Regalo di Natale.

Un Presidente del Consiglio che per cinque anni usa i servizi segreti militari per “fare politica, avvelenare l’informazione, controllare o pagare i giornalisti (Renato Farina), spiare i giudici, il movimento dei Girotondi e una serie di esponenti dell’opposizione”, forse addirittura organizzando pedinamenti e disponendo intercettazioni telefoniche. Il tutto per “”disarticolare”, “neutralizzare”, “ridimensionare” e “dissuadere”, anche con “provvedimementi” e “misure traumatiche“, i presunti avversari del premier”. 

Un Presidente del Consiglio che evita che alla scoperta di questi documenti segua un’indagine vera e propria, coprendo le attività dei vertici del Sismi, Niccolò Pollari e Pio Pompa, con segreto di Stato

Un Presidente del Consiglio a cui è imputabile, secondo Peter Gomez, tutto quello che trovate scritto qui, e che era stato già anticipato da un pezzo di Marco Travaglio il giorno precedente.

Ecco, mi chiedo una cosa: tutto questo è una notizia o non lo è? 

No, non è una domanda retorica, perché nessuno ne ha parlato. Sarà perché quel “Presidente del Consiglio” è Silvio Berlusconi e perché la rivelazione è di quei “terroristi mediatici” del Fatto Quotidiano?

O forse, più semplicemente, chi avrebbe dovuto scriverne ci è cascato, complici le strenne e i panettoni:

A me sembra che non sia cambiato proprio un bel niente. 

Buon Natale a tutti.

Se questo è un uomo (digitale).

Come se non bastassero i ripetuti attacchi da parte del governo, anche Marco Gorra su Libero di oggi (pagina 7) firma un articolo infuocato contro gli utenti della rete, intitolato La politica in mano al bar sport Internet

Nel pezzo si parla di un fantomatico “popolo web” che “corre a dare manforte al blog di Tonino Di Pietro, che si iscrive in massa al partito di Beppe Grillo”, “che organizza manifestazioni, che padroneggia i social network”. Colpa di questo “agglomerato indistinto di radicalismo, qualunquismo, settarismo, massimalismo” se l’opinione pubblica è allo “sfacelo”: più precisamente, di quel perverso meccanismo che fa sì che ciò che scrive un blogger (“la fichissima qualifica neologista”) “dal computer della sua cameretta” sia “innalzato al rango di opinione“. 

Conclusione: “il minimo comune denominatore del popolo del web è questo: l’innata cialtronaggine. Il pressapochismo statutario, la faciloneria costituzionale“. In sostanza, una “ignoranza abissale“.

Gorra ha ragione: un blogger non avrebbe mai potuto scrivere un capolavoro di analisi sociologica come il suo pezzo. Che mette i social network in mano al dipietrismo, quando un sondaggio di SWG Trieste mostra come soltanto il 37% degli utenti voti sinitra/centrosinistra, mentre il 39% è un elettore della maggioranza di governo. Costringendo perfino Carla Conti del Secolo D’Italia a dire: “i social network non sono roba per comunisti”. Che dipinge un Paese virtuale, abitato (deduco, da “ignorante abissale”) da entità digitali, completamente separato da quello reale, come se chi frequenta la rete fosse una manica di pazzi, sovversivi, estremisti e non comuni cittadini. Che s’indigna perché quella dei blogger viene addirittura considerata “opinione”, come se scrivere su un giornale come Libero desse automaticamente maggiore dignità e autorevolezza a ciò che si dice (la logica, è sempre la mia ignoranza a costringermi a notarlo, è quella dell’ipse dixit - non propriamente il primo comandamento di un giornalista). Caro Gorra, in democrazia le opinioni valgono tutte allo stesso modo, e sono i cittadini a decidere quale peso attribuirvi, e non il governo o i media. Pensi quanta fatica mi costi, in questo momento, eppure faccio lo sforzo di equipararmi a lei. Sarà la mia “innata cialtronaggine”, o la “faciloneria costituzionale”. 

Questa è la fine comprensione dei meccanismi della rete di chi vorrebbe “regolamentarne” la libertà di espressione tramite filtri e bavagli. Di chi strumentalizza ad arte Facebook per creare lo scandalo del giorno e poi si scandalizza se “chiunque può dire ciò che vuole e come vuole (quale misfatto) e in poche ore si ritrova a capo di una tribù telematica che vomita insulti sul nemico di turno”. Gorra, ha mai pensato che se quotidiani come il suo evitassero di sbattere in prima pagina ogni scemenza trovata in rete quelle tribù sarebbero poco più che comunità di recupero per emarginati digitali (e reali)? Sa che, ad esempio, il gruppo “Uccidiamo Berlusconi” dall’ottobre 2008 (prima data in cui se ne sente parlare) al 21 ottobre del 2009 (giorno in cui Cristiano Gatti de Il Giornale fa scoppiare la polemica a livello nazionale) era passato da poco più di duemila a dodicimila iscritti, e che soltanto dopo essere finito su tutti i telegiornali è arrivato in pochi giorni a quota 35 mila? Chi ha nutrito la “tribù”? I blogger o chi, come lei, l’informazione la fa di mestiere?

