Paesaggi digitali per il futuro dell’informazione: il ruolo delle neuroscienze nel rapporto del Nieman Journalism Lab.

Ieri il Nieman Journalism Lab di Harvard ha pubblicato online The Digital Landscape: What’s Next for News? che cerca di dipingere un paesaggio delle frontiere del giornalismo nell’era del digitale. Particolarmente interessante la prima sezione, Brain Power, che si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, professione giornalistica e neuroscienze. Un capitolo degno della massima attenzione, come viene sottolineato anche nell’introduzione al rapporto di Melissa Ludtke, che sostiene che sia giunto il momento di comprendere come e quanti degli avanzamenti tecnologici a disposizione dei giornalisti possono venire assorbiti e processati dal nostro cervello.

Vi propongo di seguito una sintesi contenente i principali concetti espressi nei pezzi sull’argomento.

Feeling the Heat: The Brain Holds Clues for Journalism – Jack Fuller

In futuro, attacca Jack Fuller, sarà la domanda di informazione a dare forma all’offerta: “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it. They will get the kind of news they choose to get. Not the kind they say they want, but the kind they actually choose.”

Non solo: questa domanda sarà sempre più comandata da fiammate emotive (“Information overload, time pressure, and distraction characterize our era. The very nature of the information environment in which we all live creates emotional arousal”): ciò dipende dal fatto che viviamo in uno stato di costante interruzione e distrazione. La sfida per i giornalisti è sfruttare ciò che le neuroscienze stanno scoprendo su come le menti dei lettori reagiscano in simili condizioni di eccitazione emotiva, così da riuscire a persuaderli ad assimilare ciò che conta e richiedere accuratezza. Non farlo significherebbe “ignorare la nostra più importante responsabilità sociale” (“Serious journalists must understand to the very essence the minds that make up this audience in order to know how to persuade people to assimilate the significant and demand the accurate. Anything less is the neglect of our most important social responsibility”).

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Our “deep reading” brain: Its Digital Evolution Poses Questions - Maryanne Wolf

L’immersione in forme di lettura dominate dal digitale avrà un impatto sulla nostra capacità di riflessione e approfondimento? Secondo Maryanne Wolf si tratta di una domanda “che vale la pena porre, ma su cui ora non so rispondere”. In una frase: “Will we lose the “deep reading” brain in a digital culture? No one knows—yet.”

Ciò che per ora sappiamo è che come leggeremo – e che saremo in grado di assorbire dalla lettura – dipenderà sia da ciò che leggeremo che dal mezzo attraverso cui i contenuti verranno veicolato. Che accadrà alle nostre capacità cognitive? Il rischio è che i lettori (bombardati dall’information overflow, dalle mail, dagli status updates etc.) vengano disabituati a considerare tutte quelle sfumature di significato che si  possono cogliere solo grazie a concentrazione e dedizione: “We need to understand the value of what we may be losing when we skim text so rapidly that we skip the precious milliseconds of deep reading processes. For it is within these moments—and these processes in our brains—that we might reach our own important insights and breakthroughs.”

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Novelty and Testing: When the Brain Learns and Why It Forgets – Russell Poldrack

Russell Poldrack si concentra su due aspetti su cui le scienze del cervello stanno iniziando a fare luce, e che potrebbero risultare decisivi per il futuro del giornalismo: novità e apprendimento.

Per quanto riguarda la novità (“novelty”), il fatto che il cervello sia costruito per ignorare il vecchio e concentrarsi sul nuovo, e che dunque la novità stessa sia uno dei principali fattori che determinano su cosa dirigiamo la nostra attenzione, potrebbe aiutare a comprendere perché siamo così attratti dal rispondere agli stimoli provenienti da social media, mail e telefono. Anche rischiando di ruzzolare giù dalle scale: “So what do things happening inside the brain have to do with the way I behave with my iPhone? Well, it’s hard to imagine a more powerful novelty-generating device. Every time it buzzes to signal a new e-mail or text message it is wiring even more firmly into my brain the desire to pick up the device and look for that precious nugget of new information, which often is only a reminder of another committee meeting. Although no research has yet been published on this, I am confident that we soon will see that our bond to these devices works through the same mechanisms in the brain that govern addiction to drugs, food and many other things“. Insomma, siamo tecno-dipendenti.

