L’aggressione a Berlusconi è una montatura? C’è altro di cui chiedere conto.

Per chi avesse del tempo da perdere, queste sono le migliori risposte che ho trovato in rete a favore e contro l’ipotesi della montatura.

Per chi non ce l’avesse, consiglio di investire qualche minuto per chiedere conto (è il caso di dirlo) al ministro Brunetta di questa notizia, passata stranamente inosservata:

Che ne dice ministro, vogliamo usare internet anche per fare le telefonate e mandare la posta, oltre che per far circolare i certificati medici?

In conclusione, un appunto: se fossi di sinistra perderei meno tempo a scambiare lucciole per lanterne, e più a criticare gli obbrobri della “Casta”, che si mangia giornalmente in francobolli quello che un laureato rischia di percepire in due-tre mesi di lavoro. Invece, in questo caso, l’articolo è de Il Giornale (ed è stato ripreso, che io sappia, solo dal Foglio).

E’ proprio vero che, almeno a volte, serve.

Si scrive “inciucio”, si legge “cedimento”.

Guai a parlare di inciucio: si dice “compromesso“. No a “leggine in favore di Berlusconi”, ma “se per evitare il suo processo devono liberare centinaia di imputati di gravi reati, è quasi meglio che facciano una leggina ad personam per limitare il danno all’ordinamento e alla sicurezza dei cittadini”. Il tutto proprio “come ha detto Bersani”, nonostante il segretario del PD vada ripetendo da settimane il suo no a qualsiasi legge ad personam. Nessun problema: per Massimo D’Alema “l’unica discriminante è tra essere uomini politici e non esserlo“.  

Ora, si potrebbe contestare la decisione di collaborare con un governo dalla tentazione autoritaria, come il Berlusconi IV, per riforme su materie fondamentali per il mantenimento degli equilibri di potere quali la giustizia, la Costituzione, la legge elettorale. O ancora, si potrebbero criticare le reazioni indignate degli ex segretari Veltroni e Franceschini. Che oggi sostengono che l’unico inciucio buono sia un inciucio morto, cercando di vestire i panni degli antiberlusconiani “senza se e senza ma” di lunga data; con risultati (il loro passato ne è testimonianza) risibili

Io vorrei invece spostare l’accento su un altro aspetto: perché? Cosa motiva la provocazione di D’Alema? L’ex presidente del consiglio è un politico troppo navigato per immaginare che alle sue dichiarazioni non avrebbe fatto seguito un vespaio di polemiche.  Non si può che pensare che abbia deciso di sollevarle, e alimentarle. A quale scopo?

Ufficialmente, ribadire l’estraneità del Partito Democratico dal progetto e dai toni dell’Italia dei Valori (Di Pietro viene definito un “populista” speculare a Berlusconi) e comunicare il messaggio che il PD sia un partito moderno, riformista e al cui arco c’è la freccia (spuntata) del dialogo: niente a che vedere con chi invece dei congiuntivi usa gli insulti. E avvicinarsi all’UDC, che prontamente ringrazia: “Ha ragione D’Alema. La politica è sede di qualche compromesso. A volte il meglio è nemico del bene” (Casini). E torna a parlare di concedere al Premier il legittimo impedimento (“l’indecenza meno indecente”, nel vocabolario dalemiano).

In realtà sembra trattarsi di un tentativo di mettere alla prova i rapporti di forza all’interno del partito. Fare la conta, prendere le misure. Perché andare apertamente contro la linea del segretario se non per ribadire, a pieni polmoni, “qui comando io“? Mostrare che la volontà d’inciuciare è ben radicata nel partito, come dimostrano le dichiarazioni di Marini (che si dice favorevole a un lodo Alfano in veste costituzionale), Latorre e del “simpatizzante” Scalfaro (“Non sono per nulla contrario all’ipotesi di un provvedimento che dia una tutela al premier a condizione che non ci sia danno a terzi”). E che Bersani, se non vuole che tutto questo “apparato” si metta di traverso, deve stare zitto e sedere al tavolo della contrattazione. Piaccia o meno.

