Intervistare Assange

Ho intervistato Julian Assange, oggi. Al telefono, via Skype, dopo aver ricaricato un credito che credevo di avere già e invece non c’era. Ha risposto lui, quando ho chiamato. Non è andata come ad altri, che hanno dovuto passare per un intermediario. Ha risposto, con una voce bassa, tremula, rotta da colpi di tosse e con la mente palesemente impegnata su altro, come con me stesse ripetendo delle formule mandate a memoria, automatizzate, che non impegnano più la sfera cosciente. Aspettavo di intervistarlo da anni, da quando nel 2010 volevo farne il corpo di un libro su di lui. Ma non è stato affatto come l’avevo immaginato. Forse non lo è mai, con gli eventi degni di menzione della propria vita. Pensavo sarei stato emozionato, e invece ero assorto, annoiato quasi. Pensavo a un timore reverenziale, e invece non ne ho avuto. Ho provato molta compassione, invece, e questo non l’avevo messo in conto. Mi ha smorzato le domande e affinato lentamente l’udito, cercando di andare sempre più a fondo non tanto nelle parole quanto nel tono di quelle parole, perché lì – se mai ce n’è stata una – c’era la verità della condizione di Julian. Del suo pensiero, che si è radicalizzato, al punto da fargli sfiorare l’idea che Google sia un sistema totalitario di qualche sorta – «post-moderno», dice, mancando spettacolarmente di articolazione per un pensatore rigoroso come lui. Della sua salute, che pare precaria come si legge nelle indiscrezioni. E mi fa rabbia pensare a quanti colleghi lo trattano con sufficienza, come un disturbatore di professione, un parolaio che merita la prigionia che gli è stata imposta – lui, uno spirito così libero – e se soffre, beh, meglio. Occasione per un altro tweet sagace. Per un’altra battuta. Invece Julian pare non stare molto bene, di certo non a livello del morale, e per quanto sia brillante e combattivo come sempre comincia a perdere lucidità, forse, e ad avvitarsi in pensieri ultimi che si allontanano sempre più lentamente ma progressivamente dalla realtà per entrare nella sfera del possibile, dell’ipotetico, del congetturale. Non mi sorprende, dopo questa breve chiacchierata, i suoi testi più recenti siano sempre più speculativi, teorici, astratti. È come se Julian da lì dentro potesse osservare niente altro che la sua mente che osserva il mondo, dopo tutto, e questo da giornalista qual è – profondamente – descrive; non a caso è su quello, a essere ineguagliato tra i pensatori del digitale in relazione al contemporaneo. Acuto, imprevedibile, tecnicissimo, parla e argomenta come un genio ferito, colto nel vivo della sua intimità più bella. Quella che lo portava a volteggiare sul mondo come bucaniere, un pirata – nel senso che l’avventura, non la cronaca, restituisce al termine. Con una leggerezza e una radicalità assolute, di cui tanto c’è bisogno. Con idee chiare e forti, contestabili finalmente come si contesta qualcosa che ha l’aria di poter cambiare il mondo, e farlo davvero, non come quando si dice cambiamo il mondo. Ars Technica ha una splendida definizione per When Google Met WikiLeaks: “an angry, erudite, unredacted letter from the world’s most unusual prisoner”. Ed è esattamente questo: una corrispondenza dal carcere, le parole senza filtro alcuno – la registrazione dell’intervista con Eric Schmidt e Jared Cohen è integrale, respiri compresi – di un prigioniero politico, un intellettuale (sì, intellettuale: perché non si potrebbe dirlo di un hacker?) che guarda il mondo libero e, tutto sommato, lo schifa. E pensa che se è lì dentro non è che lo deve schifare di meno, per uscirne. Lo schifa e basta. Il punto è che vorrebbe ancora cambiarlo, forse, e doverlo fare mostrando continuamente che ciò che combatte è più forte di lui – lo ha rinchiuso, dopotutto – gli pesa terribilmente – lui, così vanitoso. La sua forza è che le idee sono ancora con lui; la sua debolezza che il mondo lo ha abbandonato. E lo ha fatto con un cinismo che disgusta perfino per questo ecosistema gretto e soggiogato dalla viralità nell’intimo più profondo che abitiamo. Julian, che di certo non è stupido, ha forse capito anche questo, e il peso nelle sue parole potrebbe venire anche da lì. Non ricordo poi cosa ci siamo detti, durante la conversazione. Molti passaggi non li ho capiti, si sentiva male e lui aveva la voce talmente bassa che a un certo punto ho cominciato a registrare la conversazione anche col cellulare, oltre che col laptop da cui lo stavo chiamando. C’è molto del suo libro, e c’è la sua curiosità per quando gli ho chiesto se a ritenere, come fa lui, che la censura è «motivo per esultare» perché rivela la debolezza di chi censura (al punto che è costretto ad ascoltare perfino cosa dicono i cittadini!) non si finisce per ritenere che il potere, a livello globale, stia perdendo potere – e questo perché, è la premessa del ragionamento, la censura a livello globale cresce. Non ricordo come ha risposto quando gli ho chiesto se quel potere sfuggito al potere sia finito nelle mani dei cittadini o di un altro e più elusivo potere – i Google del mondo, per esempio. Ricordo però che per un attimo l’ho sentito presente. E mi ha confortato.

