Ma la democrazia digitale funziona?

La democrazia digitale, nella pratica, funziona? Qualche considerazione nelle slide per la Conferenza Nexa su ‘Internet e Democrazia’, parte di una argomentazione più estesa e documentata contenuta in un mio libro in uscita a marzo 2014 sull’argomento. Non una risposta, naturalmente: piuttosto un tentativo di sollevare spunti di riflessione.

 

 

La società intelligente

Se ho ben capito il futuro prossimo che immaginano i visionari di Silicon Valley per il malcapitato comune cittadino è tutto intelligente, smart. Non perché sarà più intelligente il cittadino, ma perché lo saranno gli oggetti che lo circonderanno e che sarà costretto – un po’ per noia, un po’ per moda, un po’ per la solita questione dello status symbol, del narcisismo e del così fan tutti - a indossare. Come se lo smartphone non bastasse, avremo uno smartwatch, l’orologio intelligente capace di funzionare in coppia con il telefono cellulare per scattare foto, permettere chiamate vocali e messaggi istantanei. In sostanza, tutto quello che potevamo fare già prima, ma con un oggetto in meno. Agli occhi porteremo occhiali aumentati - e dunque intelligenti – come quelli di Google, con cui scattare altre foto, mandare altri messaggi e sovrapporre Internet al campo visivo. Ci sarà sostanzialmente impossibile intrattenere qualunque conversazione o attraversare la strada senza rischiare di perdere il filo del discorso o essere investiti, ma saremo un po’ più intelligenti di prima. Di riflesso, perché lo sono gli occhiali che non smetteremo mai di sfiorare o con cui non sapremo più smettere di parlare – immagino la scena, perfino più surreale di quella di una tavolata in cui sono tutti indaffarati al cellulare, di una strada in cui tutti parlano, ma con un paio di occhiali. Ma tant’è. Saremo talmente intelligenti che faremo le stesse cose che facciamo adesso, ma con molti oggetti invece che con uno solo. Ma di nuovo, Silicon Valley è Silicon Valley: guai a dire no. Nel frattempo per fare una corsa avremo al polso un braccialetto per computare calorie bruciate e chilometri percorsi. Chi non volesse essere abbastanza intelligente da ricordarsi di attivarlo può scaricare una comoda applicazione per smartphone – il nome ha un certo senso dell’ironia, paradossale: Human - che fa tutto da sola. Così potremo ricordarci come si fa a vivere bene senza dover premere nemmeno un bottone. Se poi la memoria ci fa proprio schifo, c’è anche una minuscola telecamera da attaccarsi al petto, Memoto, che fotografa da sola la nostra vita ogni 30 secondi e, alla fine di ogni giornata, ci permette di riviverla come fosse una presentazione in PowerPoint. Basta ricordi sfuocati: quelli del futuro prossimo immaginato a Silicon Valley saranno a cinque megapixel. Certo, saremo un po’ ingombrati da tutti questi piccoli oggetti intelligenti. Ma saremo in grado di ricevere proprio le pubblicità e le offerte che vorremmo ricevere, perfino dai cestini delle immondizie. Stop allo shopping a caso: proprio come i vip, avremo il nostro personal shopper. E pazienza se sarà un bidone intelligente. Ma tutta la città sarà smart. La musica sarà smart. Un tocco, e dal frigorifero – smart anch’esso – esce Schubert. Sarà tutto connesso, perfino il terzo mondo. Saremo tutti connessi, ovunque. E visto che l’intelligenza è condivisione, saremo tutti intelligenti. Pieni di oggetti che ci dicono cosa fare, ma intelligenti. Saremo, finalmente, una società intelligente. La società degli iperconnessi. E io non vedo l’ora di non farne parte.

