E se l’incubo fosse figlio dell’Occidente?

Under the brown fog of a winter dawn
A crowd flowed under London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
- T. S. Eliot, The Waste Land

E se il distopico fosse figlio della società occidentale? Proviamo a pensarci. La storia degli incubi sociali nella nostra civiltà è legato in modo indissolubile all’annientamento dell’individualità. Da Platone in poi, l’uomo distopico è un uomo come tutti gli altri, identico a tutti gli altri. Un numero, programmato per restituire certe somme quando addizionato a un certo stimolo. A fare sesso quando l’equazione lo prevede come risultato. A gestire i propri rapporti familiari in modo matematico. A pensare ciò che il grafico cartesiano del pensiero restituisce.

Questo indipendentemente dall’ideologia politica che informa il regime distopico. Sia esso socialista o nazista, l’oligarchia illuminata o l’eugenetica, l’inferno è essere, sempre e comunque, l’altro. Amare ciò che è chiamato, invariabilmente, amore. Incastonarsi per sempre nella pietra scolpita dal Partito Unico, dai Filosofi, dalle Rivelazioni. Il terrore è dunque che l’amore non sia in qualcuno o qualcosa di perfettamente singolare, il massimamente unico. Dio e la verità in questo senso non sono che il nome di ciò che è più lontano dal terrore, il sinonimo di una identità pura, assoluta, che rappresenta la libertà incondizionata di relazionarsi con chi si vuole, quando si vuole, come si vuole ed essere, allo stesso tempo, nel giusto.

Il terrore, nella storia del nostro pensiero, è il campo di concentramento. Ma anche il plotone diviso per Caste di Huxley. O i due minuti d’odio. O il libro che brucia in Farenheit 451. Perché tutte queste esperienze, la prigionia, la violenza, l’ignoranza, ci uniformano. Ci rendono indistinguibili l’uno dall’altro. E quindi manipolabili, schiavi di ciò che uniforma. E cioè del nazista, dello scientismo, della barbarie. Nel pensiero orientale, al contrario, la perdita dell’individualità non è associata all’incubo, ma all’estasi. Fermare il pensiero, in quel caso, non significa cadere invariabilmente vittima di una tirannia della morte o della volontà, ma fermare la morte e la volontà. Se il distopico è l’organizzazione sociale massimamente indesiderata, e se massimamente indesiderata è l’organizzazione sociale che prevede per tutti lo stesso ruolo di numero, allora non c’è nulla di paragonabile al distopico nella storia del pensiero orientale.

È una domanda profondamente inquietante quella che allunga il dubbio che sia stata la nostra stessa cultura a partorire l’incubo che, fattosi storia nei regimi totalitari e negli stermini di massa di tutte le epoche, ha provocato la morte di milioni di individui. E ne provocherà infiniti milioni, proprio perché inestricabilmente legata al nostro stesso respiro, al nostro essere profondo. Che eguaglia libertà e differenza, scelta e felicità. Differenza e scelta non sono che scorie, nel pensiero orientale. Retaggi di una condizione di prigionia, catene che vanno superate nel dissolvimento del nirvana.

Forse insieme alla nostra libertà abbiamo creato anche il sangue che ci costringe a rinnovarla. Perché il nostro è un mondo fatto di cambiamento, laddove l’altro, quello orientale, è rimasto immobile. Fermo nello stupore, senza rivoluzioni e collassi e ulteriori rivoluzioni. Forse dunque il distopico è parte di noi, e annientarne la possibilità, teorica e nella storia, significherebbe ripensare profondamente la nostra stessa condizione umana, il significato del nostro essere individui. Forse è a questo punto una cosa privata la politica.

Resta, ad ogni modo, aperta la questione: che testimonianze ha dato la storia del pensiero orientale dell’ipotesi che l’incubo sociale, in quella cultura, sia l’individualità assoluta? E soprattutto: è dotato davvero, quel pensiero, di un qualunque incubo sociale?

 

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6 pensieri su “E se l’incubo fosse figlio dell’Occidente?

  1. E’ molto più semplice.
    L’unico metodo fecondo di conoscienza è il metodo scientifico, che non è roba recente, parliamo da Bacone in poi. Da quel punto, usando come boost anche fattori come ad esempio la rivoluzione industriale, abbiamo questo impareggiabile strumento in mano. Solo che per secoli siamo stati a-scientifici e i nostri retaggi (non solo religiosi) hanno portato ad eccessi (culto della Dea ragione, Positivismo, etc) o repulse (romanticismo, fondamentalismi, localismi).
    Il mix per non caderci più è:
    metodo scientifico + pensiero debole + relativismo
    non a caso tutti e 3 osteggiati da tutte le chiese.

