Se Grillo ricorda Sallusti.

Scrive Beppe Grillo sul suo blog:

Varese un negoziante ha avuto un’idea straordinaria. Ha appeso un cartello fuori dal suo negozio con l’avviso “Vietato l’ingresso ai politici”. Questa azione va replicata nei negozi di tutta Italia e non solo, anche nei taxi, nei cinema, in qualunque esercizio pubblico. Chi ha cancellato il futuro di almeno due generazioni di giovani e costretto i vecchi a lavorare fino alla morte non va dimenticato, non va lasciato libero di fare altri danni. Il secondo Paese europeo per emigrazione dopo la Romania è l’Italia. Laureati, diplomati, professionisti, quasi tutti giovani hanno lasciato la nostra terra. In compenso abbiamo i parlamentari più vecchi d’Europa. Nel blog e in una pagina Facebook “Vietato l’ingresso ai politici” ho pubblicato una locandina da appendere ovunque vogliate. La faccia è quella tipica del politico italiano, una faccia da culo. Lo riconoscete anche da lontano.

Avete letto bene: il politico, chiunque egli sia, efficiente o inefficiente, ladro, corrotto oppure integerrimo, «non va lasciato libero di fare altri danni». Come se i danni (pur innegabili) della politica si fossero prodotti lasciando liberamente usufruire ai politici – come a qualunque altro cittadino – di cinema, taxi e di tutti gli altri servizi ed esercizi pubblici. E come se si potesse in qualunque modo aiutare il ricambio della classe dirigente, aumentare la cultura politica dei cittadini, promuovere consapevolezza nella società civile a suon di divieti con un culo stampato al posto del viso.

Io non so se Beppe Grillo si renda conto o meno delle conseguenze che hanno iniziative come queste da tutti i punti di vista appena elencati. Qualche giornalista o blogger servo del regime un po’ malizioso potrebbe farsi venire il cattivo pensiero che sparate come questa servano a cullare un nuovo elettorato di riferimento, quello dei commercianti e degli artigiani, in cui il Movimento 5 Stelle è dato in forte crescita (dallo 0 al 7% circa). Qualcun altro, invece, potrebbe semplicemente limitarsi a ricordare che non è il primo caso in cui la difesa della libertà di espressione di cui Grillo si erge a paladino si tramuta in difesa della propria libertà di reprimere la libertà altrui (si veda quello recente, segnalato da Gilioli, del dissidente del Movimento sul finanziamento pubblico ai giornali, di cui Grillo ventila l’epurazione – proprio lui, che aveva gridato peste e corna contro il Pd quando non ne accettò la candidatura a segretario ‘dissidente’).

Io mi limiterei a sottolineare che tra la bassezza comunicativa e la nocività sociale dell’iniziativa di Grillo e quelle della prima pagina del Giornale di oggi («E’ stata la culona») non vedo alcuna differenza. Nell’uno e nell’altro caso, lo stile è da Ventennio. Ed è il caso che i supporter delle opposte (ma sotto questo aspetto simili) fazioni se ne rendano conto.

Morozov e il Grande Fratello digitale: «Sorvegliare l’industria della sorveglianza».

Nel keynote speech al Chaos Communication Congress in corso a Berlino dal 27 al 30 dicembre, Evgeny Morozov affronta un problema non nuovo, ma di grande attualità: la sorveglianza digitale compiuta dai dittatori attraverso la tecnologia ottenuta da aziende occidentali. E’ un vero e proprio mercato, dice Morozov, che conduce (in molti casi consapevolmente) alla violazione di diritti umani, e si traduce in monitoraggio e manipolazione di email e sms, filtraggio dei contenuti online, videosorveglianza ‘intelligente’, atti di spionaggio delle attività online dei cittadini digitali.

