Non usare il nome di WikiLeaks invano.

Non è bastato leggere incredibili paragoni tra Julian Assange e Spidertruman. Ora l’espressione «WikiLeaks all’italiana» viene impiegata per l’hackeraggio del Cnaipic da parte di un gruppo legato ad Anonymous:


Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Prima di tutto perché WikiLeaks non hackera alcun documento: si limita a pubblicare il materiale fornito in modo anonimo dalle proprie fonti.

In secondo luogo perché Anonymous e, soprattutto, LulzSec, già nel recente passato hanno pubblicato documenti sensibili (codici fiscali, password, numeri di telefono e altri dati personali) che non avrebbero mai passato il vaglio di WikiLeaks.

La differenza, anche dal punto di vista giuridico, è sostanziale: il primo è un crimine, il secondo attività giornalistica.

Non c’è nessuno «stile WikiLeaks», dunque, nel gesto del «gruppo di hacker che ha violato il cervello delle investigazioni informatiche italiane». Confondere le acque per un titolo a effetto è pericoloso, perché rischia di sfumare la distinzione. E non giova alla causa, sempre più bistrattata, di Assange e WikiLeaks. Oltre che a quella della buona informazione.

A tutti gli amanti di videogiochi violenti.

Corriere della Sera, pagina 2:

«Anders Behring Breivik, 32 anni, norvegese, amante di videogiochi bellicosi».

Pagina 5:

Pagina 7:

Come a dire: sì, lo sappiamo, sono due giorni che vi bombardiamo più o meno subdolamente col concetto che i videogiochi violenti sono legati alla violenza, quella vera (e non certo solo il Corriere: memorabili, per esempio, il servizio di RaiNews24 su Breivik con dura reprimenda morale dell’«insensatezza» della furia omicida di Call of Duty e l’accostamento del Tg1 della parola «sparatutto» alla strage di Utoya). Ma, ehi, siamo un Paese libero – e se volete la violenza nei videogiochi eccovela, la trovate qui.

A tutti gli appassionati di videogiochi violenti: vi faranno del male, perché non ve li comprate?

Update: poteva mancare il Tg1?

Il verosimile e il vero.

Ci stiamo abituando a un racconto mediatico della realtà dove la distinzione tra vero e verosimile è sempre più sfumata? Non è un pensiero nuovo né particolarmente originale, eppure mi sembra che gli effetti devastanti dell’assottigliarsi del confine – già di per sé difficile da stabilire in astratto – non abbiano per questo cessato di prodursi. Anzi. Anni di stretto contatto con l’istantaneità non sono bastati per insegnare al sistema dell’informazione il valore della lentezza. Oppure, se il termine suona di un’altra epoca, della riflessione e del dubbio. La regola, è scontato, vuole che si debba arrivare per primi: è parte determinante del mestiere. Ma lo è anche e soprattutto dare le sole notizie di cui si è verificata l’attendibilità. Il rispetto dei lettori e dei fatti, in altre parole, dovrebbe avere la precedenza sul pensiero affannoso di battere la concorrenza o, almeno, esserci, inseguirla fino ad averla raggiunta. Dovrebbe. E invece si sacrifica nella lotta.

Si prenda il caso della parlamentare dell’Arizona Gabrielle Giffords, data per morta quando in realtà non lo era. Aveva subito un attentato durante un comizio, qualcuno le aveva sparato. Era verosimile fosse morta. Quindi era morta. Invece, dopo una lunga battaglia, ha riaperto gli occhi. O la carneficina in Norvegia. Doppio attentato a Oslo e massacro a Utoya. Verosimile si trattasse di Al Qaeda o comunque di fondamentalismo islamico. Quindi era opera del fondamentalismo islamico. E giù editoriali, pareri concordi di esperti, prime pagine cambiate all’ultimo momento quando poi si è scoperto che l’attentatore era un norvegese legato all’estrema destra, e il cui fondamentalismo era, semmai, cristiano. Eppure i motivi per dubitare c’erano, le agenzie li avevano rilanciati da ore. Alcuni li hanno ascoltati, altri – troppi – no.

