Come si vive sereni in una 46?


Oggi ho ricevuto questa mail da Monica. Ho pensato contenesse una serie di interessanti riflessioni che mostrano in modo chiaro come l’incompetenza e l’incoscienza di certi media possa essere concretamente dannosa. Anche e soprattutto per emergenze reali (e non create ad hoc, come quelle che riguardano Facebook) come il diffondersi allarmante dei disturbi del comportamento alimentare nel Paese. 

Eccola.

Ciao Fabio,

hai per caso visto il servizio del Tg1 di ieri sera (24 febbraio, ore 20) sulle passerelle milanesi? Online sul sito RAI c’è solo il titolo ma al solito non si vede il filmato, ma se non l’hai visto, forse ti può interessare recuperarlo:

MILANO MODA. IN PASSERELLA LE MODELLE OVER SIZE. BELLISSIME IN TAGLIA 46. ALLA SFILATA C’ERA ANCHE ANTONELLA CLERICI.

Ecco, secondo me fa molto peggio un articolo così che mille sfilate di moda (di fronte alle quali, se non sei già “presa” nella malattia, vien spesso spontaneo dire che le modelle sono troppo magre, alcune fanno quasi “impressione” e non stanno poi neanche tanto bene con i vestiti).

Ma qui… Una taglia 46 “oversize”?! Ma stiamo scherzando? Come oversize? La 46 è una taglia normalissima e se si ha una certa altezza si è persino snelle! Forse l’han confusa con la 56, dove allora si può parlare di essere “in carne” con i relativi problemi di salute…

E le interviste… Alla Clerici: “Come si vive sereni in una 46?” (dubitativo. Con implicito: caspita che coraggio a uscire di casa sopra la 44!) Risposta della presentatrice (che in effetti credo viaggi più verso la 50, ma non è importante): “basta imparare a fregarsene e a sentirsi bene”.  Imparare a fregarsene? A fregarsene di cosa? Di essere una povera cicciona che indossa una 46? E se si indossa una 48 cosa si è, obesi e ci si deve nascondere?

E il gran finale sulla modella italiana, taglia 46, bella ragazza (purtroppo non ne ho memorizzato il nome), che studia scienze alimentari. Commento del servizio: “certo, cos’altro avrebbe potuto fare se non scienze alimentari?” Ti assicuro che l’ha detto, con più o meno queste parole. Cioè a dire che una che ha di taglia la 46 è ovvio che passerà la vita a pensare al cibo e a mangiare.

Morale del servizio: anche grasso è bello (ma solo per chi ha una fortissima personalità).

Che potrà anche essere, peccato che stiamo parlando, lo ribadisco, di una comunissima taglia 46 e con una 46 non si è grassi!

Beh, come donna sensibile alla moda, sebbene non sua schiava, ti dico che se questo è il modo di contrastare l’anoressia è meglio lasciare perdere perché insieme con il razionale sconcerto, il primo pensiero istintivo che ho avuto è stato “meno male che sono una 38/40! Anzi cerchiamo di perdere questi due chiletti di troppo che ho preso”. Ti sembra un buon risultato?

Un abbraccio,

Monica

L’unica risposta che mi sento di dare al momento è che no, non mi sembra affatto un buon risultato. Presto saprete anche perché e che cosa ho in mente per combattere il problema. Datemi un mesetto, e ne vedrete delle belle.

Beppe Severgnini risponde, io cerco di strappargli una promessa.

Il post di due giorni fa, pubblicato anche su Farefuturo con l’aggiunta di una critica del pezzo in cui Beppe Severgnini chiedeva una risposta “rapida e memorabile” contro gli “idioti moderni”, ha scatenato molte reazioni in Rete. Tra queste, quella dello stesso Severgnini, che sulla sua rubrica Italians ha raccolto la mia provocazione a questo modo:

Ho a lungo meditato se rispondere o meno alle parole di Severgnini, che stimo e leggo fin da ragazzino. E se ho deciso di farlo è perché a questo punto non si tratta più di “troll” (o “idioti moderni”, un neologismo di gran lunga più raffinato), ma del rapporto tra giornalismo e quelli che da oggi il presidente Obama etichetta come “social media”. Un tema di cui, soprattutto ora che si sta compiendo una difficile integrazione/transizione tra cartaceo e digitale (in proposito consiglio l’ottimo L’Ultima Notizia di Gaggi e Bardazzi), è necessario parlare. 