Sul tema, Morozov ricorda l’ottima inchiesta di Bloomberg, Wired for Repression, e Censorship Inc. del Wall Street Journal. Ma si spinge oltre, ponendosi una domanda finora poco affrontata: da dove nasce questo mercato? Non dalle richieste dei dittatori, afferma Morozov, ma da quelle delle democrazie occidentali. Su tutte, degli Stati Uniti – che hanno dato incentivi (anche e soprattutto economici) alle aziende dedicate allo sviluppo degli strumenti di sorveglianza. La ragione è sempre la stessa: combattere il terrorismo, lo spionaggio e la criminalità organizzata domestica. In altre parole, siamo di fronte a un’altra delle numerose controindicazioni della ‘guerra al terrore’: più sicurezza, anche se al prezzo di un vero e proprio Grande Fratello digitale.

Che fare? Le sanzioni (per esempio, il divieto di esportare queste tecnologie) funzioneranno unicamente se globali, spiega Morozov: implementarle solo in Europa e negli Stati Uniti non farà altro che incrementare le vendite di aziende concorrenti in Cina, India, Brasile. Quello che si può e si deve fare, dunque, è «sorvegliare l’industria della sorveglianza». E’ un compito che spetta ai giornalisti, certo, ma anche agli attivisti e a qualunque cittadino digitale consapevole. Perché, sostiene, le aziende hanno operato in modo spregiudicato, finora, alla completa luce del sole.

Soprattutto, è tempo di ricollegare il fenomeno alla sua origine domestica, interna alle democrazie occidentali. Ricostruendo i rapporti economici e di potere che hanno permesso l’instaurarsi degli affari di cui siamo venuti a conoscenza. Inserendoli inoltre nel più ampio contesto della politica estera dei paesi coinvolti. Morozov cita il caso di Cisco in Siria, i cui affari sono stati prima incentivati dagli Usa e poi deprecati, a seconda dei rapporti di Assad con gli Stati Uniti. Ma anche quello di Sarkozy, intento a garantire – era solo il 2007 – tecnologie di sorveglianza a Gheddafi.

Usare i rapporti tra aziende occidentali e dittatori scoperti, dunque, come un grimaldello per scardinare quelli – anche più profondi, perché originari – tra quelle aziende e le richieste delle democrazie in cui operano. Solo a questo modo, conclude Morozov, si potranno troncare anche tutte le intermediazioni e le ipocrisie che consentono questo orrendo traffico di morte alla dissidenza.

L’intervento integrale di Morozov (video).

Bocca, la morte e l’indignazione.

Insomma, abbiamo scoperto – grazie ai soliti illuminati che non perdono l’occasione per cercare di avvolgerci con la loro luce – che Giorgio Bocca era omofobo, razzista, fascista e che quindi non dobbiamo versare una lacrima se alla veneranda età di 91 anni ha lasciato questa valle di lacrime solcata di pochi, intelligentissimi, incazzatissimi, indignatissimi illuminati armati della torcia della ragione sui social media.

Grazie alla loro infaticabile opera di disvelamento del senso profondo dell’universo-mondo, dei complotti planetari di ogni risma, degli intrecci segreti del potere segreto che avvengono a porte chiuse in stanze comunque segrete, ora sappiamo anche che abbiamo sbagliato tutti a considerare Bocca un maestro, anche quando non ne condividevamo il pensiero, anche quando avevamo capito che la vecchiaia l’aveva incarognito o ci eravamo chiesti se fosse ancora del tutto in sé. Avevano ragione loro: quello sporco razzista omofobo fascista del partigiano Bocca avrebbe dovuto morire prima, o meglio avrebbe dovuto morire sul campo – per essere davvero ‘grande’. Perché se non sei un martire per loro non sei ‘grande’. Se non ti atteggi a salvatore dell’umanità – salvatore da un qualche progetto segreto sia chiaro – non puoi scalare la vetta del loro consenso idiota all’anticonformismo che in realtà è un conformismo perfino più idiota di quelli conformemente idioti.