Chissà se D’Alema ha capito, dall’alto della sua levatura politica, che a furia di alzare la voce l’unico messaggio chiaramente percepito dall’elettorato è che all’interno del PD non si sappia affatto chi comanda. Non serve nemmeno tirare in ballo le proposte: manca, e manca del tutto, un profilo di leadership. Quella, caro D’Alema, non si conquista solo con le prime pagine, né con gli apparati. 

E mentre c’è chi strappa la tessera del partito, tornano all’orecchio le parole pronunciate poco più di un anno fa da Enrico Letta:

Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani, questo rischierebbe di far passare il Pd per la mera continuazione dei Ds, e l’intero progetto fallirebbe.

Forse è questo il motivo per cui si scrive “inciucio” ma si legge, lo diceva Furio Colombo sul Fatto di oggi, “cedimento“.

Tensione e polemiche alla manifestazione No Ponte.

Attimi di tensione alla manifestazione No Ponte. Da quanto si apprende dagli organizzatori si sarebbe sfiorato lo scontro tra manifestanti e forze dell’ordine a causa dell’inefficienza dei soccorsi prestati a un uomo che aveva accusato un malore. Secondo un medico presente ci sarebbe stata una sola ambulanza e del tutto sfornita degli strumenti necessari (nemmeno l’ossigeno) a soccorrere la persona colpita da quello che potrebbe essere, spiegano gli organizzatori, un infarto. Sul sito ufficiale alcuni utenti avevano ipotizzato si trattasse di Ulderico Pesce, voce poi smentita. 
I mancati soccorsi avrebbero scatenato la reazione della piazza, che si sarebbe scagliata contro le forze dell’ordine costringendole ad allontanarsi. 

Per ulteriori informazioni potete seguire il proseguo della diretta su Ustream a questo indirizzo.

[Aggiornamento - 16:30]

La manifestazione è stata sciolta poco dopo l’accaduto.

Qui un audio che fornisce una prima spiegazione degli eventi.

[Aggiornamento 2 - 18:51]

Dal sito della manifestazione si apprende che Franco Nisticò, 58 anni ed ex sindaco di Badolato, è stato stroncato da un infarto. L’autore del commento evidenzia la mancanza di strumenti adeguati di soccorso. La notizia è confermata da ReggioTv e ReggioPress.

[Aggiornamento 3- 20 dicembre, 16:10]

Ho modificato il titolo, che riportava la parola “scontri”, inadeguata a descrivere la realtà dei fatti. Mi scuso con i lettori, ma le prime dichiarazioni a caldo sembravano giustificarne l’utilizzo.

Questo il comunicato della Rete No Ponte:

Ben più della mano di un folle.

Sbagliavo a credere di poter ricondurre la “caccia alle streghe” alle regole impazzite di un dibattito politico e giornalistico sui binari del caos. A distanza di pochi giorni, sono costretto ad ammettere che da una generica imputazione (“è il clima d’odio”) si è passati a una battaglia personale, quella contro Marco Travaglio. Sarebbe lui il vero colpevole dell’aggressione subita da Silvio Berlusconi. 

La trafila di accuse è impressionante, e si consuma in Parlamento, in televisione e sui giornali. Rompe il ghiaccio  il 15 dicembre Fabrizio Cicchitto, che a Montecitorio indica con precisione chirurgica gli autori della “campagna d’odio” che ha armato la mano di Tartaglia: “è il network composto dal gruppo editoriale Repubblica-Espresso, da quel mattinale delle procure che è Il Fatto Quotidiano, da una trasmissione televisiva condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio”.

Poche ore prima, Il Giornale aveva aperto sugli stessi toni. Feltri aveva identificato negli stessi soggetti delle “frange di irresponsabili“, gli stessi irresponsabili che, come ricorda Sallusti, erano in Piazza Duomo “sventolando Il Fatto Quotidiano di Travaglio” e “urlando slogan contro il premier dittatore e mafioso”. Ma a peccare di raffinatezza è Renato Farina, che parafrasando Travaglio (“non esiste il reato d’odio”) afferma:

Per quello non c’è neanche il reato di essere una merda umana.

E’ solo dal giorno seguente, tuttavia, che il fuoco mediatico si concentra su Travaglio. Altero Matteoli a Porta a Porta dichiara: “Con Togliatti, nel ‘48 avevano le pistole in tasca. Oggi non ci sono le pistole, ma la parola è più dannosa. La parola è la pistola”. Indovinate di chi si parlava. Vespa sposa il teorema di Sallusti, e di Tartaglia afferma: “Era molto informato, non solo uno squilibrato. È stato trascinato”.

