In manette per un ‘like’

La ragazza legge un post su Facebook. Lo ha scritto un’altra ragazza, di 21 anni: per criticare le celebrazioni al funerale del leader estremista Bal Thackeray, che avevano bloccato la città. «Persone come lui nascono e muoiono ogni giorno», diceva all’incirca quel post. Come a dire: non servono commemorazioni con folle oceaniche. Non serve bloccare Mumbai. La ragazza è d’accordo, clicca ‘mi piace’.

Ma alla polizia non va a genio. Così rintraccia l’autrice del commento, e il ‘like’ della ragazza. E le arresta. La colpa? «Hurting religious sentiments», cioè aver ferito i sentimenti religiosi di chi si riconosce nel nazionalismo induista di Shiv Sena, il partito fondato da Thackeray. Ora dovranno vedersela in giudizio, di fronte al codice penale indiano e all’Information Technology Act. Poco importa che, come riporta First Post, si tratti di un chiaro abuso delle norme vigenti: tremila seguaci di Thackeray, una volta venuti a conoscenza della critica della ragazza e scoperto si trattasse della nipote del proprietario di un ospedale privato nel distretto di Thane, fanno irruzione nella struttura e ne devastano a bastonate arredo e macchinari. Per un commento su Facebook.

Il problema è che casi come questo dimostrano – oltre al ‘lato oscuro’ dell’intensificarsi del rapporto tra online e offline – che è sempre più complicato distinguere democrazie e regimi autoritari, quando si tratti di prendere sul serio qualche parola di troppo sui social media. Così, mentre in Cina perfino una ‘micro fiction’ 2.0 può costarti il carcere e in Siria gli interrogatori diventano superflui (dice tutto Skype), un tweet o una foto su Facebook fuori luogo possono condurre alle manette anche in Gran Bretagna, dove Lord McAlpine sta inoltre pensando di denunciare chiunque l’abbia menzionato in un tweet per il falso scandalo costato la testa del direttore della BBC. Certo, non si muore, come in Iran. Ma la tendenza è preoccupante. E andrebbe studiata con attenzione.

(Foto: il Post)

7 pensieri su “In manette per un ‘like’

  1. E` un po’ OT (scusa ^.^!), ma giusto per sottolineare l’approccio assurdo e inattuale della giustizia nei confronti di cio` che accade in Internet, sono stati chiesti un minimo di 39 anni (trentanove!) per Jeremy Hammond, per l’accusa di aver ottenuto illegalmente le email da Stratfor (e negli USA, grande ironia, alle forze dell’ordine non serve nemmeno il mandato di un giudice per ottenere le email di chiunque). E gli e` stata negata la cauzione. Tutto questo non in un paese del terzo mondo, ma negli USA, dove evidentemente la proporzionalita` della pena non e` di moda.

  2. Pingback: Turchia, 24 arrestati per tweet sulla rivolta » Chiusi nella rete - Blog - Repubblica.it

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