    • Ti prego di spiegarmi cosa intendi per pensiero debole,relativismo e in che cosa ritieni l’avversità di “tutte le Chiese”,perchè non riesco a seguirti. Grazie.
      Aldo

  2. Ho apprezzato immensamente, caro Fabio, questa tua ‘ricostruzione filosofica’. Devo ammettere che i tuoi stessi quesiti me li sono posti anche io, numerose volte, e non solo di recente. Vorrei pero’ sottolineare un paio di cose, se mi e’ consentito.
    Innanzi tutto, non rischiamo di cadere in una generalizzazione – positiva o negativa – del mondo orientale. Mi sembra quantomeno fuorviante affermare che il mondo orientale sia a-scientifico. Cosi’ come (anche per rispondere a Filippo Filippini) e’ decisamente fuorviante affermare che prima di Bacone e Galileo non ci fosse scienza o metodo scientifico. C’era eccome, solo che era diverso da quello che adesso viene definito come IL metodo scientifico (e chi si proclama ‘relativista’ dovrebbe avere ben chiara in mente l’idea che possano esistere, e di fatto sono esistiti e esistono, diversi metodi scientifici). In fondo, se non vogliamo sostenere l’ipotesi aliena, dobbiamo pur prendere atto del fatto che gli Egiziani hanno costruito le piramidi e il faro d’Alessandria, applicando un’ingegneria e addirittua una matematica alternativa alla nostra (l’algebra venne inventata dagli arabi solo diversi secoli dopo). Lo stesso vale per il mondo orientale: loro hanno diverse scienze, dalla medicina all’ingegneria alla fisica, che sono alternativi a quella occidentale. Definire queste attivita’ razionali dell’Oriente come a-scientifiche mi sembra sostenere sottovoce che l’unico metodo scientifico e’ quello nostro, il che mi sembra una presa di posizione molto forte. Certo, la scienza occidentale e’ molto forte a livello empirico, ma che il ‘peso empiricio’ sia l’obiettivo principale della scienza e’ a sua volta un assunto del metodo scientifico occidentale e, pertanto, non e’ indipendente da esso.
    Ora, a parte i problemi di scienza/non-scienza/conoscenza, trovo decisamente affascinante il discorso della soggettivita’ occidentale come radice di tutti i mali. C’e’ da dire pero’ che molte filosofie/religioni orientali – dal Buddhismo ai trascendetalismi di origine Vedica – non accusano tanto l’individualita’ in quanto tale, ma piuttosto l’idea del Se’. Individualita’ e Se’ non sono esattamente la stessa cosa (almeno all’interno di quelle filosife/religioni).
    Secondo i Buddhisti, la liberta’ non e’ essere liberi di poter fare qualsiasi cosa, bensi’ essere liberi di poter fare una sola cosa. Sembra un’idea molto restrittiva di liberta’, o quasi antitetica alla nozione stessa di liberta’. In realta’, quello che vogliono dire i Buddhisti, e’ che la vera liberta’ e’ quella che ci rende liberi di seguire le nostre ‘nature’, che si manifestano in un talento, un progetto, un’inclinazione unici. Ognuno di noi nasce con un’inclinazione naturale diversa (forse questa inclinazione e’ innata, forse e’ un residuo dei vari passaggi Karmici che fanno la staffetta da reincarnazione a reincarnazione). Come che sia, ognuno di noi deve seguire la sua natura e, implicitamente ma neanche tanto, ognuno di noi ha una natura diversa da seguire. Farsi imporre scelte e decisioni dagli altri, cominciare a fare cose che ‘naturalmente’ non ci appartengono, significa allontanarsi dalla propria unica natura. Quale grande celebrazione della diversita’, se ci pensi bene!
    Lo stesso vale per i trascendentalisti di radice Vedica. Attraverso la ripetizione mentale di formule mantriche associate a tecniche di meditazione particolari, il trascendentalista si abbandona al grande pensiero, di cui il suo Se’ non e’ nient’altro che una manifestazione quasi accidentale. I pensieri soggettivi, dicono loro, sono come onde e cavalloni, ma se riesci a immergerti e andare in profondita’, arriverai agli abissi di quel mare, immobile, assoluto, che genera le onde superficiali (cioe’, ripeto, le varie individualita’). Tuttavia, attraverso il contatto con questa forma originaria di pensiero, l’obiettivo del trascendetalimso non e’ quello di cancellare le individualita’ e le differenze personali, al contrario. L’obiettivo e’ quello di ricollegarti a quell’oceano sottostante di pensiero, condizione del tuo singolo pensiero individuale, per far si’ che proprio la tua individualita’ venga ‘sostenuta’ da quella fonte originaria. In fondo, come dicono i vedici, il vero meditatore non e’ colui che che passa la vita a meditare, bensi’ colui che dopo aver meditato va a applicarsi nell’esercizio delle propri naturali inclinazioni. Per paradossale che possa sembrare, quindi, il vero meditatore e’ l’uomo d’azione.