Come si parla a un nazista

«Come si parla a un nazista?», si chiede Dimitri Deliolanes in ‘Albadorata‘, il volume da poco pubblicato da Fandango che affronta l’ascesa del movimento neonazista in Grecia. Il quesito del giornalista della emittente pubblica greca ERT è straordinariamente complesso, perché riguarda parlamentari eletti, non – come nel caso che abbiamo testimoniato in questi giorni in Italia – il cadavere di un boia.

Ma le sfumature, pur diverse, restano. «Bisogna essere rispettosi?», chiede ancora. «Ma se si è troppo rispettosi non c’è il rischio di legittimarlo?». Oppure «si potrebbe ignorarlo, fare finta che sia un’anomalia». Finendo però potenzialmente per rafforzare i neonazisti, farli apparire emarginati, ribelli, perseguitati «dal sistema e dai media». Controargomentare? Presta il fianco alle banalizzazioni e agli «attacchi demagogici» in cui sono maestri. Dire apertamente che le tesi di un nazista sono folli? «Il rischio è che appaia come un sognatore perverso, un bandito affascinante, un utopista incompreso».

C’è la legge, replicano alcuni. Dichiarare il neonazismo incompatibile con le istituzioni democratiche, sbattere gli eletti fuori dal Parlamento e in galera – come poi avvenuto In Grecia. O ancora, mettere al bando il solo negazionismo, la giustificazione dell’innocenza storica dell’ideologia nazista: farne un reato perseguibile con il carcere e multe salatissime, come allo studio nel nostro Senato proprio in queste ore. Ma nessuna delle due soluzioni sembra eliminare «i motivi che hanno portato parte dell’elettorato a schierarsi in favore degli estremisti», dice Deliolanes. Il che significa che tantomeno smetterà di pensare da nazista: un pensiero vietato, al contrario, diventa attraente, seduce. Specie quando il sistema stesso che impone il divieto viene percepito come poco o nulla autorevole.

«Il problema», scrive l’autore e io sono perfettamente d’accordo, «è di restituire al sistema democratico la credibilità perduta». L’alternativa al riemergere di tentazioni naziste dalle fogne della storia è solo e unicamente contrapporvi «uno stato di diritto forte, una democrazia forte». «Ma non abbiamo nessun indizio che si stia andando in questa direzione», commenta l’editorialista Stavros Lygeros per la situazione greca, nel libro di Deliolanes. Altrettanto vale per l’Italia. La soluzione non è resuscitare canti partigiani, prendere a calci e pugni un carro funebre, mettere nero su bianco nel codice penale che negare l’Olocausto non è solo inumano e antistorico, ma anche illegale. Magari bastasse così poco. La soluzione è fornire risposte democratiche ai problemi che gli estremisti propongono di risolvere con i semplici, diretti slogan antidemocratici.

