Cinque cose sulla censura di Twitter in Pakistan

La brutta storia della censura di Twitter in Pakistan, inizialmente imposta dalle autorità a tempo indeterminato e rimossa dopo otto ore, impone alcune riflessioni:

1. Che analoga censura, con la stessa motivazione di eliminare un concorso «blasfemo» di caricature di Maometto, nel 2010 era durata due settimane. Cioè molto di più. Significa che le autorità che censurano sono più sotto pressione dell’opinione pubblica e dei media internazionali oggi che allora? E se sì, perché la censura, a livello globale, continua ad aumentare ugualmente?

2. Che il blocco si è rivelato, come facilmente prevedibile, un boomerang per il governo: non solo perché non è stato efficace (gli utenti che erano riusciti ad aggirarlo sono stati talmente tanti da mandare tra i trending topic l’hashtag #twitterban – creato per protestare alla censura – proprio in Pakistan), ma anche perché ha messo a nudo l’ipocrisia, più che la rettitudine morale o la forza, delle autorità. Che solo 24 ore prima sostenevano, e proprio sull’account Twitter del ministro dell’Interno, che il servizio non sarebbe mai stato censurato, e che chi diceva il contrario stava diffondendo menzogne.

Invece le menzogne erano quelle del ministro dell’Interno. E proprio grazie al blocco lo ha saputo tutto il mondo.

3. Che mentre Twitter non ha ceduto a una richiesta ritenuta in violazione di un diritto fondamentale dei suoi utenti (la libera espressione), pur di fronte allo spettro di una chiusura del servizio a tempo indeterminato, Facebook ha obbedito ai censori (come conferma una mail pubblicata dalla CNN). Il che getta una ulteriore ombra di ipocrisia sulle intenzioni di Zuckerberg, manifestate proprio appena prima della quotazione in Borsa, di entrare nella Global Network Initiative. Possibile i suoi 900 milioni di utenti accettino con una simile indifferenza questo atteggiamento da parte di Facebook?

4. Che Twitter, pur nella lodevole decisione di non obbedire al governo pakistano, non è stato sufficientemente trasparente nella gestione della vicenda. Quali richieste ha subito, esattamente? Per quanto tempo? Il blocco è stato motivato davvero dalle immagini «blasfeme» o c’è dell’altro? E’ una domanda lecita, visto che c’è chi ipotizza che la vera ragione del blocco sia stata mettere alla prova l’opinione pubblica e le reali potenzialità di un sistema di filtraggio dei contenuti online simile alla Grande Muraglia Elettronica cinese che il Pakistan da tempo minaccia di adottare, nonostante le ripetute smentite più o meno ufficiali.

5. Che fa bene Reporters Without Borders a considerare il Pakistan un Paese da tenere sotto osservazione, per quanto riguarda la libertà di espressione in rete. Qualunque ne sia stato il movente, il crimine contro la libertà dei suoi cittadini si è consumato con modalità in tutto e per tutto paragonabili a quelle di uno Stato autoritario.

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