E da ultimo no, Gorra: Matteo Mezzadri non ha trovato “gente per piantare una pallottola in testa a Berlusconi”, ma la fine della sua carriera politica.

Tenete a mente tutto questo, miei ipocriti lettori, mie sembianti digitali, miei amici, per i giorni (difficili) che verranno.

La vergogna delle vergogne.

Il 13 settembre Fabio Vitali, Efrem Bellussi, Giampietro Finazzi e Luca Paris, vestiti di verde durante la festa della Lega Nord a Venezia (“non so se erano simpatizzanti della Lega”, dirà il capogruppo Alberto Mazzonetto), prendono a bastonate, pugni e calci Ervin Doci e un collega. In centro città. In pieno giorno. Dopo aver messo a soqquadro l’intero ristorante “La Bricola” in cui i due lavorano.

Oggi per loro si parla dei reati di lesioni, danneggiamento e furto, con l’aggravante dell’odio razziale. Questo video di YouReporter mostra lo stato in cui versano il volto di Ervin e il mobilio del locale.

Dopo tutti i discorsi sul clima d’odio, su Tartaglia “vicino ad ambienti del social network” (Bruno Vespa), su quelle “pericolose armi in mano a pericolosi delinquenti” (Gabriella Carlucci), sui gruppi “più pericolosi degli anni ’70” (Renato Schifani) e sulla rete “spazio di violenza, di associazioni per delinquere, strumento per spaccio di droga” (Maurizio Gasparri) mi chiedo: quanto è accaduto a Venezia è colpa di Facebook?

Nota a margine: provate a immaginare se invece che alla festa della Lega Nord il pestaggio fosse avvenuto al No Berlusconi Day

Qual è adesso “la vergogna delle vergogne dell’Italia”, onorevole La Russa?

Alfano il successore (già in questa legislatura) di Berlusconi?

Il ministro della giustizia Angelino Alfano potrebbe succedere a Silvio Berlusconi alle redini del governo, e già in questa legislatura. Ad avanzare l’incredibile ipotesi è ItaliaOggi, che titola:

Venerdì scorso ad Arcore il Cavaliere avrebbe confidato ai suoi “cinque più stretti collaboratori” che sarebbe “pronto a farsi da parte“:

Berlusconi è rimasto scioccato dall’episodio dell’aggressione subita al Duomo ed ora ha davvero paura di poter essere ucciso. E di morire il Cavaliere non ha alcuna voglia. Quindi è pronto a farsi da parte, a cedere il testimone del governo a un giovane da lui designato. Questa, la possibilità di designare il suo successore, pare sia l’unica vera condizione che il Cavaliere ponga, in primis su tutti al presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per trarre definitivamente il dado e rinunciare a palazzo Chigi.

Il successore sarebbe Alfano, che Berlusconi considera “come un figlio” e che si troverebbe a gestire la riforma della giustizia in un modo del tutto congruente con le volontà del Cavaliere. Si tratterebbe, dunque, di un passaggio in tempi brevi, come si evince anche dalla risposta che Berlusconi avrebbe dato a Gianfranco Micciché, che aveva chiesto lumi in proposito:

il premier ha ripetuto per ben due volte di essere intenzionato ad andare avanti nella nuova direzione e di voler far concludere la legislatura in corso ad un giovane primo ministro da lui indicato a Napolitano.

Accanto al guardasigilli spetterebbe un ruolo di primo piano, sempre secondo ItaliaOggi, alle ministre Brambilla e Gelmini, con Giulio Tremonti vicepremier. 

Di una successione Alfano hanno recentemente parlato anche Le Monde e il Corriere della Sera (11 marzo 2009), secondo cui Berlusconi avrebbe detto: “Alfano è bravissimo. Ho visto come ha gestito situazioni più che complicate. È in grado di assumere decisioni difficili ma sa farlo coinvolgendo tutte le parti. Bra-vis-si-mo […] Potrebbe essere lui il mio successore“.

Io mi sento di porre un unico, ma strutturale dubbio: è per Alfano che si propone l’omonimo lodo per via costituzionale?

[Aggiornamento – 20:53]

Secondo Bonaiuti si tratta di una “fiaba natalizia“. 

