Il «piano bipartisan» del Cav? No, grazie [Anzi, sì].

La proposta del Cavaliere a Bersani per un «piano bipartisan per la crescita» non è piaciuta per nulla ai lettori del Corriere.it:

Chissà se l’ultimo editoriale del direttore Ferruccio De Bortoli, intitolato profeticamente «La necessità di una tregua», aveva suscitato gli stessi “entusiasmi“.

(Grazie ad Arianna Ciccone per la segnalazione)

Aggiornamento: Nella notte si è verificata una strana inversione di tendenza. Ieri sera, verso le nove, avevano votato 31 mila persone. Le percentuali, tuttavia, non erano mutate:

Stamane, al contrario, i votanti sono diventati 68 mila. E le percentuali si sono ribaltate:

O gli elettori di Berlusconi si esprimono di notte, o qualcosa non torna.

La chiusura della rete in Egitto e il potere di chi ha potere.

Venerdì, mentre per la prima volta nella storia un intero Paese scompariva dalle mappe di internet, Repubblica.it sparava incautamente in prima pagina un pezzo con i seguenti titolo e sommario:

Dico incautamente perché proprio in quelle ore si stava verificando l’esatto contrario: la censura, in Egitto, ha abbattuto la tecnologia, spegnendo la rete e i telefonini. Una situazione che, come si può vedere in questo grafico di Ripestat che mostra l’attività di routing nel Paese, si protrae ancora adesso, a distanza di quasi 60 ore:

Anche se, come nota Craig Labovitz di Arbor Networks, da un po’ sembra essere ripresa la funzionalità dei servizi di telefonia mobile (almeno in parte):

L’evento è senza precedenti, e solleva con prepotenza a mio avviso, al di là della protesta in corso, l’urgenza di porre sul tavolo del dibattito pubblico internazionale la difesa della libertà di espressione in rete.

Una questione astratta? Per nulla. Secondo il Los Angeles Times, per esempio, per spegnere internet in Egitto «potrebbero essere bastate poche telefonate». Il che significa che in Egitto la legislazione è tale per cui gli Internet service provider debbano assecondare immediatamente gli ordini del governo. In caso contrario, niente business in territorio egiziano.

Che le cose stiano a questo modo lo ha confermato anche Paolo Brini, rispondendo a una mia domanda sulla mailing list del centro Nexa, in cui chiedevo lumi sul comportamento di Vodafone Egypt.

Scrive Brini che

Le legge consente al governo di ordinare a qualsiasi fornitore di accesso telefonico, mobile o fisso, l’immediata sospensione del servizio senza mandato di un magistrato e senza possibilità di opposizione/ricorso (leggi di emergenza del 1967, credo, tuttora in vigore). L’unico ISP autorizzato a rimanere up è noor perché usato da banche e operatori di borsa. A Vodafone è stato intimato di sospendere tutto il servizio mobile, voce compresa, non solo dati e SMS. Il governo egiziano se la può cavare dicendo qualsiasi cosa, i cables di Wikileaks ridiffusi stamattina mostrano come l’Egitto sia stato governato da un regime brutale e di terrore basato sulla tortura e l’intimidazione negli ultimi decenni: non vorrei essere nei panni dei tecnici e dei dirigenti di un ISP che non dovesse ottemperare alle richieste di quel governo. Attualmente le notizie arrivano via satellite (ma in certe zone ci sono apparati di jamming), via connessioni Internet dial-up con bridge BBS->Internet approntati in fretta e furia (ma ora in diverse zone le telefonate da rete fissa sono state bloccate) e con altri mezzi.

Resta di certo da capire a fondo l’unicità delle condizioni, infrastrutturali e legislative, che hanno permesso che ciò accadesse. Tuttavia il caso dell’Egitto dimostra, credo, che è bene non gingillarsi troppo con l’idea dei social media come strumento inafferrabile di rivoluzione e della rete come di un che di intrinsecamente libero, che sfugge per definizione alle maglie della censura.

Come scrive da tempo Vittorio Zambardino, e come ha ripetuto su Scene Digitali proprio oggi,

ogni volta che ci facciamo illusioni sul potere dei social media e della rete, poi vediamo che basta un interruttore girato nel modo giusto e tutto è finito.

Allora la questione diventa: perché, invece di soffermarci solamente sugli opposti ideologismi (internet è la salvezza, internet è il demonio) non ci adoperiamo per rendere più socialmente reponsabile il business di queste multinazionali e più democratiche le leggi che regolano la fornitura dell’accesso nei diversi paesi del globo? Davvero non c’è modo di chiedere a Vodafone, per esempio, di esercitare il suo potere contrattuale, in sede di definizione degli accordi, e rifiutare così quelli che prevedano il sottostare a un diktat governativo? Davvero la comunità internazionale non può interferire in alcun modo con la volontà del governo egiziano di calpestare un diritto elementare dei cittadini come quello a esprimersi?

Questo intendo, quando parlo di difendere la libertà di espressione in rete. Il compito è immane, naturalmente, ma penso ci si debba provare, se non si vuole consegnare un mezzo formidabile come internet all’arbitrio dei governi e agli interessi delle aziende. Insomma, a quella rete di poteri che a volte, per troppa speranza, non riusciamo a vedere.