    A una conclusione del genere, del resto, ci arrivano anche i Buddhisti. Inoltre, proprio il Buddha esortava vivamente i suoi seguaci a esercitare una specie di ‘ragione critica’. In particolare, invitava gli altri a applicare lo scetticismo metodologico nei confronti della sua dottrina, provare a ‘falsificarla’, se cosi’ vogliamo dire, e magari un domani migliorarla o addirittura sostituirla.
    Veniamo, infine, a quel calderone misterioso e ribollente che e’ l’antica Kabbhala ebraica. Schierandosi apertamente in opposizione nei confronti di un’interpretazione letterale delle Sacre Scritture, per la Kabbhala ‘Satana’ non e’ l’angelo invidioso e pettegolo scacciato negli inferi piu’ infernali. ‘Satana’ e’ il Se’, l’egoismo, l’egocentrismo. Per non cadere nelle ‘tentazioni di Satana’, l’individuo deve andare aldila’ del proprio Se’, aprirsi, ‘esplodere’ in un certo senso. Questo significa che per la Kabbhala la differenza individuale e’ satanica? Manco per niente! Infatti, il virtuoso, per i Kabbhalisti, e’ colui che insegue il proprio desiderio. Quella di ‘desiderio’ e’ una nozione sacra per la Kabbhala (nella metafisica e cosmologia kabbhalista, il mondo e’ nato da ‘un’esplosione di desiderio’). Quindi, ogni individuo deve inseguire i propri desideri, ma capendo che non e’ lui stesso il centro di tutto, ma bensi’ che lui, nella sua individualita’, fa parte di un tutto piu’ grande di luce primordiale.
    Spero di aver spiegato in maniera sufficientemente chiara che tutte queste dottrine, filosofie e religioni orientali non eliminano l’idea di soggettivita’, ma piuttosto la inquadrano all’interno di una prospettiva (metafisica, spirituale, etica) piu’ ampia e, addirittura, a volte la esaltano. Il gesto contro-natura, la tentazione satanica, non e’ l’individualita’, ma un’idea di Se’ fuorviante, perniciosa e pericolosa. Che poi ci siano delle differenze e diversita’ individuali… ma che ben venga! Il mondo e’ bello proprio perche’ e’ vario.
    Che differenza c’e’ fra queste concezioni orientali e il Brand New World di Huxley? I vari individui che formano le caste ‘alpha’, ‘beta’ e ‘gamma’, nel suo romanzo, non fanno proprio quello per cui sono nati? Assolutamente no. Innanzi tutto gli individui di Huxley non sono neanche nati, bensi’ costruiti in laboratorio. Secondo, loro non seguono le loro inclinazioni naturali (essendo costruiti in provetta non sono neanche certo se si possa dire che siano delle entita’ naturali tout court), ma seguono un ordine imposto che non va a beneficio di un disegno piu’ grande, di un oceano di pensiero trascendentale, della complessita’ della natura o di un desiderio di luce. Essi, infatti, sono schiavizzati, manipolati e – nel romanzo – addirittura drogati a vantaggio di un gruppo ristretto di persone privilegiate (contro-natura, egocentriche, ‘sataniche’ in senso Kabbhalistico), che poi sarebbero quelli che vivono sulla punta della piramide della casta alpha.
    Il quesito rimane: in quel romanzo (cioe’, nella societa’ occidentale) chi e’ piu’ felice, il ‘selvaggio’ o le pedine del sistema? Ne’ l’uno ne’ gli altri. L’ uno e’ solo (quindi egocentrico), terribilmente e palesemente infelice – tant’e’ che fa la fine che fa – gli altri credono di essere felici ma non sanno manco cosa sia la felicita’ o la liberta’. C’e’ una terza categoria di individui che molto spesso non viene neanche menzionata quando si parla di Brand New World: quelli che, nel romanzo, vengono definiti ‘deportati’ – deportati, per l’esattezza, nel campo di concentramento in Islanda. Il ‘campo di concentramento’, in realta’, non e’ un luogo di orrori e esecuzioni di massa, ma un luogo recintato all’interno del quale ci sono questi pericolosi individui sovversivi. Quando due dei protagonisti di Brand New World vengono deportati in Islanda, il capo-alpha dice loro di invidiarli: e’ in quel campo di concentramento, infatti, che vivono le persone piu’ intelligenti, originali e libere. Si dice che lo stesso Huxley volesse scrivere un romanzo ambientato in quel campo di concentramento in Islanda, descritto come una specie di grande universita’ del libero pensiero.
    La conclusione a cui voglio giungere? Forse hanno ragione gli orientali e la nostra felicita’ individuale non dipende solo da noi stessi. Forse ha ragione Huxley e i ‘deportati’ sono gli unici a essere felici, anche se non possono vivere nella societa’ degli altri. Quindi e’ giusto combattere contro i sopprusi, i propri diritti eccetera eccetera, ma piu’ che ‘lottare’ bisogna riuscire a seguire la propria natura, bisogna ‘lasciarsi andare’ e in questo modo realizzarsi, essere felici riuscendo a essere liberi non di fare ogni cosa, ma la cosa piu’ importante per la propria determinazione individuale.
    Io ci sto provando, caro Fabio, e e’ per questo che invece di criticare negativamente lo stato di fatto, provo nel mio piccolo a diffondere idee positive, che possano far suscitare le passioni individuali degli altri.
    In fondo, la migliore vendetta e’ essere felici.

