Lo “specchio del Paese”.

Dozzine e dozzine di commenti. Editoriali infuocati. Un campo di calcio disseminato di bare. E prime pagine che forzano un paragone tra l’Italia di Lippi e quella di Berlusconi (poteva mancare?). Il giornalismo italiano sembra aver ritrovato il ruggito del leone soltanto contro una vittima designata, la nazionale di calcio, a cui la Slovacchia aveva già giustamente praticato l’eutanasia (certo, avremmo potuto e dovuto farcela, ma perché prolungare l’agonia?). Insomma, un giornalismo dall’istinto necrofilo, che si diverte a dilaniare i brandelli di un cadavere ancora caldo, anche se per poco.

E’ quasi grottesco notare come l’interesse della nazione non coincida con l’interesse della nazione. Come si creda di fare un servizio ai cittadini commentando con fiumi d’inchiostro la disfatta in Sudafrica (ma non si commenta da sé?) e mettendo in secondo piano l’indecenza di un ministro nominato senza che ne siano certe né l’utilità né l’onestà e con un atto di imperio capace di scontentare perfino larghi settori della maggioranza. Sprecando le parole “vergogna”, “catastrofe”, “giustizia” per undici rammolliti in preda al fantasma di loro stessi e non per l’emergenza rifiuti a Palermo, per  le scorie che intossicano i nostri mari, i nostri cibi e moltiplicano i tumori, per le anoressiche che continuano a morire nell’indifferenza generale, per le crisi umanitarie e i crimini internazionali dimenticati dai tg, per le leggi antistoriche che rischiano di avvicinare la nostra libertà di espressione sulla Rete (il vero e proprio crocevia del futuro del Paese) a quella di Cina e Birmania, per i tassi record di disoccupazione giovanile, per il clima vagamente omofobo e razzista che si respira, per i proclami secessionisti di chi giura sulla Costituzione e su uno Statuto che la contraddice, per chi subisce le conseguenze nefaste di una giustizia incapace di seguire il passo della realtà. Senza scomodare noti e stranoti discorsi su tutte le Caste che dividono l’Italia in un Paese già di fatto – anche se non geograficamente – “federale”, disunito, in cui valgono regole diverse (io posso evadere, tu no; io posso avere guai giudiziari e sedere in Parlamento, tu no; io posso scioperare, tu no) per Caste diverse.

Ci fosse questo vigore ogni giorno, nelle redazioni. Questa indignazione. Questa rabbia argomentata, puntuale, che non perdona e allo stesso tempo ha già un occhio rivolto a un futuro – inevitabilmente – migliore. Allora sarei ben lieto di sorbire le scemenze calcistiche di oggi fino all’ultima goccia. Ma domani torneranno il torpore e gli interessi di parte. I distinguo dettati dall’opportunità più che dalle ragioni. I “vorrei ma non posso”. Le inutili guerre intestine. Visto che siamo ancora in tempo di fiamme purificatrici e di qualunquismo, lasciatemelo dire: cari giornalisti, anche voi – e non solo gli azzurri – siete lo “specchio del Paese”.

La foto di Saviano morto? “Peccato sia finta”.

Parola dei lettori della pagina Facebook de Il Giornale:

Ma come, non erano i “comunisti”, i “viola” e i lettori del Fatto e Repubblica gli odiatori di professione su Facebook?

Update: i gestori della pagina si scusano per i commenti apparsi, prendono le distanze e li rimuovono:

Fotomontaggio di Saviano morto: Il Giornale copia La Stampa?

Stamane leggo su La Stampa che Max ha avuto la “brillante” idea di ritrarre – e a sua insaputa – Saviano morto. Cercando approfondimenti sulla notizia vado in Rete e incappo nello stesso pezzo che avevo appena letto sul quotidiano torinese, ma su un altro giornale. Anzi, su Il Giornale.

Il pezzo a firma "redazione" sul sito de Il Giornale.

Questo l’incipit dell’articolo a firma Egle Santolini su La Stampa:

Un po’ Cristo morto del Mantegna un po’ Aldo Moro nel bagagliaio della Renault, ma tra i corpi martoriati evocati dalla foto choc pubblicata dal mensile «Max» in edicola venerdì c’è anche quello di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia. Perché anche qui si tratta di uno scrittore morto ammazzato: nella fattispecie Roberto Saviano, disteso su un lettino da obitorio, il sudario verde, i ferri che gli sostengono la testa, al piede il funereo cartellino identificativo in stile «Csi».

Questo quello del pezzo firmato “redazione” sul sito de Il Giornale:

Alla fine fu incoronato eroe. Un po’ il Cristo morto del Mantegna un po’ Aldo Moro nel bagagliaio della Renault, ma tra i corpi martoriati evocati dalla foto choc pubblicata dal mensile Max in edicola venerdì c’è anche quello di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia. Perché anche qui si tratta di uno scrittore morto ammazzato: nella fattispecie Roberto Saviano, disteso su un lettino da obitorio, il sudario verde, i ferri che gli sostengono la testa, al piede il funereo cartellino identificativo in stile Csi.