La tolleranza e l’impunità.

Ha ragione Javier Marias: c’è un senso in cui la tolleranza «cresce in noi giorno dopo giorno», in particolare negli italiani. Ma è un senso «scuro», che non riguarda il vedere il diverso come uguale, ma l’uguale come diverso. È la tolleranza verso «l’impunità che sempre più impera nel mondo».

Che fa sì che ci siano «politici e imprenditori che festeggiano come una vittoria e una discolpa il fatto che il reato di cui li si accusa sia stato prescritto», quando «una prescrizione in nessun modo equivale a una assoluzione, bensì a una dichiarazione di colpevolezza che tuttavia non può concretizzarsi». Che permette ai dittatori di «abbandonare il loro Paese con una fortuna in tasca» e sfuggire alla giustizia. Che mantiene ai loro posti, e con i loro spropositati benefit, i manager che hanno causato la crisi finanziaria globale. Che protegge Bush Jr., Blair e Aznar dal patire le conseguenze di una guerra «illegale e inutile» scatenata in nome di una menzogna.

In una società in cui l’impunità diventa la regola, prosegue Marias dal palco del premio Nonino, i cittadini finiscono per considerarla parte naturale della convivenza civile. Ci si abituano. E ciò porta, «in maniera graduale ma indefettibile, ad avere sempre maggiore tolleranza nei confronti di essa». Peggio: «a ritenere che ai singoli privati non competa intervenire né porre rimedio».

Ecco, forse, una chiave di lettura che riguarda il nostro Paese ma getta lo sguardo oltre i confini nazionali. E che può essere utile per comprendere perché, da un lato, c’è una classe dirigente sempre più spudoratamente al di sopra della legge e, dall’altro, una società civile disinteressata ad agire perché le cose cambino. La lezione di Marias è potente, perché distribuisce equamente le colpe, e ne individua la fonte. Siamo tutti vittima dello stesso male. Il problema è che veste i panni di un antidoto.

Resta dunque la domanda: se davvero i popoli, o almeno la maggioranza votante di essi, accetta i soprusi del potere, con quale strumento democratico si inverte la tendenza?

Ecco il testo integrale dell’intervento di Marias al premio Nonino 2011, pubblicato su Repubblica il 25 gennaio scorso:

I pm di Milano? «Ayatollah» che applicano la «sharia».

Riccardo Mazzoni, deputato del Pdl, ci fa capire a che punto è giunto il livello dello scontro tra Silvio Berlusconi e la magistratura:

Quella della Procura di Milano contro Berlusconi ormai non è più una normale inchiesta giudiziaria, ma una sharia in cui si stravolge ogni regola del diritto e si trasforma un precetto etico-religioso in una legge dello Stato e un presunto peccato in un reato penale. Sono saltate tutte le garanzie processuali, dalla presunzione d’innocenza al segreto istruttorio, e i pm hanno svestito la toga per mettersi addosso la veste degli ayatollah. A quando la lapidazione? (Adnkronos)

Non c’è che dire, un bel modo di celebrare la giornata della memoria. Battuto solo da quello del Giornale.

E, naturalmente, da Emilio Fede. Grande idea parlare, oggi, di informazione «nazista».

Peggio della guerra.

Da Peggio della guerra di Daniel Jonah Goldhagen:

«La nostra è stata un’epoca di eccidi di massa. Anzi, la strage e l’eliminazione di massa sono, si può dire, fra le caratteristiche che definiscono la nostra epoca. Tutti noi, di fronte a singole campagne eliminazionistiche come l’Olocausto o, più recentemente, i massacri in Ruanda e in Darfur, reagiamo con orrore. Ma l’immensità di quest’orrore viene in piena luce unicamente guardando agli eccidi e alle eliminazioni di massa del nostro tempo, o anche solo a quelli più recenti, nel loro insieme. Lo sterminio e l’eliminazione di massa non sono solo un problema specifico, che emerge con l’ultimo o il prossimo caso di carneficina o espulsione, di solito, per gli occidentali, in qualche luogo apparentemente remoto. Vanno letti come uno dei problemi politici più ricorrenti e pressanti della nostra epoca. Essi dovrebbero essere al centro dei dibattiti in materia di sicurezza alle Nazioni Unite e in altre sedi internazionali e nazionali deputate alla sicurezza, all’ordine internazionale e alla giustizia. Che non lo siano dimostra quanto la nostra immagine del secolo passato e di quello appena iniziato e il nostro modo di concepirli siano distorti» (p. 60).

«Peggio della guerra», dunque. Perché

«a partire dall’inizio del XX secolo esseri umani hanno assassinato in massa direttamente o tramite carestie, stando a una stima prudente, 127 milioni di persone, ma potrebbero averne assassinate fino a 175 milioni. Se ci atteniamo alla cifra più bassa, hanno ucciso più del doppio dei morti in guerra (61 milioni, di cui 42 milioni militari e 19 milioni civili). Se ci atteniamo alla più alta, ne hanno ucciso quasi il triplo. Qualunque ragionevole calcolo si faccia, l’assassinio e l’eliminazione di massa sono stati più letali della guerra» (p. 61).

Anche di questo dovremmo avere memoria.