  3. Il relativismo supera l’angoscia, l’horror vacui che prova l’uomo quando scopre che non c’è nessun “etere”, ad esempio. Che c’è il vuoto.
    La terra è un pianeta periferico di sistema solare periferico di una galassia ai margini dell’universo. Più relativismo di così.
    Tutto l’800 è spinta di sentimenti, di impulsi: i romantici, Herder. Ciò produce alla fine del secolo l’antisemitismo “scientifico” e tutti i drammi del ’900. La Fisica (la regina delle scienze) di fine ’800 si sentiva prossima a trovare l’equazione del mondo, in una piena visione classica e deterministica.
    Il ’900 si apre con la teoria della relatività. Non esiste più un prima o un dopo, osservatori diversi possono vedere cose accadere indifferentemente prima o dopo. Poi nei ’20 viene demolita la struttura stessa della materia con la meccanica quantistica, tutto è probabilità.
    Vabbè: rimane la scienza pura, la matematica. Macché: Godel nel ’32 demolisce anche quella: da un insieme di assiomi e di regole discendono sicuramente teoremi indecibili, non dimostrabili.
    Cosa volete di più?
    Tutto è pensiero debole. Tutte le affermazioni forti (IO ESISTO ad es.) sono basate su CONVENZIONI (ASSIOMI) e REGOLE DI INFERENZA del tutto arbitrarie, e ciò nonostante sono destinate a produrre affermazioni indecibili.
    Come una scienza – in realtà ormai una parascienza – come la filosofia possa pretendere di voler pervenire ad affermazioni FORTI è il più grande mistero che mi si prospetta dinanzi da quando sono adulto.