La Rete di Grillo non esiste

(Da Limes 4/2013, pp. 109-115)

Al cuore dell’offerta politica e della «rivoluzione culturale» del MoVimento 5 Stelle c’è una concezione irrealistica della «Rete», usata in modo strumentale dal suo ideologo Gianroberto Casaleggio e dal «garante» Beppe Grillo per dare corpo alla differenza fondamentale che intercorre tra i Cinque Stelle e «i partiti». Ovvero, l’idea che dalla democrazia rappresentativa così come la conosciamo si debba – per uscire dalla crisi istituzionale, economica e sociale in cui ci troviamo – gradualmente approdare a una «iperdemocrazia» basata essenzialmente sull’uso di Internet per sostituire i partiti politici1. E l’articolo 67 della Costituzione, il divieto di mandato imperativo, da mutare in un rapporto di totale «dipendenza» degli eletti (che divengono così meri «portavoce») dagli elettori.

È infatti «alla totalità degli utenti in Rete» (e non dei cittadini) che il «non statuto» – come lo statuto vero e proprio – del M5S riconosce «il ruolo di governo e indirizzo normalmente attribuito a pochi»; e la sua sede coincide con l’indirizzo web beppegrillo.it. «È la Rete che cambia tutto!», gridava l’ex comico dal palco di Piazza San Giovanni, concludendo trionfalmente lo Tsunami Tour che ha contribuito a portare il M5S al 25,5% dei consensi alle elezioni politiche 2013. Una visione che ben si accorda con quella dei tanti movimenti nati, pur senza accettare la sfida di entrare nelle istituzioni per cambiarle, in tutto il mondo: dagli Indignados a Occupy Wall Street.

A uno sguardo superficiale, i proclami tecno-entusiasti sembrerebbero giustificati. Dal 2005, anno di nascita del blog, a oggi, Grillo è riuscito – grazie alla piattaforma Meetup.com – a dare corpo prima a una moltitudine (gli ultimi dati dicono siano oltre 500 in 381 città di 11 Paesi diversi2) di gruppi locali nati sul web e cresciuti grazie all’interazione con modalità più tradizionali di attivismo politico (gazebo, volantinaggi, incontri, convegni); e poi, dal 2009, a un movimento nazionale vero e proprio, il M5S appunto, capace di passare dal 2-3% degli esordi a sondaggi fino a quasi il 30% dei consensi. Si badi bene, in tutto il Paese, e pescando – pur se maggiormente a sinistra – da tutti i tipi di elettorato3. La soluzione del problema di coordinare i due livelli, locale e nazionale, dipende in buona parte secondo gli attivisti4 da come verrà realizzata ed effettivamente implementata la piattaforma informatica di partecipazione «dal basso» cui i tecnici di Casaleggio stanno lavorando da oltre un anno, e che pare in dirittura d’arrivo.

Ma se la tecnologia gioca un ruolo determinante nell’organizzazione della politica a Cinque Stelle, siamo sicuri sia stata altrettanto importante nel garantirne il successo? I dati provenienti dalle elezioni dello scorso 24 e 25 febbraio sembrano non supportare l’affermazione, che dà il titolo a un’analisi di Casaleggio dopo l’ottimo risultato alle amministrative 2012, per cui «le prossime elezioni si vincono in Rete»5. Prima di tutto, nessuno dei tanti (troppi) analisti dei flussi conversazionali e di presenza sui social media è riuscito a predire il risultato delle urne, né per «i partiti» né per Grillo6.

Si prenda per esempio la mappa delle menzioni su Twitter per Grillo prodotta da Tycho Big Data per La Stampa (lanciata sotto l’ambizioso cappello «perché ha vinto chi vincerà stasera le elezioni»), e la si confronti con quella dei voti realmente ottenuti dal M5S.

