Digitale, ora o mai più.

Uno studio del Digital Advisory Group, con la partecipazione di McKinsey, fa con estrema chiarezza il punto dell’internet economy in Italia. L’analisi, intitolata Sviluppare l’economia digitale in Italia: un percorso per la crescita e l’occupazione, evidenzia innanzitutto quattro modi in cui il digitale crea valore:

1. Incrementando il Pil (in Italia, del 2% – in Svezia e Gran Bretagna il contributo è del 5%, in Francia di oltre il 3%).
2. Creando posti di lavoro (700 mila in 15 anni; al netto di quelli distrutti sono 320 mila – il che significa che la internet economy ne crea in media 1,8 per ogni posto di lavoro eliminato. In Svezia sono 3,9).
3. Favorendo la crescita e l’esportazione delle aziende (le PMI digitali sono cresciute «a una velocità più che doppia» rispetto a quelle ‘sconnesse’)
4. Offrendo agli utenti di internet un surplus di valore derivante dai benefici aggiuntivi che la Rete mette a disposizione gratuitamente (in Italia nel 2009 era di 7 miliardi di euro, cioè 21 euro al mese per ogni famiglia connessa).

Tuttavia, sottolinea il rapporto, la crescita del digitale incontra nel nostro Paese cinque tipi di ostacoli:

1. Insufficiente accesso alla banda larga

Il che comporta, per esempio, che «ogni giorno, in media, più di 200 uffici postali non sono in grado di operare a causa di problemi di connessione». E che «a marzo 2011, 4,3 milioni di persone (il 7,1% della popolazione italiana) risiedevano in zona non coperte dalla rete a banda larga». «Se non si attuerà una strategia di investimenti efficace di lungo termine» (pubblici, privati o misti) «il ritardo si aggraverà» a causa della diffusione sempre più capillare di dispositivi connessi a internet (gli smartphone, per esempio) e di «applicazioni sempre più ‘affamate’ di banda (come i servizi di cloud computing)».

2. La scarsa propensione all’e-commerce da parte di consumatori e aziende (in Italia l’e-commerce rappresenta lo 0,7% del Pil contro l’1% di Francia e Germania e il 3% del Regno Unito; meno del 5% delle PMI italiane vende tramite canali online, contro il 20% di Germania e Uk). Tuttavia il settore cresce in Italia più che altrove:

3. La solo parziale divulgazione dei servizi online nella Pubblica Amministrazione:

4. Limiti nel quadro normativo (per esempio su privacy e copyright – si pensi alla recente polemica sulla delibera Agcom – su cui «una revisione dell’approccio sarebbe assai proficua»).

5. Carenza di competenze digitali qualificate (e qui il problema è la formazione; un esempio: «La maggior parte delle università italiane non eroga corsi di studio dedicati alla formazione di imprenditori digitali»).

Che fare? Il rapporto del Digital Advisory Group formula 12 «iniziativa prioritarie»

Se, attraverso queste misure o un’altra seria agenda digitale, «si riuscisse a colmare anche solo la metà della distanza [...] che ci separa dal Regno Unito, dalla Germania e dalla Francia entro il 2015, il beneficio potrebbe essere [...] lo 0,25% in più crescita annua del Pil, con un contributo complessivo sul Pil di oltre il 4%, equivalente a 25 miliardi di euro di valore aggiuntivo.

In conclusione:

L’economia digitale italiana si trova [...] a un punto di svolta. Ed è questo il momento di ridurre il divario che la separa dalle altre economie europee, collocandosi finalmente tra i paesi digitalmente sviluppati. In caso contrario, il divario continuerà inevitabilmente ad allargarsi e per l’Italia diventerà sempre più difficile cogliere quei benefici economici di cui ora godono gli altri paesi.

Il rapporto completo in pdf 

Digitale, i fondi spariscono di nuovo
Romani, usciamo dal Medioevo digitale?
Da «Gògol» a un presidente del consiglio digitale 

Anonimi professionisti.

Una semplice domanda per quegli organi di informazione ‘tradizionali’ che, un giorno sì e l’altro pure, lamentano lo scarso lavoro di verifica delle fonti del fantomatico «popolo del web»: dopo quale lavoro di verifica delle fonti avete tutti indistintamente pubblicato una lettera anonima attribuita da fonti ignote a ignoti parlamentari del Pdl che vorrebbero la testa di Berlusconi per allargare l’esecutivo?

Se anche dovesse essere confermata l’autenticità della lettera, credete di aver fatto un lavoro di informazione migliore di quello del detestato «popolo del web» che non verifica le fonti?

Perché?

Neanche la propaganda.

Oramai nemmeno la propaganda di partito riesce a reggere il passo con le giravolte della Lega Nord. Sul braccio di ferro sulle pensioni, avvenuto ai limiti dell’implosione del governo e della pazienza dell’Europa, la Padania in serata sceglie un titolo da mandare in edicola il giorno seguente che si rivela completamente sballato soltanto qualche ora più tardi.