Altra trasmissione, stessa corsa. A Mattino Cinque Liguori esplode: “Nelle parole di Travaglio non c’è barlume di pietà né di amore. Queste parole possono istigare alla violenza“. E Meluzzi in un lapsus rivela più di quanto vorrebbe:

Ci sono lanciatori di pietre. Grave il gesto di Milano. Come si chiama questo personaggio? Tartaglia, Travaglio. Sì, Tartaglia.

Il 17 dicembre il teorema del vicedirettore de Il Giornale si spinge ancora un passo più in là, giungendo a ipotizzare che anche chi ha posizionato un ordigno alla Bocconi risponda alle occulte manipolazioni del giornalista:

si tacerà sul fatto che gli autori dell’attentato sono fans di Santoro e Travaglio e che quest’ultimo li ha confortati e forse incoraggiati sostenendo che è giusto odiare e augurarsi la morte fisica degli avversari politici (in questo caso anche di classe, cioè i bocconiani, in maggioranza figli della borghesia berlusconiana).

Un vero e proprio “brigatista dell’odio“. Parola del direttore di Panorama, Giorgio Mulè, secondo cui Travaglio sarebbe una sorta di conforto psicologico e stella polare dei terroristi:

Per vivere, i brigatisti dell’odio hanno necessità di nutrirsi continuamente di livore. Sono come belve assetate di sangue, vivono nell’attesa che gli venga segnato e ribadito il bersaglio. Da tre lustri il bersaglio si identifica in Berlusconi. Ed è inutile pensare a una resipiscenza dopo l’aggressione di domenica 13 dicembre. Perché in soccorso all’eventuale dubbio che si instillasse nella mente del brigatista (frustrato non tanto dalla sua ideologia che non riesce a imporre – magari fosse così! – ma più banalmente da invidia) giunge lesta la rassicurazione di uno dei cultori dell’odio, Marco Travaglio.”

Prima di commettere anch’egli un “lapsus”: 

Ma quel picchiatello di M.T. (non sto ovviamente parlando di Marco Travaglio, ma di Massimo Tartaglia) che poteva fare, bombardato com’è stato di messaggi carichi di odio?

Che altro poteva fare, istigato dai libri, dagli interventi sui blog, dalle arringhe televisive e perfino dagli spettacoli teatrali del neobrigatista Travaglio? Del resto, lo ricordava Vespa, era “informato”…

Ma è oggi che i due quotidiani filogovernativi dedicano i maggiori sforzi a combattere Travaglio. 

Il Giornale passa dal dileggio (parlando di un “Mister Fantastic-Travaglio“, “gommoso nell’eloquio quanto lo sono le sue membra nel dilatarsi su tutti i media disponibili”) alle accuse (“salmodiando veleni con i quattrini del canone Rai in saccoccia”). A pagina 5, sotto un eloquente “Quei mandanti morali (e violenti)”, si legge: “l’odio contro il premier è diventato una vera propria industria culturale”. E Sallusti continua ad allargare il suo teorema, parlando di Travaglio come “quello che rivendica il diritto di voler vedere morti gli avversari politici, pur di fermare le riforme (o le elezioni anticipate) del governo Berlusconi”. 

Nella pagina a fianco Vittorio Macioce definisce Travaglio, il Fatto e Chiarelettere “i sacerdoti della costituzione”, “gli evangelisti della trama eversiva”; e aggiunge che invece di scrivere “riportano con astio”; che non rispettano il popolo, ma credono che l’Italia sia un “covo di lobotomizzati”. Prima di concludere: 

Tutto questo avvelena, deturpa e ti lascia in balìa di qualcosa da cui non ti puoi difendere. Parla, parla, qualcosa resterà. I “tintinnatori di manette” si sono affidati alla dea fama, pagando tributi al suo volto più cinico: la diffamazione.

Dimenticavo. Titolo di prima pagina: “Fini e Travaglio alleati contro Il Giornale“. Tanto può il potere di convincimento (o forse, di intimidazione) del nostro. 

