Quello che ACTA non dice

Ho provato a lungo a documentarmi su ACTA, l’accordo commerciale anti-contraffazione che per i molti critici rappresenta una minaccia per la libera espressione in Rete perfino più insidiosa delle già detestabili SOPA e PIPA, e delle infinite varianti nazionali ‘promosse’ dai soliti noti. Più volte mi sono scontrato con articoli che mi sembrava dessero per vive disposizioni in realtà espunte dal testo, e argomentazioni allarmistiche a cui non riuscivo proprio a collegare il dettato della norma. Complicazioni che si aggiungono a quelle derivanti dalla delicatezza dei temi trattati e dalla scarsa pubblicità che ha contrassegnato per anni le negoziazioni – a cui per troppo tempo si è dovuto porre rimedio con bozze, indiscrezioni e fughe di notizie.

Così, quando ho scoperto che il pezzo di Timothy B. Lee per Ars Technica (As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments) finalmente rispondeva a molte delle mie domande, ho pensato fosse il caso di tradurlo, rendendolo immediatamente accessibile ai lettori italiani. Perché, come recita la sua conclusione, se le buone ragioni per opporsi ad ACTA non mancano, il problema è che

«sono difficili da spiegare al pubblico. Così troppi oppositori di ACTA stanno, forse senza saperlo, attaccando ACTA per disposizioni che non sono nel trattato. Non verseremo troppe lacrime se questa disinformazione aiuterà a uccidere un cattivo trattato, ma preferiremmo vincere il dibattito onestamente [...]»

In particolare, ArsTechnica sottolinea quattro affermazioni inesatte tra quelle che i critici rivolgono ad ACTA (per le argomentazioni rimando all’articolo integrale):

1. Non è vero che ACTA obbliga necessariamente i provider a controllare il traffico dei propri utenti trasformandoli, come si è letto da più parti, in ‘sceriffi del web’.

2. Non è vero che ACTA mette al bando farmaci generici indispensabili alla salute di migliaia di persone.

3. Non è vero che ACTA è la versione europea di SOPA e PIPA, per giunta riformulate in modo anche più pericoloso.

4. Non è vero che se passasse ACTA perfino «parti di frasi» rientrerebbero tra i contenuti protetti da copyright che i provider sarebbero costretti a eliminare dai propri server (come parte del loro obbligo di costante sorveglianza del traffico dei propri utenti).

Ciò non significa che non ci si debba opporre ad ACTA, e Lee descrive chiaramente i problemi «sia procedurali che sostanziali» che restano anche nella versione definitiva dell’accordo (ne scrive molto bene anche Arturo Di Corinto su Repubblica). Tuttavia, significa  che bisogna opporvisi con gli argomenti giusti. E senza abusare delle grida alla censura, perché è proprio a quel modo che il termine «censura» finisce per perdere il suo (realissimo) significato.

(La traduzione integrale del pezzo di ArsTechnica su Valigia Blu)

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7 thoughts on “Quello che ACTA non dice

  1. Pingback: ACTA « Ilcomizietto

  2. Bravo Fabio. Nel mio piccolo, ci ho provato anche io a fare un paio di articoli sulla questione ACTA e, in effetti, grossa è la disinformazione. Una riprova che, quando si deve parlare di qualcosa, bisogna sempre risalire alla fonte e sapere quello di cui si parla è “fortemente consigliato”.

    Tuttavia, non mi sento di essere così ottimista sul mancato obbligo dei provider a trasformarsi in sceriffi. Ovvio che loro faranno di tutto – compreso scatenare le loro capacità lobbistiche – per annacquare un simile provvedimento, però c’è una tendenza della politica ad affibbiare loro questo potere. Vabbè che il verbo ausiliare qui è “potere” e non “dovere”, ma io non dormo tranquillo lo stesso, if you know what I mean.

  3. volevo segnalare un studio di due giuristi (da precisare: commissionato dai verdi) di qualche tempo fa, che parendo dalle “carte” dava una lettura leggermente più pessimistica sulle previsioni di applicazioni del tattato

    “As the study points out, encouraging the ‘cooperation’ between internet providers and the content industry amounts to privatised policing, violating the rule of law and the right to fair judicial process. ACTA also allows for the monitoring of internet users without initial suspicion, the handing over of their personal data to rights holders on the basis of mere claims and the transfer of this data even to countries without adequate data protection, all of which is in clear conflict with legal guarantees of fundamental rights in the EU. The agreement does not contain ‘fair use’ clauses or exceptions for trivial or minimal infringements. It therefore tilts the balance – both in terms of substance and of process – unfairly in favour of rights holders and against users and citizens”.

    http://www.greens-efa.eu/acta-anti-counterfeiting-agreement-4500.html

    la parte più controversa riguarda l’auspicata cooperazione tra Isp e detentori di diritti… da questo puto di vista lo studio denunciava una “privatizzazione del diritto”

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