«Pensioni, la Lega non molla», titola il quotidiano leghista. Che non può sapere che il suo caro leader, Bossi, a notte fonda al contrario avrà sì strappato un no alle modifiche sulle pensioni di anzianità, ma anche mollato eccome sull’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni (pur se con un meccanismo graduale che porterà la riforma  a regime solo nel 2026). Dopo che soltanto nel pomeriggio era stato categorico:

Non è possibile portare le pensioni a 67 anni per far piacere ai tedeschi. Non possiamo farlo, la gente ci ammazza.

E dopo che aveva minacciato la crisi di governo, coerentemente del resto con quanto affermato nel corso di tutta l’estate.

Poi la rivelazione del ministro Gelmini a Ballarò («con la Lega raggiunto un accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni»), la conferma intorno a mezzanotte. Immagino come l’abbiano presa, alla Padania, che si è vista crollare addosso il capolavoro di equilibrismo («resto pessimista») come un castello di sabbia sciacquato dalla marea. Chissà, magari guardandosi negli occhi. E chiedendosi, sottovoce: «E adesso che ci inventiamo?».

«Quello che ci siamo inventati fino a oggi», la risposta.

Perché bisogna opporsi al blocco bancario a WikiLeaks.

Ci sono voluti dieci mesi di blocco bancario, ma ce l’hanno fatta. PayPal, Visa, Mastercard, Western Union e Bank of America sono riusciti a indurre WikiLeaks a sospendere le pubblicazioni. Come ha annunciato il suo fondatore Julian Assange in una conferenza stampa al Frontline Club, infatti, lo stop ai trasferimenti di denaro nelle casse di WikiLeaks da loro deciso ha comportato una erosione del 95% delle finanze dell’organizzazione oltre a una perdita stimata tra i 40 e i 50 milioni di euro (le stime sono di WikiLeaks). Ergo, il sito di leaking digitale è sull’orlo della bancarotta. Da cui la decisione di Assange di concentrarsi esclusivamente sul reperimento di fondi. E sulle azioni legali intraprese nei confronti delle società in questione.

L'andamento delle donazioni a WikiLeaks prima e dopo il blocco bancario.

C’è davvero da riflettere su chi sia realmente a gioire per questo risultato: se i clienti dei servizi che consentivano le donazioni a WikiLeaks, che non correranno il rischio di trovarsi in compagnia di una organizzazione che «viola le condizioni di utilizzo» (ma potranno continuare a utilizzarli per sponsorizzare il KKK, per esempio); o se a beneficiarne siano invece i fornitori del servizio, tutti improvvisamente resisi conto (tra il primo e il 21 dicembre 2010, cioè proprio a partire dai giorni immediatamente seguenti lo scoppio del Cablegate) che l’attività di WikiLeaks, nonostante sia fondamentalmente la stessa dal 2007, «incoraggi, promuova faciliti o istruisca gli altri a intraprendere azioni illegali» (come recita il comunicato ufficiale di PayPal).

WikiLeaks sospetta l’epifania collettiva non sia casuale. E che, anzi, sia stata per così dire ‘suggerita’ dal Dipartimento di Stato Usa. Che a PayPal, per esempio, aveva scritto il 27 novembre 2010, affermando di ritenere WikiLeaks «illegale». Anche se a tutt’oggi non si sa in base a quale legge e, soprattutto, a quale processo, visto che l’organizzazione non ha mai subito condanne e non è attualmente nemmeno sotto processo in alcun paese al mondo. Senza contare che i giorni in cui quella comunicazione è giunta a PayPal erano gli stessi in cui il senatore Joe Lieberman ha persuaso Amazon (e a cascata Visa, Mastercard, Western Union e Bank of America) a non fornire i propri servizi all’organizzazione. Anche in questo caso, sulla base di un teorema: quello che fosse «irresponsabile» farlo. E che WikiLeaks fosse non uno strumento giornalistico e per la trasparenza, ma un covo di pericolosi terroristi da incriminare per spionaggio (sulla base di una legge del 1917).

Si aggiungano le ulteriori complicazioni che ha dovuto patire il progetto. Assange ha ricevuto strampalate accuse a sfondo sessuale dalla Svezia che lo hanno portato prima in cella e poi ai domiciliari in Inghilterra. Situazione in cui, seguito giorno e notte da un braccialetto elettronico, si trova da ormai 330 giorni, nell’attesa che il giudice si esprima sull’appello alla richiesta di estradizione nel Paese scandinavo. Bradley Manning, colui che avrebbe fornito il materiale più scottante ad Assange, è detenuto da oltre 500 giorni senza non solo una condanna (anche se Obama l’ha già emessa), ma nemmeno un regolare processo. Con l’aggiunta di dieci mesi in isolamento in condizioni definite disumane da diversi organismi internazionali. Poi c’è stata la rottura, tutt’altro che indolore, con l’ex numero due, Daniel Domscheit-Berg, che ha condotto – attraverso la fondamentale e incredibile mancanza di acume del giornalista del Guardian, David Leigh – alla pubblicazione integrale dei 250 mila cablo della diplomazia statunitense senza alcun intervento editoriale. E giù a ripetere il ritornello delle «mani sporche di sangue» (quello degli informatori identificabili tramite i documenti in presunto pericolo di vita), già sentito nei mesi precedenti. E già rivelatosi nei mesi precedenti infondato, perfino secondo le stesse autorità Usa.