Prima pagina riservata a Travaglio anche su Libero, che definisce il suo spettacolo “teatrino dell’odio”. Ma è nulla in confronto all’ipotesi di Belpietro:

Di cosa siano capaci Santoro, Travaglio, la De Gregorio e tutti gli altri odiatori di professione vi ho già riferito in questi giorni, raccontandovi come alcuni di loro siano giunti a sostenere perfino che domenica sera il Cavaliere si fosse auto-aggredito, e che, dopo le bombe di mafia di cui è considerato anche il mandante, fosse il committente di quelle trovate in questi giorni all’università Bocconi.

Travaglio è tra gli “alcuni di loro” oppure no? A furia di ripetere, qualcosa rimarrà, dicevamo. Nicholas Farrell per accusare l’editorialista del Fatto scomoda addirittura 1984 di Orwell. Con questa premessa:

A creare il clima d’odio che ha causato l’attentato a Silvio Berlusconi da parte di uno psicolabile è stata la sinistra, e non la destra. Non solo perché uno di sinistra per definizione psicolabile lo è (scherzo!) ma anche perché ha bisogno di odiare come un tossico-dipendente ha bisogno di drogarsi (non scherzo).

Ecco spiegati i “due minuti d’odio” forniti da Travaglio e soci: servono ad alimentare la inestinguibile sete di sangue di cui si nutre (strutturalmente, essenzialmente) la sinistra. Che ha bisogno del suo Goldstein (il Cavaliere, in questo caso) per esistere. Non come la “maggioranza silenziosa” che “ha votato Berlusconi per ben tre volte”.

Chiude la rassegna Filippo Facci, che nella sua rubrica “Appunto” scrive:

io non ho ancora mai incontrato uno che legge Il Fatto e che non mi paresse anche un perfetto cretino

Fossi in lui, mi augurerei lo stesso per i lettori di Libero: sai mai che si rendano conto di cosa hanno tra le mani.

In conclusione, la logica è questa: si accusa chi “divide i buoni e i cattivi” (Macioce) dividendo buoni e cattivi; si condanna l’odio seminando odio; si rievocano le firme contro Calabresi e si “firma” contro Travaglio. 

Ho espresso ripetutamente le mie critiche a Marco Travaglio (sia per il linguaggio che adopera che per l’incapacità di riconoscere i propri errori), e chi mi segue sa che non nutro una particolare simpatia per “l’erede di Montanelli” (sic). Tuttavia questo attacco cieco, concertato e brutale deve finire, e finire subito. Non perché non sia legittimo esercitare il proprio diritto di critica, ma perché un attacco condotto a questo modo non è un esercizio della ragione, ma un linciaggio che alimenta l’idea che nel Paese vi siano due fazioni, ciascuna convinta della propria ragione e dei torti dell’altra, pronte a farsi la guerra. 

E questa convinzione, che si nutre delle accuse di entrambe le parti (anche di quelle altrettanto violente fatte a Berlusconi proprio dal Fatto e Di Pietro, naturalmente), può armare ben più della mano di un folle

 

Libera Rete in Libero Stato.

Uno dei prodotti indesiderati dell’aggressione del “Tartaglia furioso” è il dibattito, giunto in Consiglio dei ministri, sulla libertà di espressione in rete.

Già la presenza di un dibattito non è un buon segno, visto che la libertà di espressione in rete non dovrebbe essere in discussione.

Un secondo elemento di preoccupazione viene dalle dichiarazioni di alcuni dei partecipanti al dibattito. Secondo cui la rete “non educa a nulla” (Giancarlo Galan); “I social network non sono più luoghi di incontro e socializzazione virtuale. Si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato, incitano alla violenza, all’odio sociale, alla sovversione” (Gabriella Carlucci);”Facebook è più pericoloso dei gruppi degli anni ’70” (Renato Schifani) e dunque bisogna “procedere all’oscuramento dei siti in cui si inneggia alla vigliacca aggressione” (Andrea Ronchi).

Il tutto mentre appaiono, nell’arco di una notte, gruppi di sostenitori al Premier da due milioni di iscritti e su Google si registrano strane sparizioni.