Prima di tutto volevo però precisare che il mio post non era un invito a non perseguire i reati. Chi viola le leggi, sia un troll, un idiota o un premio Nobel, va punito. Che il reato sia stato commesso sulla tangenziale o su internet non importa: pericolosi idioti o idioti pericolosi, ha ragione Severgnini, non cambia nulla. 

Il punto tuttavia è un altro: il sensazionalismo di questi giorni non aiuta a combattere il fenomeno. Anzi, come ho mostrato nel post che ha originato il dibattito, lo alimenta. Allora, chiedo a Severgnini e ai suoi colleghi che siano sulla stessa lunghezza d’onda: perché invece di limitarvi a “registrare l’orrore” non avete spiegato ai vostri lettori come affrontarlo? Perché invece di fare la conta agli iscritti a “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down” (come ha fatto lo stesso Severgnini: “erano 1.317 alle 19.30, 1.361 alle 19.40, 1.378 alle 20, 1.563 alle 20.30″ – e no, non “Aumentano, quindi, certi dell’impunità”, aumentano semmai quelli che, come Severgnini, hanno provato ribrezzo ma non sapevano usarlo) non avete spiegato come funzioni il meccanismo delle segnalazioni che Facebook mette a disposizione di ogni singolo utente (non servono le associazioni di genitori, i ministri, gli editoriali infuocati)? Perché non avete scritto che gruppi come quello si possono segnalare in pochi click?

Su Facebook tra l’altro non ci sono soltanto gruppi che nascono spontaneamente, sull’onda di una reazione emotiva, in risposta agli obbrobri dei troll. Ci sono anche pagine come “Basta con il razzismo su Facebook“, quasi 36 mila fan, che opera da mesi con l’intento di raccogliere le segnalazioni degli utenti sui gruppi che violano le condizioni di utilizzo del social network. L’elenco dei gruppi segnalati è impressionante (è raggiungibile da qui), e il fatto che siano state ottenute molte chiusure dimostra che il clamore mediatico non è affatto indispensabile per fare della rete la “cosa seria” che Severgnini ha in mente. Se non bastasse, il gruppo “Segnaliamo il Razzismo“, 8 mila fan, ha addirittura previsto un riquadro che permette in pochissimi passaggi di inviare una segnalazione alla polizia postale, per i casi in odore di reato:

E se non sapere dell’esistenza di questi piccoli gruppi di benefattori è lecito, non è a mio avviso spiegabile il motivo per cui nessun pezzo abbia riportato il sito che la stessa polizia postale mette a disposizione di chi intenda segnalare il compimento di reati sul web. E cioè questo:

Potrei chiedere molte altre cose a Severgnini. Ad esempio, perché ci sia tanta attenzione intorno a qualche deficiente su Facebook ma nessuna su chi va propagandando da mesi che l’omosessualità è una “lebbra etica”, una “malattia”, una condizione “deviata”; nessuna su chi usa il denaro pubblico (La Padania) per chiedere una “nuova Lepanto” (leggi: guerra santa) contro gli islamici; nessuna su chi al mattino si vanta di avere pestato più negri degli amici (è successo anche questo, tra i ragazzi di Rosarno). Sarebbero domande scortesi.