E insomma abbiamo scoperto, ancora una volta, che il nostro è un Paese senza speranza, perché scambia la democrazia per il relativismo delle opinioni, si interessa al particulare non solo delle proprie biografie ma anche di quelle altrui – così che importa se hai lavorato tanto e bene per sessant’anni, conta una frase, un video sbocconcellato su YouTube, un pezzetto di vita rubata e isolata per sempre dentro al tuo catarinfrangente idiota del mondo, il tuo prisma dell’indignazione che massacra, uno dopo l’altro, tutti quelli non siano indignati, incazzati e diversi come te.

Lo sapevamo, non che ci sia niente di nuovo: né nell’idiozia che si legge o ascolta fuori e dentro la Rete, né nella smania ipocrita di distinguersi per apparire, né nella gara italianissima al commento più brillante, ai 140-caratteri-che-resteranno. Però dovremmo ringraziare Facebook e Twitter per avercelo ricordato, documentato e messo sotto gli occhi con così tanta drammatica, esasperante chiarezza. Per fortuna la Storia non si fa in un tweet. Non ancora, almeno. E fino a quando la democrazia non si sarà ridotta davvero al motto Lo status update è uguale per tutti saremo ancora in grado di cogliere la differenza tra una critica ragionata e una palata di merda.

Il problema, insomma, non è la memoria di Bocca – ma di quelli che verranno.

Una blacklist per il dibattito politico.

Trovo che buona parte dell’attuale dibattito politico-istituzionale si possa riassumere in una serie di frasi fatte:

«Nessun governo è tecnico»
«I tecnici hanno imparato a fare i politici»
«Pagano sempre gli stessi»
«Non servivano professori per fare questa manovra»
«Monti non è stato eletto»
«La democrazia è sospesa»
«E’ un colpo di Stato»
«E’ la dittatura dei banchieri»
«Nessuno tocca gli evasori»
«E’ il governo delle banche»
«Le manovre sono recessive»
«Berlusconi si è dimesso, ma lo spread non è sceso»
«Equità, rigore, crescita»
«Ora bisogna pensare alla crescita»
«Sosteniamo il governo Monti per senso di responsabilità, ma non ne condividiamo a pieno l’operato»
«Monti punta a presentarsi alle prossime elezioni»
«Siamo gli unici a criticare questo governo»
«Ce lo chiede l’Europa».

C’è del vero e del falso, ma proviamo ad abolirle e andare avanti?

(Il post è ‘sociale’ – suggerite pure ulteriori frasi fatte da mettere al bando)

Grazie a Igor Ghigo, Lorenzo Quiroli, Gianluca Frattini, Umberto Poli, Lucio Colavero ed Enrico Astuni.

Perché la Lega si è rimessa a sbraitare.

Ma se non usasse i fischietti in Aula, se non esponesse striscioni con scritto «governo ladro», se non avesse rispolverato il parlamento padano e giurato di battere moneta padana, se non urlasse al colpo di Stato, se non minacciasse lo sciopero fiscale, se non dicesse a Monti di dimettersi perché altrimenti i tartassati lo vanno a prendere a casa, se un suo deputato non avesse parlato a Montecitorio con gli abiti da operaio di fabbrica – se non avesse sparato insomma tutte queste cartucce dell’armamentario secessionista-populista-folkloristico, chi avrebbe notato la Lega, ora che è una forza di opposizione isolata che si aggira intorno all’8%?

Nessuno. Per questo alza la voce: per farsi notare. Non è una strategia politica, ma mediatica. E di sopravvivenza, non di rilancio. Se fosse vero il contrario, si impegnerebbe per completare il federalismo, non per ottenere una fantomatica indipendenza di cui non si capisce nemmeno il significato. E per garantirsi i voti necessari a farlo, invece di inimicarsi l’unico partito (il Pdl) che potrebbe davvero darglieli.

E’ il triste destino di chi, dopo essere stato sotto la luce dei riflettori, si accorge di essere uscito dal cono di luce. E, resosi conto di non avere una seconda chance né il talento che serve per riguadagnare la scena, si mette a urlare e strepitare come morso da una tarantola. Così ci costringe a guardare, ancora per un attimo. Prima di lasciarlo nel buio, ai suoi fantasmi.