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Se in regioni come la Liguria e il Lazio i risultati sembrano sovrapponibili (rispettivamente, il 32,1 e il 28% di preferenze cui si associano una frequenza di menzione «alta» e «molto alta»), altrettanto non si può dire per Marche (32,1% di consensi reali, con picchi del 33,5 a Pesaro e Urbino – ma la frequenza in regione è «bassa»), Friuli (27,2%, frequenza «bassa») e soprattutto Sicilia. Dove, a fronte di una frequenza di menzioni su Twitter «bassa», il M5S ha raccolto il 33,5% dei voti con punte addirittura del 40% a Trapani, del 39,3% a Ragusa e del 37% a Siracusa. Ancora, i dati non si correlano se non marginalmente con la mappa del digital divide7 – cioè la difficoltà di accedere a Internet – nel Paese, che in ogni caso è agli ultimi posti per connettività tra quelli sviluppati.

Difficile dunque spiegare il successo elettorale in termini unicamente dell’uso più o meno «perfetto» di Internet da parte di Grillo e dei suoi. Non a caso, gli analisti più attenti delle cause della loro affermazione dicono altro. Prima di tutto, contrariamente a quanto sostiene Casaleggio, la Rete non sta «sostituendo» gli altri mezzi di comunicazione. Secondo l’istituto Cattaneo, anzi, perfino tra i Cinque Stelle il principale strumento di informazione resta la televisione8.

Ancora, Biorcio e Natale – osservando la lenta ascesa dei consensi del M5S, paragonabile a quella della Lega di Bossi piuttosto che a quella di Forza Italia e Berlusconi – scrivono che «soltanto quando si afferma il tema centrale, la critica feroce alla classe politica (…) inizia realmente l’ascesa». Per precisare poco dopo: «Sono la crisi delle tradizionali forme di partito», giunte dopo l’esperienza del governo Monti ai minimi storici, «e la feroce alterità nei confronti dei politici contemporanei (…) a rimanere i due tasselli fondamentali del successo di Beppe Grillo». Ilvo Diamanti aggiunge: «Il successo del M5S, nell’ultimo anno, dipende, in larga misura, dal sostegno e dal consenso di elettori che non frequentano il suo blog, non partecipano ai Meetup né alle manifestazioni promosse dal leader»9Insomma, se avesse vinto le elezioni «in Rete», non si capisce perché l’abbia fatto solo ora e non già prima. E, soprattutto, non si capisce perché altri partiti presenti in Rete con modalità di coinvolgimento perfino più avanzate di quelle – sostanzialmente ‘broadcast’, unidirezionali – di Grillo10 non ne abbiano beneficiato affatto.

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Non c’è dunque nessun automatismo nella corrispondenza tra il primato del M5S online e nelle urne. Ma, per capirlo a fondo, bisogna chiedersi: cos’è «la Rete» secondo Grillo e Casaleggio? Dalla lettura del loro vero e proprio manifesto politico, Siamo in guerra (2011, Chiarelettere), emerge la visione di una entità radicalmente rivoluzionaria (la sua comparsa nella storia è un evento unico), dotata di leggi sue proprie, immutabili (a cui le norme sociali – per prime, quelle che regolano la convivenza democratica – devono piegarsi, piuttosto che viceversa), il cui cammino è destinato a portare con sé una promessa millenaristica e salvifica (si vedano i proclami di Casaleggio nel video ‘Gaia: the future of politics’) e, soprattutto, che sta al centro sia della definizione che della soluzione di ogni problema.

Caratteristiche che, utilizzando la terminologia impiegata dallo scienziato politico bielorusso Evgeny Morozov nel recente volume To Save Everything, Click Here (2013, Penguin Books), possono essere definite «epocalismo» (l’idea che Internet rappresenti una rivoluzione «inedita», un primum nella storia umana), «Internet-centrismo» (tutti i problemi vanno definiti e affrontati attraverso Internet) e «soluzionismo» (la convinzione che la politica sia fatta di bug che abbisognano di un aggiustamento, fix, ottenibile – sempre – tramite un numero finito, algoritmico, di passi).

Fare ricorso all’armamentario concettuale di Morozov non è un vezzo accademico, ma il modo per ricondurre l’ideologia di Casaleggio e Grillo a radici che affondano nella storia del pensiero tecnologico e – soprattutto – degli evangelisti e intellettuali di Silicon Valley dell’ultimo ventennio. E, una volta compiuta questa operazione, applicare all’«iperdemocrazia» a Cinque Stelle le critiche che Morozov applica a quella tradizione.