Voglio invece rimanere a Facebook, e chiedere a Severgnini a cosa sia servito versare fiumi di inchiostro (e di bytes), indignarsi, riportare quelle terribili frasi senza senso, scuotere la sensibilità di chi con un bambino down vive quotidianamente. Il gruppo è stato oscurato, risponderà il nostro. Ma sarebbe stato oscurato lo stesso; magari qualche giorno dopo, ma non l’avrebbe passata liscia. Molto più grave è quello che Severgnini e i suoi colleghi non hanno ottenuto, e cioè evitare che altri gruppi come quello risorgano. Anzi: gli “idioti moderni” non vedono l’ora di ridersela alle spalle di chi, come il ministro Carfagna, ha parlato di un gruppo “inaccettabile, non degno di persone civili, pericoloso”. E se è vero che, come scrive il Corriere, “amano illustrare le proprie gesta”, siete voi (e non la rete) a dargli pennello e tavolozza. E risorgeranno. Più assurdi, crudeli, insensati di prima. Le indagini si moltiplicheranno e non produrranno molto probabilmente che ulteriori sprechi di denaro pubblico. Il tutto mentre, guarda caso, c’è chi come Giuseppe Palumbo chiede che si intervenga con un decreto “affinché casi del genere non si ripetano più”. Come se l’idiozia si potesse estirpare per legge. Chi frequenta la Rete quotidianamente lo sa bene. E infatti non a caso Alessandro Gilioli, Anna Masera e (pochi) altri (tra cui anche Roberto Cassinelli del PDL – a cui dobbiamo l’abrogazione del terribile emendamento D’Alia) hanno chiesto di ignorare questi (altrettanto pochi) provocatori di professione.

Caro Severgnini, mi prometti che al prossimo gruppo imbecille su Facebook invece che con un commento sul Corriere reagirai schiacciando il tasto “segnala” e, se proprio ti ha fatto arrabbiare, chiedendo ai tuoi “amici” di fare altrettanto?

Con rinnovata stima,

Fabio Chiusi

“Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”: è solo trollismo, ma è pericoloso. Impariamo a disinnescarlo.

Missione compiuta. Dopo “Adotta un bambino haitiano morto”, “Haiti? Crepate, luridi terremotati” e svariati altrii troll hanno vinto di nuovo. Con la brillante idea di intitolare un gruppo su Facebook “Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down“. 


Non si vorrebbe parlarne, perché parlandone si fa il gioco dei suddetti “troll”, e perché ci sarebbe di meglio da fare. Tuttavia, occorre fornire un breve vademecum per capire come reagire a questi magnifici perdigiorno senza che ne vengano dolori per la libertà di espressione in rete di tutti. Perché a furia di provocare per il gusto di farlo (l’essenza del trollismo) si dà fuoco a una pericolosa miccia. 

Il meccanismo è questo: si crea un gruppo in cui si chiede di fare il “tiro al bersaglio” contro i bambini down, o di “gettare gli handicappati nei burroni” (c’è stato anche questo, anche se ai più è sfuggito) magari farcendolo di messaggi come

Oppure

Il tutto naturalmente senza metterci nome e cognome reale (prassi peraltro “altamente sconsigliata” – leggi: costa disattivazione dell’account – da Facebook). Si dota il progetto anche di una bella descrizione dai toni adeguati. Come questa:

Con un po’ di fortuna (e dopo una sana dose di spamming), il tutto diviene di pubblico dominio. Qualcuno si imbatte nell’ammasso di idiozie e cattiveria, e lo segnala sulla propria bacheca. Lo sdegno si moltiplica e si diffonde a macchia d’olio, fino a che non arriva nelle mani di qualche giornalista che non ha niente di meglio da fare che stare appollaiato sul social network come un avvoltoio a caccia di carcasse. Se la trova abbastanza appetitosa, il gioco è fatto: una agenzia di stampa diffonde un comunicato ricolmo di indignazione

a cui fanno seguito, come pecore, tutti gli altri organi di informazione online che, come insegna la tradizione del passaggio delle leggende di bocca in bocca, finisce per alterare e mitizzarne i contenuti:

Ignorando che gli ultimi 600 iscritti (ora sono già più di 1200 in totale) siano semplicemente persone schifate desiderose di esprimere la propria rabbia contro i troll che avevano dato fuoco alle polveri. E così passano diversi messaggi, tutti errati

Il primo è degnamente rappresentato dall’agenzia APCOM: “Facebook ancora sotto l’occhio del ciclone a causa di un gruppo, con oltre 800 membri, che si intitola “Deridiamo i bambini Down” (sbagliano pure il nome)”. Facebook “sotto l’occhio del ciclone”? E perché mai? Perché c’è qualche dozzina di troll che si diverte a prendere per il culo il buongusto e il linguaggio? E che c’entra Facebook? Come se prima del social networking non intasassero i forum di discussione, i blog e quant’altro. Allora però non ottenevano le prime pagine. Sia detto chiaramente: Facebook non ha alcuna responsabilità per quanto viene scritto al suo interno. 

