Perché serve una visione progressista del Paese

C’è un pensiero che Ignazio Silone, nel suo La scuola dei dittatori, mette in bocca al protagonista Tommaso il Cinico la cui verità è dimostrata dal suo essere attuale ancora oggi, a oltre settant’anni dalla formulazione. «La maggiore debolezza del sistema democratico nei nostri giorni», dice il personaggio dell’immaginario dialogo con un aspirante dittatore e il suo consigliere, «è, a mio parere, nel suo carattere conservatore». Che cosa significhi esattamente, Silone l’aveva spiegato poche pagine prima, parlando della tendenza della democrazia ad autodivorarsi nel suo processo di compimento: «E’ una condanna», scrive facendo parlare sempre il Cinico, «alla quale la democrazia difficilmente può sottrarsi. Infatti, essa deve soccorrere le masse e gli stessi imprenditori in difficoltà e può farlo soltanto sovraccaricando le vecchie istituzioni liberali di un numero sempre più grande di funzioni sociali. Ne risulta ovunque un accrescimento di poteri, di una specie e in una quantità tali che la democrazia politica non può in alcun modo controllare. La cosiddetta sovranità popolare», prosegue il Cinico toccando uno dei nervi scoperti della contemporaneità, «si riduce in tal guisa ancor più a una finzione. Il bilancio dello stato assume proporzioni mostruose, indecifrabili per gli stessi specialisti». Sembra di leggere la cronaca dei mesi del governo Monti, sopraffatto dal debito pubblico fuori controllo e reduce dall’immane difficoltà di individuare capitoli di spesa da tagliare e rendere efficienti. Non solo: «La sovranità passa alla burocrazia» – e alla tecnocrazia, aggiungeremmo oggi – «che per definizione è anonima e irresponsabile, mentre i corpi legislativi fanno la figura di assemblee di chiacchieroni che si accapigliano su questioni secondarie» – per esempio, il semipresidenzialismo imposto all’agenda dal Pdl. «Alla decadenza della funzione legislativa», continua Silone, «corrisponde fatalmente la caduta del livello morale medio degli eletti. I deputati non si curano che della propria rielezione. Per poter servire i gruppi di pressione che la facilitano, essi stessi hanno bisogno della benevolenza dell’amministrazione. Le autonomie locali, i cosiddetti poteri intermedi, tutte le forme spontanee e tradizionali di vita sociale, deperiscono, oppure, se sopravvivono, sono svuotati di ogni contenuto». Parole stese nel 1938, ma che sembrano raccontare il 2012. E che dipingono un quadro in cui le istituzioni democratiche non si adoperano più per rinnovare e rinnovarsi, ma per mantenere faticosamente le conquiste dei decenni precedenti – si veda, su tutte, la questione del lavoro. Mirando unicamente al consenso di breve termine, la classe dirigente «vive di mezze misure, giorno per giorno, e rinvia sempre all’indomani le questioni scottanti» – dalla riforma della legge elettorale ai diritti civili. «Costretta a prendere decisioni, essa nomina commissioni e sottocommissioni, le quali terminano i loro lavori quando la situazione è già cambiata», osserva il Cinico, così che «il colmo dell’arte per i democratici dei paesi in crisi sembra consistere nell’incassare degli schiaffi per non ricevere dei calci». Si pensi alla serie infinita di incontri, accordi, riunioni, annunci sul futuro della governance europea e ai deludenti risultati conseguiti: niente di più azzeccato. Insomma, «i democratici di oggi non hanno più un ideale da realizzare». Se non, appunto, tentare disperatamente di conservare – a destra ma anche e forse soprattutto a sinistra. Così si fa un gran parlare di riforme, ma quelle effettivamente ottenute non sono che una pallida imitazione di un progetto innovativo di lungo respiro per il Paese. Si discute per mesi di primarie per svecchiare la classe dirigente, poi di colpo vengono rimesse in discussione. E il leader che per quasi vent’anni ha monopolizzato il potere nel Paese, Silvio Berlusconi, può dire a distanza di pochi mesi e senza timore di incorrere nella condanna dell’opinione pubblica che «tutta la mia generazione deve fare un passo indietro e lasciare spazio ai più giovani» (18 febbraio 2012) e contemporaneamente riproporre per la sesta volta la sua candidatura a presidente del Consiglio. Ecco, se l’analisi di Silone ha ancora senso – e io trovo ce l’abbia per tutte le corrispondenze sopra elencate – deve insegnarci che non è più solo una questione di uomini, singoli eventi o responsabilità individuali: è il ripetersi e l’acuirsi di un processo che investe l’organizzazione stessa della nostra convivenza civile. Allo scrittore il monito serve per mettere in guardia dall’insorgere di «iniziative totalitarie». Senza una visione chiaramente progressista del nostro futuro democratico, ammesso sia possibile, difficile escludere che il rischio sia ancora attuale.

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5 thoughts on “Perché serve una visione progressista del Paese

  1. “La maggiore debolezza …è nel suo carattere conservatore” quando Monti parla dei danni provocati dalla concertazione a mio avviso segue questo principio. La concertazione infatti ha rappresentato una forma di mediazione tra portatori di interessi che la società ha erroneamente assimilato come buone prassi, immaginando che la stessa fosse strumento per il raggiungimento del bene comune. l’errore commesso è stato non comprendere che il bene comune non è la somma dei dei fini, così accadeva che tutti plaudivano al raggiungimento di un accordo che soddisfaceva i portatori di interessi di parte (soddisfazione dei singoli fini) ma non soddisfaceva il bene comune anzi, lo stesso veniva immolato sull’altare dell’accordo tra le parti. La grandezza di quest’uomo è che sta spiegando con grande semplicità la differenza tra coloro che agiscono con senso dello stato e per il bene comune e coloro che agiscono per soddisfare interessi di parte o addirittura personali. il grande problema è che in parlamento siedono più persone che agiscono sotto il condizionamento dell’interesse di parte rispetto a quelle che agiscono per il bene comune. speriamo nelle prossime elezioni.

  2. perchè sui blog si può segnalare se sono “per adulti” ma non se sono “da evitare la mattina” ?
    scherzi a parte, anche se mi ha fiaccato è un pensiero molto interessante.

    la soluzione? p2 ? dittatura? credo siamo esposti ad entrambi

  3. Il fatto che Silone scriva quelle parole non dopo aver sperimentato sessantanni di democrazia ma solo qualche decennio, con un intermezzo dittatoriale, è sintomo del fatto che la deriva descritta del sistema democratico è rapida e sempre uguale a sé stessa. Direi che è connaturata al sistema.
    Secondo me vale sempre il concetto che si possono cambiare i soggetti della politica ma la differenza sarà nulla perché è il sistema a governare, non i soggetti. La buona volontà non basta, il cambiamento si ottiene soltanto sovvertendo le regole, il che significa rivoluzione, anche senza scendere in piazza ben inteso.

    È comunque sconcertante leggere l’attualità di quella parole. Come ne usciamo da questi corsi e ricorsi storici?

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