Di chi sono i miei tweet?


Di chi sono i miei tweet? Secondo un giudice di New York, non miei. Con buona pace del buonsenso, infatti, le autorità – come stabilito nel caso del manifestante di Occupy Wall Street, Malcolm Harris – possono chiedere direttamente a Twitter di consegnare loro tutti i miei dati. Che vanno ben oltre i semplici cinguettii pubblici: tra gli altri, indirizzo IP, residenza e browser utilizzato. Oltre alle comunicazioni private sul social network. «La licenza di Twitter a utilizzare i tweet dell’imputato [Harris, ndr]», ha scritto il giudice Matthew Sciarrino Jr., «significa che i tweet pubblicati dall’imputato non erano suoi.» E ancora:

«La convinzione ampiamente diffusa (anche se erronea) che qualunque divulgazione di informazioni dell’utente debba essere precedentemente richiesta all’utente e ottenere l’approvazione dell’utente è comprensibile, ma errata. Mentre il Quarto Emendamento fornisce protezione alle nostre residenze fisiche, non abbiamo una residenza fisica su Internet [...] Come utenti, potremmo pensare che lo spazio dove vengono immagazzinati i dati sia come una ‘casa virtuale’, e con la stessa forte protezione della privacy che abbiamo nelle nostre case fisiche. Eppure, quella ‘casa’ è un blocco di zeri e uni immagazzinati in qualche dove sul computer di qualcuno. Di conseguenza, alcune delle nostre informazioni più private sono inviate a terze parti e trattenute molto lontano su server di rete remoti.»

La buona notizia è che Twitter non è d’accordo. Come riporta Mathew Ingram su GigaOm, infatti, secondo gli amministratori della piattaforma la decisione del giudice sarebbe in contraddizione sia con i termini di utilizzo di Twitter stesso (che dice in sostanza che l’utente detiene i diritti su ogni contenuto pubblicato), sia con la legge (in particolare, lo Stored Communications Act). Per questo ha chiesto che la decisione del giudice di consegnare i dati del manifestante sia annullata.

Come ricorda Ingram, Twitter in passato ha consegnato dei dati di manifestanti alle autorità (nel caso di un altro manifestante del movimento Occupy, questa volta di Boston), ma si è rifiutata di mantenere segreta la richiesta. Come, del resto, aveva già fatto per gli attivisti vicini a WikiLeaks, Jacob Appelbaum e Birgitta Jonsdottir. Segnali che continuano a manifestare, nonostante i tanti dubbi espressi anche qui sulla nuova politica di cancellazione selettiva dei contenuti, un interesse dell’azienda per la libera espressione dei suoi iscritti ben superiore a molti concorrenti (e non serve guardare all’equivalente cinese, Weibo: basta fermarsi a Facebook).

La questione è per giuristi, certo. Ma anche per i comuni cittadini. Che devono essere consci che non c’è alcun automatismo del tipo ‘lo pubblico io, quindi è mio’. E che lo stesso governo democratico che impiega la più ampollosa retorica sulla libertà della Rete e la trasparenza quando si tratti dei rivali autoritari (dalla Siria all’Iran), non si fa scrupoli a cercare di ottenere i nostri dati – e in segreto. Anche se siamo semplici attivisti per la libera informazione. Una tendenza consolidata dalla guerra dell’amministrazione Obama ai whistleblower (senza precedenti, per intensità, nella storia del Paese), dai tentativi di passare CISPA e – a quanto riporta CNET – una legge che costringerebbe social network, servizi mail e VoIP come Skype a implementare una ‘backdoor‘ per la sorveglianza governativa.

In questo caso c’è stata un’azienda privata capace di rendere pubblico il problema. In quanti altri ciò non avviene?

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4 pensieri su “Di chi sono i miei tweet?

  1. Ma … allora se io scrivo una canzone o una poesia e la registro alla SIAE non è più mia? O magari lo è solo perchè c’è un supporto cartaceo?
    forse mi sfugge qualcosa xD

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