Dalla violenza neonazista in Russia contro gli immigrati ai sondaggi che danno al primo posto in Francia il ‘Front National’ di Marine Le Pen, passando per Ungheria e Crozia, «la democrazia non può più essere data per scontata in Europa», come scrive il think tank Demos. Deve, al contrario, dimostrare di essere in grado di affrontare le sfide della contemporaneità. Perché, a mettere in fila le ragioni evidenziate da Deliolanes nell’avanzata di Alba Dorata, si comprende come sia proprio l’inadeguatezza a rispondervi ad aver lasciato campo all’estremismo.

L’incapacità di affrontare i fenomeni migratori, evidenziata tragicamente dalla polemica estenuante e continua tra Europa e istituzioni italiane a Lampedusa – ma decisiva anche in Grecia; il relativo terrore di smarrire una propria identità culturale; la debolezza di culture democratiche che si fanno commissariare politicamente ed economicamente da un’Europa le soluzioni proposte sembrano aggravare, più che risolvere, la crisi finanziaria che sta impoverendo e rendendo più ciniche popolazioni sempre più facili al populismo; un sistema dei media in mano a pochi e che esaspera regolarmente i toni dello scontro sociale, sostituendo alla cronaca resoconti emotivi o scandalistici per fare audience o vendere qualche copia in più; e le connessioni tra forze dell’ordine ed estrema destra e cultura della violenza. Sono questi gli elementi principali che hanno portato Alba Dorata al successo, argomenta Deliolanes.

E gela i polsi pensare a quanto siano attuali nel nostro Paese. A quanto saremmo impreparati e deboli se, domani, invece di un nazista morto dovessimo trovarci a fronteggiare a una serie di nazisti vivi e soprattutto organizzati in un movimento politico capace di sfruttare l’insoddisfazione che percorre l’Italia con argomenti e azioni più o meno velatamente naziste. Come in Grecia, veniamo da una cultura del controllo e dell’autoritarismo, da una democrazia imperfetta, mai compiuta, da un sistema partitico corrotto e in cui gli elettori non si riconoscono – e all’orizzonte non sembrano esserci soluzioni credibili. Restano, certo, le differenze nella struttura economica, oltre al fatto che la storia e la politica restano sempre più complicate e imprevedibili delle analisi che provano a raccontarle. Eppure quella domanda, «come si parla a un nazista?», ha un suono particolarmente sinistro in questi giorni, e in questo tempo. E tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi, lavarsi la coscienza con un emendamento o l’indignazione non aiuterà a trovare una risposta.

Open gang

Ci sono diversi aspetti interessanti nella lunga, brillante narrazione di Ben Austen per Wired sul rapporto tra social media e criminalità nelle gang di adolescenti a Chicago. Una storia a base di minorenni che passano le giornate a provocarsi con video hip hop su YouTube, facendo sfoggio delle proprie pistole quando non addirittura del cadavere di un rivale nelle foto su Facebook o deridendo le vittime su Twitter, il tutto minacciando e organizzando rappresaglie e controrappresaglie nei commenti sparpagliati un po’ ovunque sul web.

Naturalmente il passo dalla descrizione al moralismo (Chiudete quelle pagine d’odio! Combattiamo l’hate speech! No all’anarchia sul web! e via dicendo) è brevissimo. Ma sarebbe sbagliato farlo. Il messaggio che più colpisce, credo, di questa storia che inquieta ma al contempo – finalmente – getta uno sguardo concreto sul rapporto tra reale e virtuale, online e offline, nel quotidiano riguarda proprio le due facce della «trasparenza» esibita dai criminali.

Da un lato, i social network facilitano i meccanismi di narcisismo, appartenenza, odio, vendetta che poi portano al moltiplicarsi di faide in cui, molte volte, ci scappa il morto. Dall’altro, tuttavia, questa stessa (inedita) mancanza pressocché totale di considerazione per i rischi derivanti dall’esporre proclami e attività criminali al pubblico dei social network consente alle forze dell’ordine di capirne le dinamiche e in alcuni casi prevenire tragici epiloghi, e a noi che cerchiamo di osservare questi fenomeni di avere un (altrettanto inedito) punto di vista privilegiato – quello dei diretti protagonisti – per darvi senso, e in tempo reale, e moltiplicato per gli occhi e i pensieri di tutti i partecipanti.