Prima di tutto, per dire che «la Rete» abbia in realtà dato luogo agli stessi (eccessivi) proclami di rivoluzione democratica scaturiti dall’invenzione della stampa, del telefono e della televisione; che non sia dotata di alcuna legge di natura intrinseca e necessaria, come dimostrato dalle aspre battaglie politiche necessarie a mantenerne la regolamentazione a livelli compatibili con la libertà di espressione11; e che decisioni come quella di dare il proprio voto a Pietro Grasso per la presidenza del Senato o affidare la fiducia al Pd nella formazione di un nuovo governo siano tutte politiche, e non certo risolvibili con un algoritmo che esegua la sommatoria di qualche migliaio di click online.

Ancora, per sostenere che «la Rete» di cui parlano i due ideologi del M5S non esiste. E del resto, non è difficile crederlo leggendo alcuni passaggi del già citato Siamo in guerra. La Rete, scrivono i due, «è francescana, anticapitalista» («nel web le idee e la loro condivisione valgono più del denaro»; Mark Zuckerberg annuisce); «permette all’ignaro investitore di comprendere i misteri della Borsa» (sarà per questo che brancoliamo nel buio rispetto a come regolare il trading algoritmico12 e risolvere la crisi economica in atto dal 2008); darà i natali a «nuovi Dostoevskij del digitale», «renderà i politici del futuro più intelligenti», e noi tutti più onesti. Perché «non rubi attraverso la Rete».

Ancora e soprattutto, la Rete «assomiglierà a un genio della lampada che ci risponderà su qualunque argomento». Ed è questo il fulcro del problema qualora si osservi il movimento non come catalizzatore di una protesta diffusa contro i partiti e l’attuale classe dirigente, ma come motore di un cambiamento radicale del nostro sistema istituzionale. È grazie all’«intelligenza collettiva» sviluppata su Internet mettendo in connessione i «terminali» a Cinque Stelle, questa l’idea, che ogni problema trova magicamente soluzione13. Una panacea per ogni male. Le agenzie interinali per collocare i lavoratori che usufruiranno del reddito di cittadinanza propagandato nel programma del M5S? Saranno la Rete, ha detto e ripetuto Grillo nei suoi comizi. Le parti mancanti del programma stesso? Ci pensa la Rete. Allo stesso modo, sarà la Rete a eliminare – pur gradualmente – ogni menzogna e falsità (nel frattempo, si apra la caccia ai ‘troll’, i disturbatori sul blog di Grillo14) e «gran parte delle strutture gerarchiche» che le diffondono. Tra cui, gli odiati giornali, ma anche gli esperti, gli intellettuali e chiunque anteponga sostanzialmente l’«io» al «noi». Nelle parole del neo-eletto Andrea Cioffi all’incontro romano all’Hotel Universo, «dobbiamo demolire il nostro ego per metterlo al servizio dell’Idea complessiva».

‘Internet-centrismo’ e ‘soluzionismo’ allo stato puro, per dirla con Morozov. Che hanno la sgradevole conseguenza di ridurre i cittadini a consumatori (che, come tali, «hanno sempre ragione»), i politici a «dipendenti» costretti a obbedirvi in ogni caso (e se la maggioranza fosse in errore?) e la politica a un contrattare continuo che tuttavia si risolve sempre e necessariamente nella decisione dei pochi che hanno tempo e capacità per stare sempre a contrattare15, e nel «mi piace» tramite referendum istantanei permanenti di tutti gli altri.