L’unica differenza è quell’attacco: “Alla fine fu incoronato eroe“. Una sfumatura di significato più vicina alla linea di Feltri che a quella di Calabresi sul tema Saviano. Per il resto i due pezzi sono identici, con l’unica differenza che il secondo manca dei due paragrafi finali. Questi:

Non tarderemo a saperlo, e pure molto presto: c’è comunque da augurarsi che Saviano, che con la morte addosso ha imparato a vivere, non sia troppo superstizioso.

Mancano i nomi dei possibili mandanti, in questa rappresentazione invero un po’ truculenta di un possibile, temibile, futuro. «Tutti possono immaginarseli», conclude Andrea Rossi.

Ora mi chiedo: ma Egle Santolini lo sa? Un conto è ospitare lo stesso lancio di agenzia o la sua parafrasi, un altro riportare in tronco un pezzo altrui facendolo passare per un’opera della “redazione” del proprio giornale. Ma che razza di giornalismo è questo?

Tra Italia e Padania, sul baratro del nulla.

La Padania “non esiste, è un’invenzione che va contro l’unità del Paese“. O meglio, “è uno slogan” di successo. No, “non c’è lo stato padano, ma la Padania esiste“. E poi, se è un’invenzione “lo sono anche il Sud e la questione meridionale“. La Padania “è sempre esistita nella storia” e “nella realtà socio-economica” (i voti lo confermano). La Società geografica italiana smentisce: “la Padania come spazio etno-culturale omogeneo non esiste”. Replica: “Chissà cosa dovremmo dire, allora, delle differenze etnico-storico-culturali che esistono tra la Padania e le altre parti del Paese!”. Di più: “Nel 1847 il Principe e cancelliere austriaco Metternich affermò che l’Italia altro non era che un’espressione geografica, e non, quindi una realtà coesa”. Milano, Venezia e Torino devono di conseguenza diventare “capitali”. Del resto, il capoluogo lombardo non può allontanarsi dalle radici che “ha nella storia padana, italiana e mondiale”. Il PDL milanese smentisce la Lega milanese: meglio “non rifarsi all’inesistente storia della Padania ma a quella reale di Milano”. Il tutto è “roba da psichiatria più che da politica: più che la razionalità servirebbe infatti un buon medico”. Nel frattempo viene nominato – non si sa per quale motivo – un “ministro del federalismo” che Bossi immediatamente disconosce (“sono io l’unico ministro del federalismo, “il federalismo lo facciamo io e Calderoli”) e che solleva malumori tra la parte padana e quella italiana della maggioranza. Perfino Gasparri si espone: “lo stimo ma non serviva“. Insomma, anche il federalismo esiste (con tanto di ridondanza) e non esiste (nessuno ha ancora ben capito di che si tratti). Proprio come la Padania. Chissà se qualcuno prima o poi canterà “federalismo libero”, o “federalismo indipendente”.

Dall’ontologia alla tattica: la Padania esiste nel primo articolo dello statuto della Lega Nord, che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana“. Democratici, ma solo finché conviene: da un lato, infatti, “So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile”. Dall’altro, però, in “dieci milioni” sarebbero pronti a sollevarsi in difesa della Padania, “imbracciare i fucili” contro “la canaglia centralista romana”. Del resto “per i fucili c’è sempre una prima volta“: sono “sempre caldi”. Eppure i sondaggi dicono che soltanto il 40% dell’elettorato sarebbe pronto alla “rivolta” per la “secessione”. Contando un 12% dei votanti, e tenendo conto che a votare si è presentato il 64,2% degli aventi diritto, dopo due rapidi e approssimativi calcoli si arriva a poco più di 2 milioni di persone. Chissà, forse i più guerrafondai si nascondono tra i bambini e i non votanti. O forse i voti non dipendono affatto dal teatrino secessionista.

E poi c’è l’inno: Mameli lo si ama “solo per legge“, mentre a scaldare i cuori è il Va’ Pensiero. Che così lo rimpiazza nelle cerimonie ufficiali – tutta colpa del “portavoce”, dice chi sfreccia con l’auto blu a 190 all’ora per “motivi istituzionali”. Nel frattempo Verdi (non v.e.r.d.i., sia chiaro) è la colonna sonora della nazionale che trionfa con il Kurdistan e vince per la terza volta i “mondiali dei popoli”. Una gioia immensa, rivela Renzo Bossi dal palco di Pontida, appena dopo l’annuncio dello speaker: “questa è la nostra nazionale”. Lo sapevamo lo stesso: lo aveva fatto capire Radio Padania, esultando alla rete del Paraguay contro l’Italia ai mondiali sudafricani (quelli “veri”) – in cui gli azzurri batteranno sicuramente la Slovacchia, dice Bossi, “tanto la partita se la comprano” (“il senatore ha passato il segno”, ribatterà la FIGC). “Avete dato più importanza a 300 ascoltatori che a 21 milioni”, tuona La Russa dopo aver ricordato che “Calderoli mi piace molto di più come ministro che come commentatore sportivo. Anche perché la sua conoscenza calcistica si limita alla vittoria della Padania su non so quale squadretta”. Al calcio insomma non si chiedono “sacrifici” (non sono mica dipendenti pubblici o imprenditori che pagano le tasse). Daniele De Rossi dice che tiferà contro la Padania. Miss Padania invece che terrà per l’Italia: “Il Carroccio? Non so che cosa sia… E non conosco nemmeno Alberto da Giussano”. Replica stizzita del senatore Cesarino Monti: “La bellezza non è sinonimo di intelligenza“. E poi c’è Gigi Riva, che sostiene che “bisognerebbe intervenire, perché il nostro paese vive uno stato di confusione e di caos e alla lunga situazioni del genere potrebbero provocare problemi”.