Per questo il passaggio decisivo, tra i tanti meritevoli di attenzione, credo sia questo (la traduzione è mia):

«Associamo naturalmente attività criminale e segretezza, trame ordite in retro o vicoli. Oggi, tuttavia, per quanto possa sembrare sciocco nella pratica, le gang di strada hanno adottato un livello di trasparenza che potrebbe impressionare perfino i più ferventi futuristi di Silicon Valley. Ogni giorno su Facebook e Twitter, Instagram e YouTube, si possono trovare ragazzini sfrontati esibire gesti, brandire pistole, mettere in mostra droghe e mucchi di denaro. Se viviamo in un’era di openness, nessun segmento della popolazione è più sorprendentemente open dei membri delle gang del 21esimo secolo, che allo stesso tempo documentano e agitano le strade dei quartieri più duri d’America».

Eliminando l’odio dalla sfera del visibile in rete, in sostanza, si perde la documentazione – e non si sradica il fenomeno alla radice. Forse si rende la vita delle gang un po’ più difficile (forse), ma quanto si perde in termini di comprensione di ciò che emerge delle loro dinamiche, per non parlare di libertà di espressione, continua a sembrarmi infinitamente superiore nonostante i tanti modi – ben descritti da Austen – in cui Facebook, YouTube, Twitter e simili possono catalizzare e rendere istantanea perfino la violenza di strada.

Una violenza che è prodotto di una cultura che precede la rete sociale, come ben sanno gli appassionati di gangsta rap, e che temo non ci sia modo di impedire la rete sociale alimenti. Teniamoci stretti, piuttosto, il valore della descrizione. E cerchiamo di capire se e come possa servire a mutare quella cultura, piuttosto che a mutare «la Rete».

Doppio auto-colpo di Stato

Il Pdl passa mesi a parlare di colpo di Stato. Non succede niente. Poi minaccia (da agosto) dimissioni in massa in caso di decadenza del suo leader. Niente. Poi minaccia (secondo indiscrezioni!) quelle stesse dimissioni in massa, ma a una precisa scadenza (4 ottobre). Solo quando si capisce che il governo rischia (ah, le istituzioni!), arriva la (tanto inutilmente attesa) nota di Napolitano che condanna l’idea eversiva di parlare di un colpo di Stato compiuto attraverso le regole dello Stato di diritto. Il Pdl (nella persona anche dell’ex seconda carica dello Stato) non solo non ritratta, ma anzi rilancia dicendo che il tutto non è «inquietante», ma «realismo».

Quindi, per chiarire: l’idea che in Italia si sia consumato/stia consumando un colpo di Stato è «realistica». Lasciamo perdere cosa ciò potrebbe significare se qualcuno avesse ancora la malaugurata idea di prendere sul serio le parole pronunciate da questi signori. Concentriamoci invece su chi sta gridando al colpo di Stato.

E cioè un partito che, mentre grida, siede al governo accanto ai (collaboratori dei) golpisti (si tratta dunque di un auto-colpo di Stato?). Un partito che dispone attualmente del ministero dell’Interno (sta dunque rovesciando il suo stesso regime?). Un partito che chiama colpo di Stato l’applicazione di una legge (la Severino) che ha votato e approvato meno di un anno fa (doppio auto-colpo di Stato?). Un partito che propone, come soluzione per risanare la democrazia, la sostituzione del consenso plebiscitario all’applicazione della legge (cioè l’essenza del suo contrario, l’autoritarismo) e chiama l’idea una «dimostrazione di amore per la democrazia parlamentare» (Brunetta). Un partito che quando erano altri a parlare di colpo di Stato (Di Pietro, per esempio) sfoderava il linguaggio della Grande Moderazione Istituzionale, del Peso delle Parole, del Vergogna-Irresponsabile (alcune eversioni sono meno eversioni di altre).

