle difficoltà di disporre di dati certi, si auspica una richiesta di arbitrato che riapra la discussione di merito sul rapporto rischi/benefici e ponga in essere una nuova istruttoria e deliberazione dell’EMEA

Non tornerò a controbattere i due argomenti portati dalla Commissione (che, guardacaso, sono proprio gli stessi usati da Gasparri e dal PDL prima che l’indagine conoscitiva fosse concessa), e cioè

1. la incompatibilità della pillola abortiva con la legge italiana in materia di interruzione volontaria di gravidanza (194/78)

2. la non sicurezza del farmaco.

L’ho già fatto qui e qui

Ciò che mi preme sottolineare è l’intento smaccatamente politico che si è perseguito. Che si è rivelato, nei mesi scorsi, nel tentativo di intralciare e delegittimare il lavoro dell’Agenzia Italiana del Farmaco in ogni sua fase; e  trova conferma in alcuni passaggi della relazione finale dell’indagine conoscitiva. Che recita: 

In primo luogo, emergono seri interrogativi in merito alla scelta da parte della donna, interrogativi che impongono il rispetto di un consenso pienamente informato. 

Inoltre, per quanto si possa sostenere che il farmaco in questione risulta non solo noto, ma diffuso in altri Paesi da molti anni, non si deve sottovalutare che ciascuno Stato resta libero di decidere, sulla base della propria legislazione e nel rispetto dei propri costumi

In sostanza, l’idea di fondo è che la donna che decida di abortire per via farmacologica lo faccia perché non pienamente conscia. E che, più del parere (per nulla in discussione, come si vorrebbe far credere) della comunità scientifica, ciò che conta siano i costumi popolari e i pareri dei ministri. In diritto di sostituirsi, naturalmente, anche alla scelta libera e consapevole dei cittadini, e in una materia delicata come l’interruzione di gravidanza. 

Immediatamente dopo viene svelato il reale motivo dell’indagine e di tanto ostruzionismo:

Lo stesso Professor Casavola ha sottolineato altresì la questione riguardante se e in quale misura sia alterato dalla metodica dell’aborto chimico l’impianto della legge n. 194 del 1978 perché, nell’ambito di quelle che sono le ricadute nell’immaginario collettivo di ogni prodotto del progresso scientifico, potrebbe apparire più invogliante l’assunzione di una pillola rispetto alla complessità derivante dalla metodica dell’aborto chirurgico. 

Ecco svelato l’arcano: la Ru 486 non deve essere commercializzata perché rende invogliante abortire. Come se ci fosse un modo per rendere desiderabile, per una donna, un gesto tanto intimo e grave. Bella considerazione della responsabilità individuale.

Una nota conclusiva: l’indagine conoscitiva non ha conosciuto niente, in quanto ripropone (in modo strumentale, checché ne dica Gasparri) gli stessi dubbi sul farmaco avanzati mesi fa dalla maggioranza per giustificarne l’esistenza. A che è servita dunque?

Io avrei una risposta: a temporeggiare, intralciare, rimandare.

Non era di questo che le donne italiane avevano bisogno?

Se l’Italia diventa Berlusconia.

Vista dall’Australia, l’Italia diventa Berlusconia. O almeno, secondo l’Australian Financial Review, che il 20 novembre decide di corredare un articolo a firma Silvia Greco e intitolato “via Dolorosa, Italia” con questa vignetta:

Guardando la figura con un po’ di attenzione, scoprirete che la Sicilia diventa Mafia, i lombardi Lombastardi e che tra le città non figurano Napoli, Palermo e Roma ma Merda, Venerea, Banditti e Fascisti. Per non parlare di quelle che prendono il nome non più dal latino ma da uno slang da osteria (anzi, da ghetto), tra cui Slutti, Burpi e Venomma. Insomma: puttane, rutti e veleno. Per non parlare di Venerea, mezza sprofondata (in un mare infetto, deduco). O meglio, nell’equivalente per l’Adriatico della Costa Nostra.

Il tutto sotto la supervisione del Cavaliere in versione Bonaparte, “primo potente e capo di tutti”. Viene quasi da rimpiangere quando venivamo schedati come coloured o semi-white.

Satira o semplici insulti?

Il senatore Nino Randazzo del PD non ha alcun dubbio: si tratta di una “lurida pagliacciata a mezzo stampa”, “uno scivolamento di stile e intelligenza” e “una rozza manovra di malcelata xenofobia“. 

Dello stesso parere l’Onorevole Marco Fedi, sempre del PD, che commenta: “La satira va ben connotata, altrimenti si confonde con la libera offesa. La discussione politica – anche molto franca, aperta e aspra – non deve mai cedere il passo a stereotipi e generalizzazioni”. 

Ma chi non ha proprio gradito il quadretto dipinto dalla vignetta è il quotidiano italiano d’Australia, Il Globo, che in una lettera aperta all’Australian Financial Review scrive: 

Il linguaggio usato per descrivere l’Italia, le sue città, i suoi paesi, le sue regioni, è talmente diffamante che l’illustrazione non può essere considerata una vignetta umoristica né, tanto meno, satirica

E’ semplicemente disgustosa!
La direzione dell’IMC, il Gruppo Editoriale che pubblica in Australia i quotidiani IL GLOBO e LA FIAMMA e trasmette programmi radio sulla stazione radiofonica nazionale RETE ITALIA, giudica che il contenuto di tutta la pagina (in particolare la MAPPA) sia altamente diffamatorio per l’Italia, per gli italiani residenti in Italia, per tutti gli italiani sparsi nel mondo, in particolare per gli italiani e loro discendenti che vivono in Australia.

Aggiugendo, come nota conclusiva, di stare consultando i propri legali “per accertare se esistono gli estremi per una azione legale per diffamazione di gruppo” e invitando i lettori indignati a ritagliare e rispedire la pagina alla redazione del quotidiano economico in segno di protesta.

Io, che di fare una spedizione all’altro capo del mondo non ho voglia, mi limito a utilizzare un linguaggio istituzionale.

Stronzi.

Aggiornamento [26 novembre, 01:04]

Il ministro Zaia si dice “pronto a querelare“.