Circa l’apprendimento, invece, la domanda è come incoraggiarlo per una società alla costante ricerca di frammenti di novità:  “How can news of importance be effectively conveyed through the digital clutter and information overload to people who are in constant novelty-seeking mode?”. A cui si aggiunge un ulteriore problema: come si concilia il fatto che le persone ricordino meglio ciò che costa fatica quando ciò che costa fatica è proprio quello che i lettori tendono a ignorare? Sulla base di conclusioni ricavate da studi psicologici, Poldrack argomenta che una soluzione potrebbe essere presentare le stesse informazioni ripetutamente nel pezzo, anche se stese in modo diverso e inserite in diversi punti della narrazione.

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Thinking about Multitasking: It’s what Journalists Need to Do – Clifford Nass

L’utente medio della Rete, sostiene uno studio condotto a Stanford, è un multitasker. Ovvero fruisce di almeno due contenuti tra loro non relazionati (parlare al telefono mentre si effettua una ricerca su Google, ad esempio) alla volta – in realtà, per la media si parla di quattro flussi indipendenti di informazioni; sei per il 20% del campione. Una abitudine che, secondo uno studio menzionato da Nass, cambia il modo in cui gli individui processano l’informazione. Il che significa un sostanziale peggioramento rispetto alle generazioni precedenti:

  • nella capacità di distinguere informazioni rilevanti e irrilevanti (“In one experiment people were asked to only pay attention to red rectangles and to ignore blue rectangles. While light media multitaskers (LMMs) were unaffected by the blue rectangles, no matter how many there were, the HMMs [heavy media multitaskers] were consistently distracted by the blues: The more blue, the less attention they paid to the red rectangles”)
  • nell’utilizzo della memoria a breve termine (“Participants were shown a sequence of letters and were continually asked whether they saw a given letter exactly three letters before. While LMMs did reasonably well at this task, HMMs did progressively worse with this task as a given letter appeared more frequently and as the number of letters grew.”)
  • nella capacità di passare da un compito all’altro. Una deficienza da vero e proprio “contrappasso” dantesco.

Come dovrebbe reagire il giornalismo di fronte a questa “urge to consume as much unrelated content as possible”? “How will the public be best informed given the emerging cognitive deficiencies created by chronic multitasking?” E’ necessario, conclude Nass, trovare al più presto una risposta a quest’ordine di domande.

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A Big Question: “How Is the Internet Changing the Way You Think?” – John Brockman

In che modo Internet sta cambiano il nostro modo di pensare? Il fondatore di Edge, John Brockman, decide di farne la domanda del 2010. In questo pezzo, dopo aver chiarito le caratteristiche dell’ “arte di fare una buona domanda”, passa in rassegna alcune risposte. Che Brockman vuole improntate sulla modalità comunicativa del “tu”, piuttosto che su quella basata sul “noi”: l’obiettivo è di ottenere argomenti meno formali, più direttamente riguardanti la propria esperienza personale.

L’iniziativa è un successo: vengono inviati 172 saggi, per un totale di 132 mila parole. Brockman passa in rassegna alcune risposte, soffermandosi su quella che lo ha maggiormente colpito, a firma George Dyson. Secondo quest’ultimo il rapporto tra Internet e pensiero può essere raffigurato con una metafora. Nell’Oceano Pacifico del Nord c’erano due modi per costruire imbarcazioni: quello degli Aleut, che realizzavano kayak mettendo insieme frammenti di legna reperiti sulla spiaggia, e quello dei Tinglit, che invece ricavavano canoe intagliando un unico tronco fino a quando non avesse raggiunto la forma desiderata. Il risultato ottenuto è lo stesso, ma attraverso strade opposte. Il nostro rapporto con la Rete, caratterizzato da un ininterrotto flusso di informazioni, ci mette oggi di fronte allo stesso divario culturale: siamo passati da essere costruttori di kayak, che mettono insieme frammenti di informazioni per ottenere un significato, a costruttori di canoe, che invece devono ignorare tutto ciò che sia irrilevante per ottenere il significato desiderato. E’ tempo di di passare tutti dalla parte dei Tinglit, conclude Dyson, se non vogliamo affogare.

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