Tra Italia e Padania, sul baratro del nulla.

La Padania “non esiste, è un’invenzione che va contro l’unità del Paese“. O meglio, “è uno slogan” di successo. No, “non c’è lo stato padano, ma la Padania esiste“. E poi, se è un’invenzione “lo sono anche il Sud e la questione meridionale“. La Padania “è sempre esistita nella storia” e “nella realtà socio-economica” (i voti lo confermano). La Società geografica italiana smentisce: “la Padania come spazio etno-culturale omogeneo non esiste”. Replica: “Chissà cosa dovremmo dire, allora, delle differenze etnico-storico-culturali che esistono tra la Padania e le altre parti del Paese!”. Di più: “Nel 1847 il Principe e cancelliere austriaco Metternich affermò che l’Italia altro non era che un’espressione geografica, e non, quindi una realtà coesa”. Milano, Venezia e Torino devono di conseguenza diventare “capitali”. Del resto, il capoluogo lombardo non può allontanarsi dalle radici che “ha nella storia padana, italiana e mondiale”. Il PDL milanese smentisce la Lega milanese: meglio “non rifarsi all’inesistente storia della Padania ma a quella reale di Milano”. Il tutto è “roba da psichiatria più che da politica: più che la razionalità servirebbe infatti un buon medico”. Nel frattempo viene nominato – non si sa per quale motivo – un “ministro del federalismo” che Bossi immediatamente disconosce (“sono io l’unico ministro del federalismo, “il federalismo lo facciamo io e Calderoli”) e che solleva malumori tra la parte padana e quella italiana della maggioranza. Perfino Gasparri si espone: “lo stimo ma non serviva“. Insomma, anche il federalismo esiste (con tanto di ridondanza) e non esiste (nessuno ha ancora ben capito di che si tratti). Proprio come la Padania. Chissà se qualcuno prima o poi canterà “federalismo libero”, o “federalismo indipendente”.

Dall’ontologia alla tattica: la Padania esiste nel primo articolo dello statuto della Lega Nord, che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana“. Democratici, ma solo finché conviene: da un lato, infatti, “So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile”. Dall’altro, però, in “dieci milioni” sarebbero pronti a sollevarsi in difesa della Padania, “imbracciare i fucili” contro “la canaglia centralista romana”. Del resto “per i fucili c’è sempre una prima volta“: sono “sempre caldi”. Eppure i sondaggi dicono che soltanto il 40% dell’elettorato sarebbe pronto alla “rivolta” per la “secessione”. Contando un 12% dei votanti, e tenendo conto che a votare si è presentato il 64,2% degli aventi diritto, dopo due rapidi e approssimativi calcoli si arriva a poco più di 2 milioni di persone. Chissà, forse i più guerrafondai si nascondono tra i bambini e i non votanti. O forse i voti non dipendono affatto dal teatrino secessionista.

E poi c’è l’inno: Mameli lo si ama “solo per legge“, mentre a scaldare i cuori è il Va’ Pensiero. Che così lo rimpiazza nelle cerimonie ufficiali – tutta colpa del “portavoce”, dice chi sfreccia con l’auto blu a 190 all’ora per “motivi istituzionali”. Nel frattempo Verdi (non v.e.r.d.i., sia chiaro) è la colonna sonora della nazionale che trionfa con il Kurdistan e vince per la terza volta i “mondiali dei popoli”. Una gioia immensa, rivela Renzo Bossi dal palco di Pontida, appena dopo l’annuncio dello speaker: “questa è la nostra nazionale”. Lo sapevamo lo stesso: lo aveva fatto capire Radio Padania, esultando alla rete del Paraguay contro l’Italia ai mondiali sudafricani (quelli “veri”) – in cui gli azzurri batteranno sicuramente la Slovacchia, dice Bossi, “tanto la partita se la comprano” (“il senatore ha passato il segno”, ribatterà la FIGC). “Avete dato più importanza a 300 ascoltatori che a 21 milioni”, tuona La Russa dopo aver ricordato che “Calderoli mi piace molto di più come ministro che come commentatore sportivo. Anche perché la sua conoscenza calcistica si limita alla vittoria della Padania su non so quale squadretta”. Al calcio insomma non si chiedono “sacrifici” (non sono mica dipendenti pubblici o imprenditori che pagano le tasse). Daniele De Rossi dice che tiferà contro la Padania. Miss Padania invece che terrà per l’Italia: “Il Carroccio? Non so che cosa sia… E non conosco nemmeno Alberto da Giussano”. Replica stizzita del senatore Cesarino Monti: “La bellezza non è sinonimo di intelligenza“. E poi c’è Gigi Riva, che sostiene che “bisognerebbe intervenire, perché il nostro paese vive uno stato di confusione e di caos e alla lunga situazioni del genere potrebbero provocare problemi”.

Qualcuno a Napoli, ad esempio, potrebbe vietare l’ingresso e la pizza ai leghisti (“non sono graditi”), colpevoli di aver cantato – come al solito – “noi non siamo napoletani”. Salvini quest’anno a Pontida ha taciuto (l’anno scorso intonò il coro “senti che puzza/scappano anche i cani/sono arrivati/i napoletani/son colerosi, terremotati/e col sapone non si sono mai lavati“) – a parte l’ironia dopo il pareggio con la Nuova Zelanda (“anche la figura di oggi è colpa di Radio Padania?”). Tosi ridimensiona: “Salvini scherza. Quando finirà di fare l’eurodeputato andrà alla Gialappa’s Band“. La Confederazione Sud però non ha proprio gradito le parole provenienti dal “sacro prato” e dalla statua di Alberto da Giussano (ma sarà esistito poi?) alta dieci metri: “è un raduno di montanari“, e bisognerebbe che i quotidiani e le televisioni del Sud boicottassero “le notizie che parlano della lega nord e dei padani: ignorandoli e dando più spazio ai soggetti locali e nazionali”. Raffaele Lombardo si spinge fino a ipotizzare una secessione al contrario, da Sud: serve “Una formazione autonomista legata al territorio” che “potrebbe quindi pesare tanto quanto la Lega e la Sicilia tanto quanto la Padania“. Del resto, l’Unità d’Italia “è virtuale, una invenzione, una falsificazione di cui prima o poi qualcuno avrebbe dovuto prendere atto, perché esistono almeno due Italie: quella ricca e quella povera, quella fortunata e quella emarginata, quella con la piena occupazione e quella con la piena disoccupazione”.

Cronache da un paese sospeso tra reale e virtuale, sul baratro del nulla.

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