Il secondo messaggio è ancora più dannoso. E a incarnarlo, questa volta, è il ministro Mara Carfagna: “Un gruppo inaccettabile, non degno di persone civili, pericoloso. E, soprattutto, un reato che, in quanto tale, sarà perseguito”. Ecco: grazie ai troll si riesce a vendere l’idea (del tutto errata) che Facebook sia una minaccia e non un’opportunità. Il che scatena negli utenti reazioni di questo tipo:

Questo è il reale pericolo: che il fancazzismo di pochi finisca per legittimare limitazioni nella libertà di espressione di tutti. E in un Paese in cui un mese sì e l’altro anche ti ritrovi a dover combattere il ddl Lauro o il decreto Romani di turno, meglio non scherzare. C’è un unico modo per evitare che questo accada, ed è essere consapevoli del meccanismo appena descritto e ignorare i messaggi dei troll. Se proprio non riuscite a resistere al disgusto (ma sappiatelo, qui in gioco non è se si sposi o meno il delirante progetto di ammazzare bambini down, ma se si accetti o meno l’idea che qualcuno ci possa scherzare sopra) allora usate il bottone  “segnala“(“report“) in basso a sinistra nella pagina del gruppo. Ma non iscrivetevi: i giornali poi riportano il numero degli iscritti, e iscrivendovi non fate che gonfiare il bubbone mediatico. E non commentate: non ne vale la pena, perché i troll non hanno orecchie. 

Tutto questo vale anche e soprattutto per voi giornalisti: smettetela di abboccare. Sempre che stiate abboccando, e non facendo gli interessi di chi vi manipola per legittimare interventi censori. Ma a questo non voglio pensare, perché a imboccare la via del complottismo si finisce col pensare che i troll potrebbero essere proprio alcuni di voi.

Stretti nella morsa tra colpa e dolo, meglio la colpa.

Per non finire sul Golgota insieme ai ladroni.

Secondo il ministro Sandro Bondi, il PDL deve guardare alla Chiesa e a Papa Ratzinger per definire la sua identità politica:

Dobbiamo guardare alla Chiesa e a papa Ratzinger perché ha la capacità di guardare ai problemi della modernità. C’è da parte della Chiesa la ricerca della verità senza dimenticare la comprensione per le angosce dell’uomo moderno. C’è, per la Chiesa, la giustizia ma anche la pietas.

Dato che nella Chiesa c’è, come ripetutamente segnalato, chi guarda ai problemi della modernità considerando gli omosessuali dei lebbrosi etici, dei malati, dei patologicamente diversi; che c’è chi sostiene che flagellarsi sia indice di santità; che si ritengono le leggi sull’aborto “assurde e crudeli” e che andrebbero scomunicati i politici che le difendono, penso che Bondi abbia il dovere di chiarire a quale parte si riferisce per ispirare la sua visione del partito. Magari indicandoci dove stiano la pietas e la modernità a cui accenna.

Quanto al novello “ideologo del PDL”, Benedetto XVI, ricordo al ministro che proprio oggi ha dichiarato che potere e beni materiali sono “le tentazioni del diavolo, contro cui ogni uomo è chiamato a lottare”. Chissà se si ispira a questi valori il disegno di legge anti-corruzione ipotizzato da Silvio Berlusconi (“sono stato io a volerlo”), che di potere, beni materiali e altre “tentazioni del diavolo” se ne intende. Chissà se è di una conversione sulla via Damasco che questo Paese ha bisogno per non finire sul Golgota insieme ai ladroni.