Non è semplice capire se si tratti di un fenomeno che in Italia attecchisce più che altrove. Il caso delle foto fasulle del cadavere di Bin Laden sembra propendere per una risposta affermativa. Allora, infatti, i principali quotidiani italiani abboccarono, salvo poi (invece di rettificare chiedendo scusa ai lettori) parlare di un fantomatico «giallo» (che non c’era: semplicemente erano fotomontaggi e loro avevano preso un granchio). All’estero, al contrario, furono molto più cauti. E lo stesso impazzimento dei media tradizionali per il fenomeno Spidertruman rema nella stessa direzione. Basti pensare al presunto video del presunto precario anti-Casta, che prima di ricevere la smentita del diretto interessato è finito nella homepage di Corriere e Repubblica senza nessun tipo di verifica sulla sua paternità, né senza sollevare alcun dubbio. Del resto, era verosimile si trattasse di Spidertruman. Quindi era Spidertruman.

A tutti capita di sbagliare, a me per primo. Ma forse è tempo di pensare a un rimedio. Porsi, per esempio, di fronte a ciò che non si conosce con un po’ di umiltà in più. Limitarsi a commentare i fatti appurati. E nel frattempo, se proprio una notizia incerta si deve dare, almeno mettere bene in evidenza le zone d’ombra. Il racconto istantaneo, insomma, non necessariamente esclude il dubbio. Un rimedio semplice, perché basta un piccolo sforzo. Ma complicato, perché non paga nell’immediato: non moltiplica i click, non permette di tenere testa alla gara del titolo più strillato, non soddisfa i metabolismi sempre più rapidi dei lettori.

Eppure, nonostante la Rete in questo senso fornisca un formidabile mezzo di controllo, varrebbe la pena di porsi seriamente il problema: che ne è dell’autorevolezza e del senso di una professione che, invece di fare il possibile per evidenziarle, sfuma le differenze tra vero e verosimile? La risposta, nel medio-lungo periodo, potrebbe vanificare lo sforzo di qualunque affannosa rincorsa all’immediatezza.

Per farci ridere.

Forse lo fanno per darci di che sorridere. Bisognerebbe chiederne conferma, per esempio, a Stefania Prestigiacomo. Il ministro che si dice favorevole a una mozione sul decreto rifiuti contro cui, pochi minuti dopo, la sua stessa maggioranza si esprime con un voto contrario. E che in tutta risposta decide di astenersi. Qual era la posizione del governo? Tutte: voto favorevole, voto contrario, astensione. E infatti il decreto, promosso dal Pdl ma osteggiato dalla Lega, è stato rimandato in attesa di finire nel dimenticatoio. Dobbiamo ridere?

Rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Il Pdl è per il sì, la Lega nicchia, cercando di alzare la posta. Così il voto slitta, anche se i termini sono scaduti il 3 luglio. Intanto i nostri soldati sono sparpagliati per il mondo attendendo di capire se e come dovranno rimanere sparpagliati per il mondo oppure tornare a casa per non far cadere l’esecutivo. Sull’intervento in Libia, per esempio, il viceministro leghista Castelli non ha dubbi: «l’intervento umanitario non può reggere ed è del tutto incredibile». Frattini e La Russa sono d’accordo? Mistero. Forse è il silenzio che prelude allo scoppio della risata.

E ancora, decentramento dei ministeri. Un ministro, Michela Brambilla, lo ritiene indispensabile (per il turismo, a Napoli; per l’Expo, a Monza); un altro, Giancarlo Galan, «una puttanata intercontinentale». Bollette della luce meno care: per un ministro, Roberto Calderoli, è vitale, per il consiglio dei ministri non abbastanza da essere preso in considerazione. Costi della politica? Tutti d’accordo: vanno ridotti. Ma dalla prossima legislatura. La manovra? Decine di miliardi. Ma dal 2013. Cioè, quando a governare sarà qualcun altro. Pensati le risate.