Se solo Curzio Malaparte fosse ancora in vita, avrebbe di che aggiornare il suo famoso manuale, ‘Tecnica del colpo di Stato’. In cui si legge, per esempio, che «quello che in altri tempi era un problema di polizia è oggi divenuto un problema di tecnica». Fortuna che è lecito dubitare fortemente che Schifani, Santanchè e compagni ne abbiano il pur minimo barlume.

Cosa significa il PS di Grillo sulla democrazia digitale del M5S

Le cose stanno così. Dopo più di un anno di lavoro, gli attivisti del M5S Lazio realizzano una piattaforma online – molto avanzata e interessante – di democrazia partecipativa, il ‘Parlamento Elettronico‘. La presentano in fase di test in Senato, ai senatori del movimento proprio oggi, come si evince da questo post su Facebook di Emanuele Sabetta, tra i coordinatori del progetto:

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Gli attivisti sanno di muoversi su un terreno scivoloso: quella ufficiale deve provenire dallo staff di Casaleggio, e anche se è in lavorazione da tempo immemore tra annunci e ritardi bisogna attendere che sia pronta. E poi l’ambizione è rivolgersi ai gruppi locali, non all’attività dei parlamentari del M5S. I due siti su cui proporre e discutere leggi, insomma, sono complementari. Il consigliere regionale del Lazio, Davide Barillari, me lo ha ripetuto più di una volta: l’ultima, non più di un paio di mesi fa in un pezzo per l’Espresso:

«Non c’è alcuna contrapposizione con Grillo e Casaleggio su questo progetto. Lo abbiamo ripetuto all’infinito chiedendo anche rettifiche ai giornalisti che affermavano il contrario».

Sarà. Ma i fatti sono che proprio nel giorno in cui l’iniziativa varca ufficialmente la soglia di Palazzo Madama e raggiunge le orecchie dei senatori a Cinque Stelle, Beppe Grillo (o meglio, Gianroberto Casaleggio) se ne esce con un post in cui annuncia che la tanto agognata piattaforma sarà a pieno regime tra settembre e fine anno. Ma anche, e soprattutto, che si chiude con il solito, spiacevole post scriptum:

Ps: Si ricorda che non esistono applicazioni certificate al di fuori di quelle del blog.

E quali altre «applicazioni» sarebbero in lavorazione oltre a quella dello staff di Casaleggio se non, appunto, il ‘Parlamento Elettronico’? E poi, che sia un caso una simile precisazione proprio nel giorno della presentazione in Senato?

Direi proprio di no. Dunque i fatti sono che gli attivisti prendono alla lettera Grillo, si mobilitano per cambiare loro stessi le cose nel senso indicato dal loro «capo politico» (che infatti citano ovunque come fosse il Vangelo – si vedano homepage e documenti descrittivi del progetto) senza attendere che sia qualcun altro a cambiarle per loro; e lo fanno mobilitando le loro intelligenze, «dal basso», coinvolgendo esperti della materia e cittadini. Proprio come piace a Grillo e, devo dire, con risultati davvero notevoli.

E Grillo che fa in tutta risposta? Prima non li degna di una sola parola pubblica di apprezzamento, e poi – quando il progetto rischia di commettere una invasione di campo raggiungendo gli eletti in Parlamento – pubblicando quel post scriptum che tutto sembra fuorché un incoraggiamento.

Barillari, interpellato nel gruppo di discussione del ‘Parlamento Elettronico’ su Facebook, nicchia: «Non conosciamo la piattaforma di Casaleggio per poterla giudicare», scrive. E, incalzato: «La nostra è per il livello regionale, la sua per il nazionale. Nessun problema su questo». Ma non leggo nelle parole di Grillo – le uniche mai pronunciate pubblicamente al riguardo – un endorsement dell’iniziativa che Barillari giustamente difende anche solo a livello locale. Quella di Grillo sembra una scomunica e basta. La parola è del resto quella usata per distinguere chi ha diritto di cittadinanza nel movimento e chi no: certificata. Se Grillo non la certifica, che ne è della piattaforma e degli sforzi che è costata?

Se queste sono le premesse della «democrazia diretta del MoVimento 5 Stelle», c’è poco di cui essere fiduciosi per lo svolgimento.