Per fortuna la reazione compatta della rete e di buona parte dell’informazione ha evitato un decreto legge in cui sembravano ipotizzate, in un primo momento, vere e proprie misure liberticide. Tra cui, secondo Repubblica, “l’attribuzione al Gip del compito di adottare provvedimenti cautelari quando si ravvisi l’urgenza di un intervento” e “il tentativo di rendere più difficoltosa la navigazione sul web verso quei siti che istigano alla violenza o fanno apologia di reato, attraverso una serie di filtri“.

Il governo ha poi fatto un passo indietro. Come si apprende dal comunicato ufficiale:

Niente più decreti, dunque. E compare l’ipotesi dell’autoregolamentazione, che sembra favorita anche dall’inedito spirito collaborativo dei vertici di Facebook, oggi dichiaratisi pronti a concertare soluzioni al problema insieme al governo italiano, e dalla disponibilità al dialogo dello IAB Italia.

Il deputato del PDL Roberto Cassinelli fornisce qualche ulteriore dettaglio sulla proposta di Maroni:

Niente leggi speciali né introduzione di nuovi, appositi, reati. Non è tuttavia ancora chiaro quali proposte precise saranno contenute nel disegno di legge al vaglio del prossimo consiglio dei ministri, e la possibilità del bavaglio resta. Ben venga dunque l’iniziativa promossa da Guido Scorza, Alessandro Gilioli e Enzo di Frenna, tra gli altri, chiamata Libera Rete in Libero Stato e prevista il 23 dicembre in Piazza del Popolo a Roma, dalle 17 alle 19. Questo il manifesto:

Scrive di Frenna:

Ci sdraieremo tutti in silenzio, per 1 minuto. Poi disegneremo col gessetto la sagoma dei nostri corpi e scriveremo dentro il nome del nostro blog. Porteremo tanti bavagli bianchi.

Sul gruppo Facebook della manifestazione (2900 iscritti in un giorno) si moltiplicano le proposte e i suggerimenti.

Date il vostro contributo oggi: domani potrebbe essere troppo tardi.

Approfondimenti

La tentazione del governo Berlusconi IV di mettere le mani sulla rete non è nuova. Fornisco qualche link per chi volesse approfondire il tema:

Una dichiarazione sorprendente

Non resta che essere d’accordo con quanto contenuto in questa dichiarazione:

Internet, signor Ministro, è un terreno pericolosissimo, ma è pericolosissimo anche per il senso l’inverso, ossia per l’intervento su Internet. Richiamo tutti alla prudenza. Le leggi esistenti già consentono di perseguire i responsabili. La Polizia postale fa un lavoro straordinario. Dobbiamo andare fino in fondo, ma, onorevoli colleghi, guardiamo agli Stati Uniti d’America, guardiamo alla democrazia americana, guardiamo a quello che succede in quel Paese, che è la grande frontiera della libertà, dove Obama riceve intimidazioni inaccettabili su Internet, ma dove a nessuno è mai venuta in mente, neanche nell’anticamera del cervello, l’idea di censurare Internet. Attenzione su questo versante, perché guai a rispondere con provvedimenti che finirebbero per essere illiberali davanti a sfide che richiedono da parte nostra la tolleranza zero verso i colpevoli.

Antonio Di Pietro? Beppe Grillo? Pier Ferdinando Casini?

Macché: Roberto Cota. Chi l’avrebbe detto. Sì, si tratta di Casini, e non di Cota. Grazie a kreaton per la segnalazione, e mi scuso con i lettori per l’errore.

[Aggiornamento - 18:57]

Qui è possibile firmare una petizione promossa da AgoràDigitale :

C’è il dovere, una volta per tutte, di aprire un grande dibattito e di affidararlo al Parlamento che, per una volta, tornerebbe ad avere quel ruolo di motore del dibattito del paese che gli appartiene. Ci appelliamo al Parlamento tutto affinchè metta in calendario una seduta straordinaria sulla Rete e a cui possano partecipare numerosi esponenti della società civile che conoscano e sappiano spiegare Internet. Al Parlamento e all’Italia. Ma allo stesso tempo ci appelliamo con ancora più forza al Governo e in particolare al Ministro Maroni affinchè qualsiasi attività normativa venga sospesa subordinandola a tale dibattito.

Tra l’altro, è la prima petizione in Creative Commons della storia.