La chiusura della rete in Egitto e il potere di chi ha potere.

Venerdì, mentre per la prima volta nella storia un intero Paese scompariva dalle mappe di internet, Repubblica.it sparava incautamente in prima pagina un pezzo con i seguenti titolo e sommario:

Dico incautamente perché proprio in quelle ore si stava verificando l’esatto contrario: la censura, in Egitto, ha abbattuto la tecnologia, spegnendo la rete e i telefonini. Una situazione che, come si può vedere in questo grafico di Ripestat che mostra l’attività di routing nel Paese, si protrae ancora adesso, a distanza di quasi 60 ore:

Anche se, come nota Craig Labovitz di Arbor Networks, da un po’ sembra essere ripresa la funzionalità dei servizi di telefonia mobile (almeno in parte):

L’evento è senza precedenti, e solleva con prepotenza a mio avviso, al di là della protesta in corso, l’urgenza di porre sul tavolo del dibattito pubblico internazionale la difesa della libertà di espressione in rete.

Una questione astratta? Per nulla. Secondo il Los Angeles Times, per esempio, per spegnere internet in Egitto «potrebbero essere bastate poche telefonate». Il che significa che in Egitto la legislazione è tale per cui gli Internet service provider debbano assecondare immediatamente gli ordini del governo. In caso contrario, niente business in territorio egiziano.

Che le cose stiano a questo modo lo ha confermato anche Paolo Brini, rispondendo a una mia domanda sulla mailing list del centro Nexa, in cui chiedevo lumi sul comportamento di Vodafone Egypt.

Scrive Brini che

Le legge consente al governo di ordinare a qualsiasi fornitore di accesso telefonico, mobile o fisso, l’immediata sospensione del servizio senza mandato di un magistrato e senza possibilità di opposizione/ricorso (leggi di emergenza del 1967, credo, tuttora in vigore). L’unico ISP autorizzato a rimanere up è noor perché usato da banche e operatori di borsa. A Vodafone è stato intimato di sospendere tutto il servizio mobile, voce compresa, non solo dati e SMS. Il governo egiziano se la può cavare dicendo qualsiasi cosa, i cables di Wikileaks ridiffusi stamattina mostrano come l’Egitto sia stato governato da un regime brutale e di terrore basato sulla tortura e l’intimidazione negli ultimi decenni: non vorrei essere nei panni dei tecnici e dei dirigenti di un ISP che non dovesse ottemperare alle richieste di quel governo. Attualmente le notizie arrivano via satellite (ma in certe zone ci sono apparati di jamming), via connessioni Internet dial-up con bridge BBS->Internet approntati in fretta e furia (ma ora in diverse zone le telefonate da rete fissa sono state bloccate) e con altri mezzi.

Resta di certo da capire a fondo l’unicità delle condizioni, infrastrutturali e legislative, che hanno permesso che ciò accadesse. Tuttavia il caso dell’Egitto dimostra, credo, che è bene non gingillarsi troppo con l’idea dei social media come strumento inafferrabile di rivoluzione e della rete come di un che di intrinsecamente libero, che sfugge per definizione alle maglie della censura.

Come scrive da tempo Vittorio Zambardino, e come ha ripetuto su Scene Digitali proprio oggi,

ogni volta che ci facciamo illusioni sul potere dei social media e della rete, poi vediamo che basta un interruttore girato nel modo giusto e tutto è finito.

Allora la questione diventa: perché, invece di soffermarci solamente sugli opposti ideologismi (internet è la salvezza, internet è il demonio) non ci adoperiamo per rendere più socialmente reponsabile il business di queste multinazionali e più democratiche le leggi che regolano la fornitura dell’accesso nei diversi paesi del globo? Davvero non c’è modo di chiedere a Vodafone, per esempio, di esercitare il suo potere contrattuale, in sede di definizione degli accordi, e rifiutare così quelli che prevedano il sottostare a un diktat governativo? Davvero la comunità internazionale non può interferire in alcun modo con la volontà del governo egiziano di calpestare un diritto elementare dei cittadini come quello a esprimersi?

