Su Weibo la censura è in crowdsourcing

Ci sono due notizie nel nuovo ‘contratto con gli utenti‘ che Sina Weibo, una sorta di Twitter cinese da 300 milioni di iscritti, adotterà a partire dal 28 maggio. No, nessuna delle due riguarda la guerra del governo di Pechino a voci, indiscrezioni e giudizi politici sui social media: che su Weibo non si possa «minacciare l’unità della nazione», metterne a repentaglio la «sicurezza», l’«onore» o i «segreti» né tantomeno «diffondere voci, turbare l’ordine e distruggere la stabilità sociale» è cosa nota. Come è tristemente scontato che non si possa utilizzare il servizio di microblogging per organizzare proteste di piazza (articolo 13). A dare la prima notizia, che comunque era nell’aria, è l’articolo 6. Che mette nero su bianco la ritirata dell’azienda dall’obbligo, fortemente voluto dal governo, di registrarsi con la propria reale identità per accedere a Weibo. La procedura è «incoraggiata», ma non è un pre-requisito indispensabile per iscriversi o utilizzarlo. Non è tuttavia una presa di posizione in difesa della libertà di espressione dei suoi utenti. La seconda notizia viene infatti dalla sezione 4, che crea un sistema misto di controllo dei contenuti e di punizione delle violazioni (dalla disabilitazione dei commenti alla chiusura dell’account). Alla sorveglianza della polizia del pensiero di Sina, si aggiunge il neonato organo deputato alla gestione della community (‘Community Management’). I primi interverranno per le violazioni «evidenti», mentre i membri del Community Management saranno chiamati a esprimersi in tutti gli altri casi. I membri «regolari» si occuperanno dei «conflitti tra utenti», quelli «esperti» potranno «determinare se un contenuto informativo è vero» (art. 25). E qui giungono le considerazioni davvero inquietanti. Prima di tutto, perché la censura cerca di darsi una maschera sociale, trasparente e democratica: le deliberazioni saranno prese a maggioranza (art. 26), nei modi stabiliti e pubblicate sul sito (art. 27). Servirà a cercare di coprire il fatto che i casi di natura politica, e dunque evidentemente in violazione delle ‘contratto’, resteranno nelle mani dei guardiani di Sina. E, in ultima analisi, di quelli del Partito. Gli utenti, semmai, potranno soltanto aiutare a completare l’opera segnalando ciò che sfugge ai censori. In secondo luogo, perché è un continuo incentivo alle denunce incrociate, che tanto ricordano il clima di sospetto reciproco tra cittadini che si respira in finzioni distopiche come 1984. Un ulteriore passo verso il connubio di ‘social’ e totalitario. Da ultimo, perché pensare di far passare l’identificazione propagandistica di menzogna e contenuto sgradito come una decisione degli utenti stessi (art. 28), e non dell’azienda o del governo, è un modo particolarmente subdolo e pericoloso di abdicare alla distinzione tra vero e falso. Una perversione del concetto di collaborazione dal basso che si instaura sugli stessi strumenti (i social media) e le stesse dinamiche (il crowdsourcing, la trasparenza) che consentono di parlare di democrazia diretta attraverso il web. L’ennesima dimostrazione di quanto il potere sia abile a cannibalizzare gli strumenti che potrebbero metterlo in crisi. Che ci riesca o meno dipende dalla volontà dei cittadini di smettere di trovare sempre nuovi modi per ingannarsi.

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