Graviano smentisce Spatuzza: tutte le reazioni e un bilancio.

Filippo Graviano, smentendo Gaspare Spatuzza, sostiene di non avere mai conosciuto o intrattenuto rapporti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Queste le reazioni degli opinionisti:

“Per convincere i procuratori di Firenze che indagano sulla strage di via dei Georgofili, il rivelatore di minchiate dice che il suo boss controllava ogni giorno le quotazioni di Fininvest, Telecom, Fiat e Piaggio e parlava di Colaninno, pur essendo interessato soprattutto al gruppo del Biscione. Nessuno si è preso la briga di verificare che nel 1993 Fininvest non era quotata, la Telecom ancora non esisteva (si chiamava Sip) e Colaninno al massimo era noto ai costruttori di filtri per auto, perché la sua fama data 1999, anno della scalata a Telecom. Come faceva dunque Graviano a parlare di tutto ciò nel 1993? Misteri palermitani” – Maurizio Belpietro, Libero.

“Uno dei fratelli Graviano non si è limitato a dire di non conoscere né Dell’Utri né Berlusconi, ha spiegato perché è illogico supporre che avessero trattato alcunché” – Davide Giacalone, Il Tempo.

“E’ probabile che le discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo Graviano scatenino il gioco delle ipotesi sulle strategie della mafia. Ma ciò che conta, dal punto di vista processuale, è che il primo è stato smentito dal secondo. A questo punto tutti, incluso il presidente del Consiglio, farebbero bene a ricordare che i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol suscita speranze di vittoria o timori di sconfitta. Sono percorsi logici in cui ogni ipotesi viene sottoposta a un esame della verità. Pensare che una testimonianza basti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si possano trarre analisi politiche è sbagliato. Ai giudici non serve in queste occasioni una tumultuante giuria popolare. Serve soprattutto un po’ di silenzio” – Sergio Romano, Corriere della Sera.

“Dunque dopo l’udienza di ieri sembra proprio che nel processo Dell’Utri si sia aperta e chiusa una parentesi Spatuzza, ininfluente come assist alla difesa e non troppo dannosa per l’accusa, dato che il processo, come detto, si era già avviato alla conclusione. Se, invece, la mancata conferma di Filippo Graviano dovesse indebolire la tesi accusatoria, allora il ricorso a Spatuzza si rivelerebbe un boomerang” – Giuseppe Di Lello, il Manifesto.

“Il fronte antimafia, soprattutto quello giornalistico, si deve fare una ragione sull’inesistenza di scorciatoie. L’illusione che Spatuzza e i fratelli Graviano avrebbero potuto dare una svolta alla politica italiana si è rivelata tragica. In verità anche nel caso che i Graviano avessero confermato le parole di Spatuzza non si sarebbe allontanato il sospetto di una manovra da parte di boss non pentiti di Cosa Nostra” – Peppino Caldarola, Il Riformista

“Immaginate la delusione di coloro i quali erano convinti che il premier fosse già spacciato, e pensavano che don Filippo sarebbe stato un accusatore spietato e capace di ricordare circostanze precise e inconfutabili. Dinnanzi allo zero assoluto, l’intero schieramento antiberlusconiano ha avuto un attimo di smarrimento, come quando sei persuaso di aver vinto al superenalotto, poi controlli i numeri e ti accorgi di aver letto male, quindi di essere ancora in bolletta” – Vittorio Feltri, Il Giornale.

“Ma davvero qualcuno pensava che i Graviano, mafiosi ancora saldamente ancorati alla loro ideologia, si sarebbero consegnati alla magistratura così, nel corso di un processo pubblico, senza nessun accordo preventivo e senza un “contratto”? [...] Nei processi di mafia, di solito, non si citano neppure le fonti dei collaboratori, “se si tratta di affiliati non pentiti”, perché – dice la giurisprudenza – non potrebbero che negare. L’aspettativa era, dunque, prevalentemente mediatica” – Francesco La Licata, La Stampa.

“Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di “essersi messo il Paese nelle mani” forte delle promesse di Berlusconi (“quello di Canale 5″) e di Dell’Utri (“il paesano”). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono [...] Silvio Berlusconi, sempre così critico nei confronti della magistratura, dovrebbe compiacersi della dilettantesca disinvoltura togata che gli ha offerto l’opportunità di essere accusato di comportamenti spaventosi nello stesso momento in cui quelle accuse si rivelavano mediocri, prive di vita, e si sgonfiavano come un soufflé mal cucinato. Gli è stato agitato contro – e in pubblico – uno spauracchio che, alla resa dei conti, si è dimostrato di pezza evitando così di farne, nella segretezza del lavoro istruttorio, uno minaccioso strumento di scavo. Se non fosse troppo provocatorio notarlo, si potrebbe dire che la magistratura con la sua disorganizzazione, con le ossessioni autoreferenziali di troppi uffici del pubblico ministero, con la fragilità di chi teme di essere sconfitto dalla sentenza prossima, ha lavorato come un Ghedini qualsiasi per l’immagine del Cavaliere e le sue fortune consentendogli di cavarsi da un angolo che avrebbe potuto diventare pericoloso, con il tempo e una buona indagine” – Giuseppe D’Avanzo, La Repubblica.   

“Già, perché della deposizione di Filippo Graviano colpisce in particolare un passaggio. Il boss smentisce di aver mai detto una certa frase nel carcere di Tolmezzo: “Io non ho mai detto queste cose a Spatuzza, non potevo dirle. Ho tentato di spiegarlo ai magistrati che mi hanno interrogato in precedenza. Quando fui arrestato nel ’94 avevo pochi mesi da scontare, non avevo problemi e nessuno doveva promettermi niente”. L’argomentazione è convincente; ma è strabiliante che Graviano possa dire di aver tentato di spiegare ai magistrati che Spatuzza diceva il falso. Tentativo vano, vista la sarabanda mediatica del pentito. C’è dunque una domanda che attende risposta: a quanto pare i magistrati hanno verificato le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi e Dell’Utri, interrogando, com’era loro dovere, anche Filippo Graviano. Graviano ha tentato di dire la sua, ma i magistrati hanno fatto finta di niente. È davvero così? E se è così, perché hanno consentito che il nome del presidente del Consiglio venisse pronunciato, anzi: sputtanato in mondovisione?” – FR, The Front Page


Un bilancio

Nessuno dei quotidiani riportati cita il documento di cui parla l’11 dicembre Il Fatto Quotidiano, in cui Peter Gomez e Marco Lillo fanno riferimento a telefonate tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri “nelle quali si parlava di affari “consistenti” in Lombardia e Sardegna”, di trasferimenti di ingenti capitali tra i due tramite Fulvio Lima, di un incontro al ristorante L’Assassino di Milano e altro. 

Nessuno dei quotidiani riportati fa inoltre riferimento alla condanna di primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflitta a Dell’Utri, secondo cui i rapporti tra il senatore e i Graviano erano “accertati“. Qui lo speciale del Fatto con una riduzione della sentenza.

A questo modo, le parole di Graviano sono state spacciate, mediaticamente, per una assoluzione in toto di Dell’Utri, come se tutto il resto dei documenti processuali non fosse mai esistito.

Da ultimo, nessuno dei quotidiani filogovernativi (contrariamente a La Stampa, ad esempio) ha menzionato il diverso modo che ha la giurisprudenza di trattare la dichiarazione di un pentito (come Gaspare Spatuzza) e quella di un non pentito (come Filippo Graviano). Senza contare il fatto che mentre le parole del primo sono state bollate da entrambi Libero e Il Giornale come “minchiate“, sulla veridicità di quelle del secondo non è stato sollevato alcun dubbio.

Meglio tenerlo a mente per i prossimi “eroi”. 


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2 thoughts on “Graviano smentisce Spatuzza: tutte le reazioni e un bilancio.

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