Questo intendo, quando parlo di difendere la libertà di espressione in rete. Il compito è immane, naturalmente, ma penso ci si debba provare, se non si vuole consegnare un mezzo formidabile come internet all’arbitrio dei governi e agli interessi delle aziende. Insomma, a quella rete di poteri che a volte, per troppa speranza, non riusciamo a vedere.

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8 pensieri su “La chiusura della rete in Egitto e il potere di chi ha potere.

  1. D’ACCORDO IL DIBATTITO SULLA LIBERTA DI INFO , MA QUI E’ EMERGENZA UMANITARIA, SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO E LE DONNE ARABE

    Guardate bene, ci sono nche le donne a lottare, è importantissimo… certo ce ne sono poche, ma sono loro che stanno appoggiando la lotta per i diritti umani del popolo arabo. Bisogna esprimere solidarietà e informazione attraverso i social network, i loro sono stati oscurati, anche Al Jazera. E’ una lotta UMANITARIA , questa sì, non come le “guerre umanitarie” per interessi economici.
    In Egitto regna la collera
    http://www.iljournal.it
    Su youtube c’è questo video il cui autore è Tamer Shaaban.

    Chi pensa che gli immigrati se ne debbano stare a casa loro, vuole forse anche che lì muoiano di fame e vengano torurati nelle galere? Oppure questa volta che il popolo si ribella da solo, senza l’aiuto dei nostri ragazzi mandati a morire n…elle guerre umanitarie di cui sopra, non abbia il diritto di farlo? E poi è urgente esprimere grande sostegno alle donne arabe che si stanno ribellando come mai prima d’ora. Ciò è importantissimo affinché una trasformazione democratica del mondo arabo tuteli i diritti delle donne e avvenga presto e quindi con il minimo spargimento di sangue.Mostra tutto

    Diffondete questi concetti base, e le vostre opinioni solidali attraverso le vostre bacheche. E’ emergenza umanitaria!

  2. Pingback: Tweets that mention La chiusura della rete in Egitto e il potere di chi ha potere. « ilNichilista -- Topsy.com

  3. La penso come te, ma sono più dissacrante. Proprio in questi giorni riflettevo su questo episodio (ho scritto anche un post al riguardo:Miti da sfatare: Internet è libero?). Quel che dico è che la gente all’improvviso si indigna di questi episodi perché danno per scontato che internet sia libero e pieno di pace, e invece è una grandissima stronzata. Inoltre penso che anche se c’è una legge che impedisca quel che hanno fatto in Egitto, internet non sarà libero del tutto. A meno che reti come quella sviluppata nel Burnig Man vengano implementate a livello Globale, o progetti come Netsukuku possano prendere piedi. Forse è un pensiero un po’ troppo sognatore.

    Saluti

  4. Credo che sarà importante studiare le conseguenze di questa decisione, non solamente per le comunicazioni fra i rivoltosi. Internet è un vantaggio competitivo per un paese? Per quanto tempo ci se ne può privare? Quali danni economici sta provocando all’Egitto questa decisione di Mubarak? Probabilmente i danni sono tanto maggiori quanto più un paese è sviluppato. L’Egitto ha ambizioni che non sono quelle della Birmania o della Corea del Nord, per dire due paesi che si sono concessi di vivere un loro Medio Evo programmato. Se si dimostrasse che la scelta egiziano è stato un boomerang, diventerebbe più difficile per altri governi attuare la stessa operazione in futuro. Se invece sbaglio, se la rete non è essenziale per il funzionamento di un paese, allora c’è da chiedersi perché si è posta tanta speranza in internet.

  5. Pingback: Governo, ora spunta il sottosegretario ad Internet « Yes, political!

  6. Internet è uno strumento, un mezzo di comunicazione, importantissimo, ma come tutti gli strumenti ha effetti positivi e negativi e i suoi punti di debolezza. Non va demonizzato nè esaltato come salvatore della democrazia. Tanti e altri sono gli aspetti da tenere d’occhio, e in primo luogo conta la qualità morale e la capacità degli uomini e le leggi che questi riescono a fare a tutela della democrazia.
    Il caso dell’Egitto qui segnalato è molto grave e pone la necessità di trovare il modo di sfuggire a questi pericoli di oscuramento.

  7. Pingback: Intanto (rassegna stampa estera). « idiotecabologna

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