Capitolo giustizia. Serve un nuovo ministro. Doveva arrivare qualche tempo fa. Non è ancora arrivato. Berlusconi: «assolutamente nella settimana prossima provvederemo alla sostituzione». Napolitano, tuttavia, punge: «mi pare che abbiano altri pensieri». E sul garantismo, marchio di fabbrica della maggioranza che ha salvato Cosentino, Matteoli e Lunardi? Per la Lega è ora di finirla, il popolo padano borbotta e guai a deluderlo (ancora). Per il Pdl è una vergogna. Da entrambe le parti volano coltelli e stracci. Ma che posizione ha la maggioranza sul tema? Tutte: per l’arresto e contro l’arresto. Così non ci si sbaglia. Che ridere, no?

Poi c’è la riforma dell’assetto istituzionale. Una rivoluzione: via centinaia di parlamentari, nasce il Senato federale. Berlusconi arriva in conferenza stampa e garantisce: «il 4 settembre ci sarà il varo definitivo». «Salvo intese», specifica. Il che significa: c’è una «pausa estiva in cui dovremo approfittarne per approfondimenti, dando vita a un tavolo per studiare la formulazione definitiva del testo con i capigruppo, giuristi esterni e tutti i ministri». Magari anche col contributo delle opposizioni. Qualche ora, e Calderoli lo corregge: «Non è previsto nessun altro passaggio in consiglio dei ministri». Berlusconi tace e acconsente. Chi è il presidente del consiglio dei ministri? Berlusconi o Calderoli? Entrambi. Si va sul sicuro.

Si potrebbe proseguire per pagine e pagine. Il capolavoro, tuttavia, è sull’abolizione delle province. Che fare? Il Pdl la voleva, ora non più. Ma, visto che la Lega non la vuole, minaccia di rivolerla. Strategismo? Chissà. A questo punto l’elettore è preso per sfinimento. E, con le lacrime agli occhi, è costretto a pensare ad altro per non soccombere alle risate.

Il vilipendio è indagare una vignetta.

Non mi piace che una Procura apra un’indagine sul direttore di un giornale, Maurizio Belpietro, per il solo aver pubblicato una vignetta sul Capo dello Stato. In un Paese libero, il diritto di satira si dovrebbe applicare anche a lui. Soprattutto quando si tollera un ministro della Repubblica che, satira o non satira, alza il dito medio e vomita insulti ogni volta senta parlare di Italia e Tricolore o parta l’inno nazionale.

Certo, nel caso Napolitano-Belpietro il punto è capire se si tratti di satira o vilipendio. Ma davvero ha senso, o è anche solo desiderabile, che a decidere della differenza sia un giudice? Io, almeno per casi come questo, preferisco rimanere nel dubbio che trovarmi a non poter ridere di qualcosa, o anche deriderlo, perché lo stabilisce una sentenza. Anzi, preferirei proprio abolire la differenza. E far sparire il vilipendio. Tanto non serve per trarre le proprie conclusioni, per esempio, sul ministro in questione.

Non mi piace poi nemmeno che questo discorso sulla libertà di satira finisca in qualche modo subordinato al fatto che Belpietro faccia cattivo giornalismo. Cosa di cui tra l’altro molto spesso sono convinto, ma non nel caso in esame, dato che il pezzo che giustifica la presenza di Napolitano nella vignetta, di Franco Bechis, è assolutamente dignitoso e – tra l’altro – non oggetto delle attenzioni della Procura. In ogni caso in un Paese libero, diffamazione esclusa, anche il cattivo giornalismo dovrebbe avere – come fortunatamente ha - pieno diritto di cittadinanza.

Siano insomma i lettori a decidere se ridere o meno, e se abbeverarsi a quella fonte di informazione o meno.

L’alternativa è uno Stato di gran lunga peggiore di quello in cui può capitare tra le mani un giornale con una vignetta che non fa ridere e dimentica, tra i «papponi» della Casta, il presidente del Consiglio e i suoi famelici sgherri. E in cui lo ‘smemorato’ può perfino vestire i panni della vittima.