Ci sarebbe l’istituto della delega «liquida» che deriva da sistemi informatici come «Liquid Feedback», utilizzato dai Pirati Tedeschi e che consente di affidare e revocare la delega in maniera selettiva e temporanea a seconda dell’argomento trattato. Ma, come ricorda Morozov, siamo sicuri lo sforzo necessario a capire di chi fidarsi sia inferiore rispetto a quello che serve per decidere da sé? E ancora: siamo sicuri che la «democrazia liquida» non dia solamente l’impressione di una maggiore partecipazione alla vita democratica? Dopotutto, alle parlamentarie del M5S hanno preso parte poco più di 32 mila attivisti – quando la base elettorale è di oltre otto milioni di italiani.

Nel movimento si è tanto discusso, e molto si discute, rispetto alla «democrazia interna»; e i critici non mancano di osservare che l’ideale della trasparenza assoluta – incarnato nello streaming, più o meno rispettato, di ogni riunione a contenuto politico del movimento e non solo – è terribilmente controproducente per la natura della politica stessa, che è compromesso e non può fare di un metodo (la trasparenza, appunto) un fine. Eppure poco o nulla si discute se, come scrive Riccardo Luna in Cambiamo tutto!, sia vero che «questo dell’intelligenza collettiva non è più solo un mito per tecno-utopisti: è un fatto». E se invece non lo fosse? La domanda è lecita in un Paese in cui un italiano su due non ha letto alcun libro negli ultimi dodici mesi e sette su dieci hanno difficoltà a comprendere un testo di media complessità scritto in lingua italiana.

Ancora, se è in Rete che questa «intelligenza» deve prodursi, va considerato il fatto che l’Italia – come detto – è tra i paesi sviluppati con maggiori problemi in termini non solo di carenze infrastrutturali per accedere a Internet (e come si esprime, nell’«iperdemocrazia», chi non è connesso?), ma anche e soprattutto dove il digital divide si coniuga in termini di deficit culturali e di genere.

Da ultimo, possibile produrre «intelligenza collettiva» nell’ecosistema web che ha in mente Grillo, dove l’anonimato è bandito (le regole per commentare al suo blog lo vietano), migliaia di commenti scompaiono senza capire bene perché e, soprattutto, c’è sempre il rischio che un non ben identificato «staff» equipari un commento critico a «trolling», cioè molestia digitale, e dunque faccia di ogni dissenziente un dissidente a rischio espulsione?

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Date tutte queste condizioni, l’idea centrale su cui si regge la parte propositiva e di metodo dell’offerta politica del M5S – quella che lo distingue essenzialmente da tutti gli altri, i «partiti» – potrebbe rovesciarsi nel suo opposto, in «demenza collettiva». Un movimento che catalizza il consenso di un italiano su quattro avrebbe il dovere di porre all’ordine del giorno un simile problema, e discuterlo – se davvero crede si tratti di una questione risolvibile con un dibattito collettivo in Rete – proprio sulle piattaforme online che dovrebbero distinguerlo dalla «vecchia» politica.

Se Grillo e Casaleggio hanno ragione, del resto, una risposta – e decisiva – non tarderà ad arrivare. Che non lo facciano rivela un pregiudizio o, peggio, una contraddizione fondamentale: che non basti dotarsi della migliore struttura tecnologica disponibile per produrre idee buone abbastanza da guidare un Paese popoloso e complesso come l’Italia (quali ha prodotto finora?), e che perfino loro lo sospettino.

E del resto, al cuore della critica morozoviana sta proprio l’idea che la politica non debba per forza somigliare alle sue riduzioni tecnologiche, e che la ricerca della perfezione algoritmica nella gestione della cosa pubblica possa addirittura diventare controproducente. Si pensi a quanto affermava Grillo il 25 gennaio 2012: «Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra o non fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria, una sovranità economica». Che si pensi che decisioni simili, le cui conseguenze in termini diacronici non possono essere certo valutate istantaneamente dagli elettori dell’ipotetica «iperdemocrazia» a Cinque Stelle, si prendano premendo un bottone dovrebbe essere sufficiente a farci considerare con maggiore attenzione se il nuovo che avanza sia davvero migliore del vecchio che vogliamo, e dobbiamo, cambiare.