[Aggiornamento 2 – 23 dicembre, 09:46]

ItaliaOggi replica a Bonaiuti ribadendo l’affidabilità della fonte e chiedendosi come mai siano dovute passare 13 ore per ricevere una smentita.

Facebook, l’aggravante.

Forse ha ragione Francesco Cundari a sostenere che “un gruppo su Facebook, fosse anche a favore del cannibalismo o della automutilazioni genitali, non è una notizia“. O forse, nel nostro sgangherato fine decennio, faremmo meglio a scrivere: “un gruppo su Facebook non dovrebbe essere una notizia”. A furia di scambiare i desideri per realtà si rischia di sbarrare gli occhi per lo stupore (e rimanere inermi) di fronte a misure che invece non stupiscono affatto

Come il disegno di legge presentato oggi dal senatore PDL Raffaele Lauro, in cui si ipotizzano dai 3 ai 12 anni di carcere per chi commetta il (novello) reato di “istigazione ed apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network” (sic). 

Avevano dunque ragione i promotori di “Libera Rete in Libero Stato” e AgoràDigitale a invitare a non abbassare la guardia nonostante fosse sfumata l’idea di un decreto-bavaglio di emergenza, e organizzare rispettivamente una manifestazione di protesta e una petizione per bloccare la follia censoria del governo. 

Perché di follia si tratta. 

Prima di tutto non si capisce per quale ragione “se il fatto è commesso avvalendosi di comunicazione telefonica o telematica, la pena è aumentata“: sarebbe più grave scrivere “voglio uccidere Berlusconi” sulla bacheca di un gruppo di Facebook che urlarlo con un megafono fuori da Palazzo Chigi? Più grave diventare membro di “10, 100, 1000 Massimo Tartaglia” che diffondere comunicati scritti di stampo neobrigatista? E perché? In quale modo arrecherei una minaccia più concreta al Premier nel primo caso?

La spiegazione arriva poche righe dopo: “l’aggressione a Berlusconi ha evidenziato la necessità di intervenire sul fenomeno diffuso, caratterizzato da esortazioni alla violenza e all’aggressione mediante discorsi, scritti e interventi che, in virtù delle moderne tecnologie informatiche, riescono ad acquisire una rilevanza mediatica significativa“. Si tratterebbe di una questione di numeri: il megafono o i volantini non raggiungono milioni di persone, mentre Facebook è ovunque. 

C’è una replica a questa linea argomentativa, ed è molto semplice: la “rilevanza mediatica significativa” non è ottenuta “in virtù delle moderne tecnologie informatiche”, ma tramite la grancassa degli organi di informazione tradizionali; e cioè la carta stampata e la televisione. Se non ci fosse il giornalista di turno impegnato a scambiare la creazione di un gruppo su Facebook per un fatto da prima pagina, infatti, la “rilevanza mediatica” dei gruppi pro-Tartaglia (così come quella dei gruppi negazionisti, pro-mafia o pedofilia) sarebbe di gran lunga inferiore. E invece, proprio perché qualunque idiota in cerca di notorietà sa di poterla ottenere in mezz’ora, i gruppi si moltiplicano. Si crea così un meccanismo malsano per cui le prime pagine e i servizi di Studio Aperto nutrono i gruppi e i gruppi nutrono le prime pagine e i servizi di Studio Aperto, ottenendo un equilibrio che fa comodo a entrambi.

Peccato che a rimetterci siano tutti quanti non facciano un uso idiota né del giornalismo né della rete. Per fortuna, una schiacciante maggioranza. Ricordo a Lauro (ma anche ai Maroni, alle Carlucci e agli Alfano di turno) che gli iscritti a Facebook sono oltre tredici milioni, e che di questi soltanto poche migliaia passano il proprio tempo minacciando di morte il prossimo su gruppi di dubbio gusto. Altro che fenomeno “diffuso”. Basta chiudere i giornali e trasferirsi in rete, per capirlo. E per capire che se quei gruppi esistono non è perché esiste la rete, ma perché esiste un disagio reale (e non virtuale, come si vorrebbe far credere) che una minoranza della popolazione non riesce a esprimere che con insulti e minacce. Dubito che un disegno di legge possa dissuaderli dal continuare a farlo.

Invece di imputare ai social network la colpa del folle gesto di Tartaglia, il governo pensi a dare una speranza a chi non ha lavoro e forse non l’avrà per tutta la vita; a chi chiede il rispetto delle Istituzioni ed è costretto a testimoniarne continuamente il vilipendio; a chi dalla politica si aspetta proposte, e non ultimatum

Solo a questo modo la rete rifletterà l’immagine di un Paese diverso e, forse, più tollerante.