  4. Non capisco il carattere di certe ‘ricostruzioni razionali’, davvero fuorvianti…
    Io quando parlo di ‘relativismo’ mi riferisco al relativismo epistemico e culturale, non alla posizione dei pianeti (per es., una proposizione di carattere scientifico o morale puo’ assumere un valore di verita’ diverso a seconda del quadro concettuale all’interno della quale viene enunciata; ancora piu’ estremamente: alcune proposizioni che all’interno di un quadro concettuale di riferimento effettivamente possiedono dei valori di verita’ – o potrebbero assumerli – non li possiedono – o non potrebbero possederli – all’interno di altri quadri concettuali di riferimento). Cosa c’entra questo con la posizione dei pianeti, davvero non lo so… (Effettivamente, il ‘problema del relativismo epistemico’ nasce nel Novecento, secoli dopo la Rivoluzione Copernicana).
    La teoria della relativita’… Bhe’, innanzi tutto dovrebbo precisare: la teoria della relativita’ generale o la teoria della relativita’ speciale? Due cose non divergenti ma abbasta differenti. Inoltre, ne’ l’una ne’ l’altra teoria della relativita’ afferma che ‘non esiste ne’ un prima ne’ un dopo’, o che osservatori diversi possono vedere cose indifferentemente prima o dopo. Esageratissimo nonche’ falso. Innanzi tutto, quando uno parla di teoria della relativita’ e dice la solita frase fatta che ‘tutto e’ relativo’, dovrebbe anche chiedersi ‘relativo a cosa’? La risposta data da Einstein: relativo alla velocita’ della luce, che non puo’ essere superata da nessun corpo fisico e, pertanto, diviene un parametro assoluto. (Nota: ci sono effettivamente dei problemi di interpretazione, che nascono proprio all’interno della teoria della relativita’ speciale – ma non tanto in quella generale: Einstein non impedisce, in linea di principio, che nessun ‘corpo’ possa superare la velocita’ della luce, ma solo che ‘l’informazione’ non puo’ essere trasmessa a una velocita’ superiore a quella della luce. La Teoria Standard delle particelle prevede l’esistenza di entita’ subatomiche chiamate ‘tachioni’ che potrebbero viaggiare a una velocita’ superiore a quella della luce – quindi, volendo, anche viaggiare indietro nel tempo. I tachioni non sono mai stati osservati e ci sarebbe da chiedersi se, effettivamente, essi siano in grado di segnalare informazione). Inoltre, il merito di Einstein e’ stato quello di considerare la quarta dimensione, che e’ quella spazio-temporale (non solo quella temporale, e’ importante ricordare che la quarta dimensione e’, appunto, spazio-temporale). Persone che si trovano in diverse regioni spazio-temporali – e qui’ si parla di regioni cosmiche distantissime – possono vedere in successione eventi che persone che si trovano nella stessa regione spazio-temporale osserverebbero come istantanei. Cosa c’entra questo col fatto che ognuno puo’ vedere le cose indifferentemente prima o dopo?
    La meccanica quantistica… Tutto e’ probabilita’? Ma manco per niente. Il mondo quantistico e’ probabilistico (tra l’altro, la meccanica quantistica utilizza un’algebra non-commutativa, e di conseguenza segue le regole di una teoria della probabilita’ non-classica), cosi’ come il mondo della Statistica Meccanica (che venne avanzata almeno mezzo secolo prima rispetto alla meccanica quantistica, e segue le regole della probabilita’ classica). Nel mondo macroscopico (“non-quantistico”) siamo tutti ben piu’ che soddisfatti con la fisica Newtoniana (deterministica): pensa che casino se cosi’ non fosse.
    Matematica come scienza pura… Gia’ come definizione mi sembra traballante. La matematica e’ una scienza? Se si’, qual’e’ il suo contenuto empirico? Esistono ‘scoperte’ e ‘rivoluzioni matematiche’? Insomma, quello della matematica e’ un argomento decisamente scottante. (Il filosofo della scienza Imre Lakatos, defini’ la matematica come una scienza ‘quasi-empirica’). Sorvolando sulle definizioni, vediamo cosa disse Godel a proposito di questa disciplina. Godel non disse che ‘da un insieme di assiomi e di regole discendono sicuramente teoremi indecidibili’. Godel dimostro’ semplicemente che ALCUNE proposizioni avanzate all’interno di un sistema assiomatico sono indecidibili (=non possono essere giustificate) all’interno del linguaggio assiomatico stesso all’interno del quale esse sono espresse. Da questo punto di vista, per Godel la matematica e’ ‘incompleta’ (non indecidibile): per giustificare alcune delle sue proposizioni (soprattutto relative alla teoria fondamentale dei numeri e degli insiemi) bisognerebbe ricorrere a un linguaggio meta-matematico, di cui alcune proposizioni a loro volta dovranno essere giustificate da un linguaggio meta-meta-matematico, che a sua volta, eccetera, eccetera, eccetera…
    Ora, se qui’ mi si viene a dire che spreco parole per non dire nulla, ma che ben venga. Sono piu’ che contento di limitarmi a sapere quello di cui parlo, anzicche’ incorrere in errori categoriali e definizioni (di base) fondamentalmente sbagliate. Ovviamente, allo stesso tempo sono anche molto “socratico” perche’ ‘so di non sapere’ molte cose. Bhe’, sempre meglio di ‘non sapere di non sapere’.

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