Note:

1 «Quando c’è un partito si instaura la corruzione. Noi vogliamo una cosa nuova. Una ‘iper-democrazia senza i partiti’ con al centro i cittadini. Metteremo in rete tutto. Anche le discussioni del movimento. È difficilissimo lo so ma noi ci vogliamo riuscire» (Beppe Grillo a Sette del Corriere della Sera, 30 maggio 2012).

2 Natale, P. e Biorcio, R., Politica a 5 Stelle, 2013, Feltrinelli.

3 Si vedano in proposito P. Corbetta, E. Gualmini (a cura di), Il partito di Grillo, 2013, il Mulino; l’analisi dei flussi elettorali per le politiche 2013 dell’Istituto Cattaneo; e lo stesso Politica a 5 Stelle.

4 E anche questa è una forma di quello che in seguito definiremo «soluzionismo».

6 Come ho dimostrato in questa analisi per Valigia Blu: http://www.valigiablu.it/elezioni-2013-non-ha-vinto-internet-abbiamo-perso-noi/

7 http://tg24.sky.it/tg24/economia/mappe/internet_digital_divide_italia.html Da cui si evince, per esempio, che in Friuli il digital divide è alto, ma lo sono anche i consensi di Grillo; in Lombardia basso, così come i consensi di Grillo.

8 «Internet è religione nelle parole del Movimento, eppure la televisione è il primo mezzo usato dai grillini», ha detto Elisabetta Gualmini a Huffington Post Italia, http://www.huffingtonpost.it/2013/01/30/beppe-grillo-ricerca-cattaneo_n_2581558.html. Ne Il partito di Grillo, da lei curato, si legge che la televisione è considerata dal 71% degli elettori del M5S tra i «primi due canali di informazione più utilizzati per intenzione di voto».

9 Diamanti, I., Una mappa della crisi della democrazia rappresentativa, in Comunicazione Politica, XIII, 1, aprile 2013.

10 Si pensi alla piattaforma collaborativa utilizzata da Scelta Civica di Mario Monti, per esempio, cui ha corrisposto una débâcle– e non un successo – elettorale.

11 Si vedano le campagne di attivismo necessarie a contrastare norme liberticide come le statunitensti SOPA e PIPA, le prime versioni del trattato anticontraffazione ACTA, il nuovo sistema di governance inizialmente proposto da alcuni Paesi in occasione dell’ultima conferenza mondiale delle telecomunicazioni (WCIT) e, in Italia, le polemiche infinite sul cosiddetto «comma ammazzablog».

12 Si veda in proposito Steiner, C., Automate This, 2012, Portfolio.

13 Non a caso i due primi capigruppo a Senato e Camera nei video di auto-candidatura al Parlamento sostenevano: «Il nostro ruolo di portavoce dovrebbe essere quello di farci collettori di una intelligenza collettiva» (Vito Crimi). «La Rete e l’intelligenza collettiva che a essa è sottesa devono formare una nuova idea di stato e di cittadinanza» (Roberta Lombardi).

14 Chiusi, F., Se il troll si nasconde in casa tua, pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 4 aprile 2013.

15 Le élite «casuali» di cui parla Stefano Rodotà in Tecnopolitica (2004, Laterza). Per un approfondimento sul tema, si legga Formenti, C., Cybersoviet, 2008, Raffaello Cortina Editore.

Come non si governa Internet

Ci sono le regole. E poi c’è chi se ne infischia. Il problema è quando a infischiarsene sono i regolatori. Come avvenuto questa notte, verso l’1:30, a Dubai, alla contestatissima conferenza mondiale delle telecomunicazioni (WCIT). Norma vorrebbe che l’ITU si esprima attraverso il consenso di tutti i 193 delegati che lo compongono. O, qualora dovesse mancare, a maggioranza, con un voto.