Qualcuno a Napoli, ad esempio, potrebbe vietare l’ingresso e la pizza ai leghisti (“non sono graditi”), colpevoli di aver cantato – come al solito – “noi non siamo napoletani”. Salvini quest’anno a Pontida ha taciuto (l’anno scorso intonò il coro “senti che puzza/scappano anche i cani/sono arrivati/i napoletani/son colerosi, terremotati/e col sapone non si sono mai lavati“) – a parte l’ironia dopo il pareggio con la Nuova Zelanda (“anche la figura di oggi è colpa di Radio Padania?”). Tosi ridimensiona: “Salvini scherza. Quando finirà di fare l’eurodeputato andrà alla Gialappa’s Band“. La Confederazione Sud però non ha proprio gradito le parole provenienti dal “sacro prato” e dalla statua di Alberto da Giussano (ma sarà esistito poi?) alta dieci metri: “è un raduno di montanari“, e bisognerebbe che i quotidiani e le televisioni del Sud boicottassero “le notizie che parlano della lega nord e dei padani: ignorandoli e dando più spazio ai soggetti locali e nazionali”. Raffaele Lombardo si spinge fino a ipotizzare una secessione al contrario, da Sud: serve “Una formazione autonomista legata al territorio” che “potrebbe quindi pesare tanto quanto la Lega e la Sicilia tanto quanto la Padania“. Del resto, l’Unità d’Italia “è virtuale, una invenzione, una falsificazione di cui prima o poi qualcuno avrebbe dovuto prendere atto, perché esistono almeno due Italie: quella ricca e quella povera, quella fortunata e quella emarginata, quella con la piena occupazione e quella con la piena disoccupazione”.

Cronache da un paese sospeso tra reale e virtuale, sul baratro del nulla.

Maturità: il vero “siamo soli” non riguarda gli UFO, ma i costi.

Al via gli esami di maturità. E mentre giornali e blog si chiedono – giustamente – che c’entrino gli ufo (il commento migliore è di Spinoza.it: “I temi di maturità: Primo Levi, le foibe, gli ufo e i giovani in politica. Due tracce di storia e due di fantascienza“), a nessuno è venuto in mente di chiedersi il costo e soprattutto l’efficienza dell’operazione.

A nessuno o quasi. OpenParlamento, infatti, sottolinea come le commissioni d’esame costino più di quanto lo Stato possa permettersi. Il pezzo menziona l’esempio del liceo scientifico Majorana di Putignano in Puglia, dove le famiglie hanno dovuto coprire con 145 euro ciascuna la carenza di fondi ministeriali. Un caso tutt’altro che isolato, come rivelano diversi interventi in Parlamento, in cui ci si riferisce ad esempio al fatto che alcuni dirigenti scolastici siano costretti a chiedere un contributo ai genitori, che avviene ufficialmente su base “volontaria”, per permettere il proseguo dell’attività didattica.

Eppure una soluzione ci sarebbe, ipotizza il sito: basterebbe non ricorrere a commissari esterni, decurtando così il costo delle commissioni dagli attuali 10 milioni di euro a una cifra intorno ai 500 mila. Soprattutto da quando un decreto ministeriale del 2007 ha introdotto una quota di compenso aggiuntiva che varia in funzione della distanza tra la sede degli esami e il luogo di residenza: si va dai 171 euro per un tragitto percorribile in 30 minuti “con i mezzi di linea extraurbani più veloci” ai ben 2270 per tempi superiori ai 100 minuti.

Insomma, conclude OpenParlamento,

In una fase di crisi economica questa sembrerebbe una soluzione auspicabile, non solo perchè farebbe risparmiare una somma importante da poter investire in finalità più utili all’attività didattica, ma anche perchè andrebbe incontro alle richieste degli studenti, da sempre favorevoli ad avere le commissioni composte dagli stessi professori che li hanno seguiti nell’evoluzione scolastica.

Certo, ci sarebbe molto altro da discutere sul tema della riforma scolastica. Tuttavia anche limitandoci alla maturità mi piacerebbe che, insieme ai dilemmi fermiani e alla destra che esulta per l’introduzione delle foibe tra i temi d’esame, si valutasse quanto proposto da OpenParlamento. O quando si tratta di cose serie siamo soli per davvero?