Prima di investire in Facebook

In vista dell’entrata in Borsa il 18 maggio, Facebook ha cercato di rifarsi il trucco in ogni modo. Ha abbracciato la causa della donazione di organi, permettendo agli utenti di dichiararsi donatore – e sperando di sollevare un’ondata di consapevolezza per emulazione. Ha fatto il suo ingresso, come ‘osservatore’, nella Global Network Initiative – l’organizzazione non governativa che si batte per la creazione di meccanismi di responsabilità sociale d’impresa in difesa dei diritti umani e della libertà di espressione sul web. Ha creato la possibilità di pubblicare status a pagamento, per massimizzarne l’esposizione – in funzione di aumentare gli introiti pubblicitari e al contempo soddisfare soggetti in cerca di maggiore visibilità. E ha cambiato per l’ennesima volta la sua politica sull’utilizzo dei dati degli utenti, questa volta cercando di rendere trasparenti tutte le modifiche. Consentendo addirittura agli iscritti di votarla e, se con almeno 7 mila commenti e il consenso del 30% degli utenti attivi, modificarla. Lasciando da parte le accuse di ipocrisia e opportunismo (fondatissime, data la straordinaria coincidenza temporale degli afflati umanitari e delle vicende economiche), Ars Technica segnala che anche dietro la maschera della trasparenza si cela l’ennesimo utilizzo controverso – per così dire – dei nostri dati personali. Non solo le foto che cancelliamo da Facebook restano in realtà sui suoi server anche per anni (e il problema, segnalato sempre dal sito di informazione tecnologica, sembra non ricevere adeguata attenzione nelle nuove condizioni di utilizzo): si scopre anche che non basta cancellare una applicazione, un gioco (FarmVille, per esempio) o semplicemente smettere di utilizzare servizi su un sito partner di Facebook tramite il login sul social network per eliminare i nostri dati dai loro server. E questo non solo per chi decida di utilizzare direttamente un’applicazione, ma anche per i dati pubblici di tutti i suoi ‘amici’. Non solo: le applicazioni, scrive Ars Technica, «possono anche chiedere ai loro utenti di condividere informazioni non-pubbliche dei loro amici». «Per come l’abbiamo inteso noi», prosegue l’articolo, «significa che, a meno che non si contatti direttamente l’applicazione per chiedere la rimozione, potrà detenere quei dati per sempre». Tutto sommato, conclude Ars Technica, non c’è alcuna differenza tra dire «Voglio giocare a FarmVille, per cui l’applicazione può avere i miei dati» e «Voglio giocare a FarmVille, per cui tutte le applicazioni di terze parti che i miei amici utilizzano possono ottenere, e conservare, i miei dati pubblici, a meno che non ne chieda esplicitamente la rimozione». Il punto è che gli utenti non lo sanno, anche ora che Facebook l’ha messo praticamente per iscritto. E’ il lato oscuro della trasparenza: funziona soltanto se a qualcuno che la offre corrisponde qualcuno che, oltre a chiederla, la utilizza come base per l’agire. Per esempio, nella decisione di investire o meno – ammesso sia davvero possibile, al momento – in un’azienda che tratta i nostri dati come li tratta Facebook.

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3 pensieri su “Prima di investire in Facebook

    • Capisco, e sono in parte d’accordo. Il punto è che se il valore di Facebook sono gli utenti (e il valore di Facebook sono gli utenti), la loro consapevolezza di come vengono trattati i loro dati può avere un impatto molto concreto in termini economici. Quindi certo, chi investe se ne frega dei nostri dati. Ma se il denaro siamo noi, le cose potrebbero essere un po’ diverse, in questo caso.

  1. Pingback: Il prodotto sei tu. Quanti soldi vali su Facebook | EXPOST

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