Ma il segretario dell’agenzie delle Nazioni Unite dedicata alle telecomunicazioni aveva giurato e spergiurato non ci sarebbe stato alcun voto («we will not vote on any issues») riguardo all’estensione del dibattito alla regolamentazione di Internet – una materia controversa (vista l’opposizione di diversi paesi, Stati Uniti e paesi europei su tutti), troppo controversa per essere discussa in quella sede con la serenità necessaria.

E allora che accade? Che il chair della sessione plenaria iniziata mercoledì in tarda serata, Mohammed Nasser Al Ghanim, decide di tastare il polso dei presenti in sala rispetto alla ‘Risoluzione per promuovere un ambiente di maggiore crescita per Internet’ (qui il testo attuale) con un procedimento del tutto improvvisato: per alzata di mano. Anzi, di cartelli:

Il resoconto della seduta, riportato da CDT, spiega come sono andate esattamente le cose:

CHAIR: I want the feel of the room, who is against this resolution.
(Pause)
Test test test test test test test test test thank you. You can lower your plate now. The majority is with having the resolution in.

In sostanza, il chair ha determinato – deduco sulla base di un rapido calcolo – che la Risoluzione dovesse intendersi approvata, o quantomeno degna di discussione (nemmeno su questo c’è certezza, tanto che perfino la Internet Society scrive: «sembra sia stata approvata»).

Il delegato spagnolo vuole vederci più chiaro. Chiede se si tratti di un voto o meno:

SPAIN: As a point of order, I would like you to clarify whether the temperature you were taking was simply a taking of the temperature. Has it now been interpreted as a vote and had we known that it was a vote, we might very well have acted differently.

Risposta del chair: non è un voto.

CHAIR: No, it was not a vote, and I was clear about it.

Ma se non è un voto, cos’è? Tanto più che, come riporta Samantha Dickinson (il vero racconto in tempo reale della conferenza), l’Italia sostiene il contrario:

Ora, lasciando da parte il merito dei contenuti della Risoluzione (criticabilissimi, anche se – come scritto in precedenza – non vincolanti, e da ratificarsi nei singoli Stato prima di entrare in vigore), la questione che mi preme sottolineare è di metodo: non è a questo modo, tra voti che non lo erano, documenti che devono essere trafugati per essere portati a conoscenza del pubblico e accuse di accordi sottobanco, che si cambia il modello di governance di Internet.

Se, come è probabile e a questo punto più che mai auspicabile, WCIT si concluderà con un nulla di fatto, l’insegnamento che dobbiamo trarne è, ancora una volta, che la mancanza di trasparenza e correttezza produce danni incalcolabili. E poi hai voglia a denunciare gli eccessi di allarmismo: è anche e soprattutto questa opacità ipocrita a produrli. Per il futuro, la richiesta che deve provenire – fortissima – da esperti e società civile è che scompaia, una buona volta. E che sia il metodo stesso con cui si prendono le decisioni a incoraggiarne la dipartita.

Dati, geopolitica e potere

Il controllo sui dati, e l’abilità nell’utilizzarli e comprenderli, è e sarà sempre più un fattore chiave per modificare gli assetti geopolitici e di potere economico tra Stati, e tra Stati e multinazionali. «Presto», scrive Francesco Vitali in un saggio intitolato The Economic Geopolitcs of Data and the Future of Dominance, «saremo in grado di classificare le nazioni secondo tre categorie: quelle che saranno in grado di esercitare il controllo attraverso assistenza esterna, quelle dotate di strumenti di controllo autonomi e quelle in grado di progredire dal controllo alla previsione e alla manipolazione di comportamenti individuali e sociali».