Insomma, al netto della cronaca e delle proprie simpatie per Assange e WikiLeaks, c’è una questione fondamentale che dovrebbe allertare tutti i cittadini digitali. L’ha spiegata in modo straordinario Yochai Benkler in un recente saggio: la metodologia che abbiamo qui visto all’opera è un modo efficace di operare la censura in rete. Non si serve di filtri ai contenuti, non fa sparire direttamente parole o interi siti, non si attua attraverso ‘leggi bavaglio’. Si tratta di un metodo più subdolo, paziente e, per questo, pericoloso: da un lato, si imbastisce una formidabile campagna mediatica di delegittimazione; dall’altro, si fanno pressioni su soggetti privati affinché cessino di fornire i loro servizi al bersaglio che si vuole censurare.

Perché prendersi la responsabilità di decidere che WikiLeaks non deve essere raggiungibile dagli Stati Uniti in quanto compie una attività illegale? Troppo complicato: bisogna innanzitutto dimostrare che compia attività illegali; poi bisogna trovare un modo efficace per far sparire il sito dalla rete (data la trama di migliaia di mirror che supporta WikiLeaks, è virtualmente impossibile); infine bisogna gestire la rabbia e lo scontento di quanti protestino per la censura subita.

Invece operando come hanno fatto le autorità statunitensi è tutto molto più semplice: si ‘suggerisce’ alle aziende che permettono il mantenimento in vita di WikiLeaks che è «irresponsabile» mantenere in vita WikiLeaks; si ‘suggerisce’ al pubblico, tramite una stampa largamente compiacente o troppo ignorante per accorgersi di esserlo, che dopotutto WikiLeaks è un covo di criminali (falso), assassini (falso), stupratori (falso) e guardoni (falso). E che dunque se dovesse chiudere, non sarebbe una sconfitta per l’ecosistema dell’informazione e per la democrazia, ma una vittoria di tutti.

Benkler riassume tutto questo nell’uso di mezzi «extralegali» per ottenere la soppressione delle voci sgradite al potere. Credo sia proprio quanto è accaduto in questi mesi, sotto gli occhi colpevolmente compiacenti di tanti, troppi cittadini digitali. E’ ora di dire basta, e di dirlo con forza. Perché se dovesse stabilirsi il precedente, sarebbe più difficile combattere questa strategia censoria quando si ripresenterà. E si ripresenterà. Perché funziona. Sempre che non siamo noi a provare a impedirlo.

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Altro che «autorevole protagonista».

Ci sarebbero molti modi per raccontare il grado di irrealtà raggiunto da questo esecutivo. Dai tentennamenti per la nomina del governatore di Bankitalia (uno dei leader della coalizione preferiva un candidato in quanto «milanese») alle ostinate giravolte sulle proposte per il pareggio di bilancio nelle manovre estive. Dalle incognite e i ritardi sul decreto sviluppo all’incredibile farsa dei ministeri a Monza, creati e poi cancellati dalla giustizia. Dalle ambiguità sulla gestione dell’intervento in Libia fino alla reiterazione sorda delle solite promesse (la riforma del fisco e della giustizia, il federalismo) e dei soliti teoremi (le toghe rosse, l’opposizione comunista, stiamo meglio che altrove, la crisi è colpa dei pessimisti), per giunta declamati non più in convegni oceanici ma alla corte di Scilipoti.

Eppure c’è un confronto che racchiude questo distacco dal reale meglio di molti altri. Perché è la propaganda contro un fatto. La versione di Berlusconi contro quella degli altri. E, naturalmente, riguarda il nostro prestigio internazionale.

Il volume diffuso dal Pdl sulle «principali realizzazioni» del governo Berlusconi in questi giorni, a pagina 62 afferma:

Italia «autorevole protagonista in Europa e nel mondo»? Ecco quanto:

Il solo evocare la nostra affidabilità a Bruxelles non suscita che risa (nemmeno più trattenute) e frasi di circostanza (tra l’altro palesemente tali).

Il Pdl ha ragione: «la politica estera è importantissima per le ricadute che ha sulla sicurezza e sullo sviluppo dell’Italia». E sono esattamente queste ricadute il danno che il governo Berlusconi sta procurando al Paese. Proprio mentre afferma, addirittura vantandosene, il contrario.