Come? Organizzando, tramite algoritmi sempre più sofisticati, il mare di informazioni su noi stessi presente in rete. Non c’è bisogno di complicate operazioni di spionaggio, né che i ‘controllori dei dati’ chiedano agli utenti il permesso di accedere ai dettagli sulle loro vite: oggi «è possibile estrarre conoscenze implicite da e sulle persone senza che sia necessario ottenerne il consenso esplicito», scrive Vitali. Basta intrecciare le nostre ricerche su Google, le transazioni finanziarie online, le condivisioni sui social network, le email, le foto, i video, le parole che pubblichiamo. Nell’era del «big data», ciò significa maneggiare quantità di informazioni nell’ordine di centinaia di exabyte al mese di traffico Ip globale, a cui aggiungere le centinaia di terabyte prodotte da ogni azienda con oltre mille dipendenti e il fiume di dati provenienti dalle videocamere di sorveglianza, dalle tecnologie di geolocalizzazione in ogni smartphone e da quelle di controllo a uso militare (i droni, per esempio, ma anche gli insetti-spia).

Il risultato, scrive Vitali, è che «ogni singolo individuo è diventato analizzabile sia rispetto alla sua unicità sia nei suoi comportamenti sociali in aggregazioni virtuali (i social network) o reali (come durante le proteste) con altri individui». E se il terreno di conquista oggi è la predizione (non dove siamo, ma dove saremo tra cinque minuti; non cosa abbiamo acquistato, ma cosa acquisteremo; non cosa abbiamo retwittato, ma cosa è più probabile retwitteremo), oggi l’incrocio di tutte queste informazioni conduce alla «de-anonimizzazione» del soggetto in rete. «L’era delle identità multiple è finita», secondo Vitali. «La fase della storia di Internet in cui una persona poteva utilizzare diversi nickname a seconda del contesto è finita».

Ora che «è possibile determinare l’umore di una persona in qualunque momento», che di ogni utente in rete si può creare un profilo dettagliato abbastanza da conoscerne le preferenze sessuali e i network di influenza, e che tutto questo si può fare perfino per chi non sia presente sui social media (basta analizzare i pezzi di informazione condivisi da chi, invece, c’è), non stupisce che una versione sinistra e al contempo accogliente del motto «la conoscenza è potere» sia quantomai attuale.

E’ la dittatura degli algoritmi che si salda a quella di chi detiene gli strumenti necessari a raccogliere e dare senso alla massa sterminata di dati prodotta volontariamente dagli utenti su loro stessi. Non a caso, Vitali dettaglia i massicci investimenti dei colossi del web (da Facebook a Microsoft e Google) per raffinarli e potenziarli.

Le conseguenze geopolitiche si vedono nella emergente categorizzazione tripartita proposta dall’autore all’inizio del paper. Nella prima, quella dei Paesi in grado di controllare dati locali tramite servizi esterni, sono compresi i paesi protagonisti della «primavera araba», che hanno fatto ricorso a blocchi e censure temporanee (anche totali) della rete, e che per la sorveglianza dei loro cittadini hanno utilizzato software di provenienza straniera (in particolare Occidentale, come più volte denunciato anche su questo blog).

Nella seconda ci sono invece le democrazie Occidentali, capaci di produrre da loro stessi gli strumenti di controllo della rete utilizzati (per esempio, in funzione di tutela del diritto d’autore o di contrasto della pedo-pornografia e del gioco d’azzardo). Ma anche la Cina, con il suo ‘Great Firewall’ (che secondo Foreign Policy non è né ‘great’ né ‘firewall’).

Alla terza, da ultimo, appartengono gli Stati Uniti, da tempo impegnati nel tentativo di costruire tecniche per formulare analisi predittive in tempo reale dei comportamenti in rete. Nonostante i risultati siano attualmente modesti, Vitali sostiene che questo conferisca agli USA un primato tecnologico sugli altri Stati che consente di alterare l’equilibrio geopolitico «secondo parametri totalmente sconosciuti ai politici e ai geografi del XIX e del XX secolo». Non esattamente una buona notizia, dato che mentre con una mano Obama e Hillary Clinton promuovono la retorica del libero web, con l’altra utilizzano il primato tecnologico per «rendere possibili operazioni che fanno sembrare gli incubi di George Orwell delle banali storielle del passato».

(Grazie ad Andrea Glorioso per la segnalazione; Fonte immagine: qui)