Berlusconi, il tecnoentusiasta

«Attraverso Internet, tutti gli uomini liberi e i Paesi del mondo che credono nella libertà si possono collegare liberamente per trasmettersi di tutto: informazioni, notizie, contratti, merci, prodotti, musica, televisione. C’è la possibilità di entrare, attraverso questo nuovo sistema, in un mondo straordinario dove si possono avere tutte le informazioni possibili, in un numero incredibile, dove ci si possono scambiare tutte le conoscenze possibili, dove si possono comperare – saltando tutti i tradizionali strumenti di diffusione dei prodotti – tutti i prodotti del mondo. Un mezzo importantissimo».

Silvio Berlusconi, Congresso Giovani Forza Italia
Roma, 11 dicembre 1999

(video)

I patiti del web

«People are dying to rockets and strikes. And in the digital world, @ messages and #s are the result» (The Next Web)

Israele e Hamas si scambiano messaggi di guerra su Twitter? «I social network cambiano le regole del conflitto». Perché «partono tanti missili quanti tweet». Insomma, è «la guerra ai tempi di Twitter», come titola Huffington Post Italia in una homepage che è insieme il manifesto di una generazione, giornalistica e non solo, e di una degenerazione oramai nota: avviene sul mezzo più cool del momento, quindi è un game changer. Che importa se poi la guerra è guerra, e Twitter è Twitter: i piani, all’occorrenza, si confondono. Così:

Ma è solo uno dei tanti esempi di abdicazione della ragion giornalistica all’altare del tecnoentusiasmo. Tra la piattaforma che «crea» o «dà potere» alle rivoluzioni (attacco: «Quanto sarebbe stato più semplice per Cristoforo Colombo organizzare la sua spedizione in America se avesse potuto lanciare una raccolta fondi sul web? E per Robespierre radunare migliaia di persone alla Bastiglia attraverso un flashmob piuttosto che con un volantinaggio clandestino, ad elevato rischio decapitazione?») e il leader Cgil Susanna Camusso che definisce una cosa «inaudita» che un ministro annunci gli esuberi «su Twitter» (come se invece un comunicato diffuso per i canali tradizionali cambiasse la sostanza – e come se il sindacato non fosse a conoscenza dell’intento del ministro prima del tweet), basta restare alle ultime 24 ore per vedere lo stesso assunto all’opera.

Che poi è lo stesso ripetuto allo sfinimento durante le elezioni presidenziali che hanno riconfermato Barack Obama alla guida degli Stati Uniti: «Obama, questa volta è merito dei social» (La Stampa); «Obama, è la vittoria dei nerd» (Wired.it); «La storia non si scrive, si twitta» (Il Giornale, ignorando evidentemente che per twittare si debba scrivere). Poco importa che osservatori molto attenti, come quelli di TechPresident, abbiano prodotto analisi molto più prudenti («Social media just didn’t matter in 2012, except as a new form of passing entertainment»): Obama ha vinto grazie a Twitter e Facebook, e il resto – come si dice – è noia.

Così, mentre Google certifica – nel silenzio pressoché generale (fa eccezione il Fatto, in questo caso) – che «la sorveglianza governativa è in crescita», e mentre fuori dai confini nazionali si moltiplicano le riflessioni sulle implicazioni del caso Petraeus in termini di invasività della sorveglianza digitale e realissime conseguenze per la privacy dei cittadini (su tutte, da leggere quelle di Greenwald e Soghoian), eccoci preda di memi (calati dall’alto) e precisissimi – ma utili? – calcoli su quale candidato, tra i ‘fantastici cinque’, abbia generato più tweet, e con quale sentiment (cosa significhi davvero, poi, è tutto da capire) nell’ormai celeberrimo confronto a Sky Tg24.

Quando, tre anni fa, iniziai a occuparmi di come i media raccontavano quanto accadesse su Internet, l’impressione che ne ricavai era di un tendenziale scetticismo: si parlava di «odio sul web», di nuovi brigatisti digitali dal click facile, di adesioni più o meno velate a progetti liberticidi provenienti da una politica in buona parte incompetente e ignorante (come ho ampiamente documentato in ‘Ti odio su Facebook’).

Oggi mi sembra di notare la tendenza inversa: i politici si riempiono la bocca del digitale e dei suoi temi (anche se molto spesso a sproposito, l’ultimo esempio è il rapporto tra Matteo Renzi e la nozione di accesso all’informazione), mostrando un entusiasmo che finora ha prodotto un sacco di belle parole (quelle di Giulio Terzi all’Internet Governance Forum Italia su tutte) e pochi, pochissimi fatti. E i media, che fino a qualche tempo fa parlavano di Internet solamente quando c’era da rapportarlo a pedopornografia, pirateria e a oscuri legami con malattie tra le più varie e fantasiose (dalla schizofrenia alla sifilide, come sanno i lettori di questo blog), ora – complice l’ondata di retorica del cambiamento tramite il digitale portata dalla ‘primavera araba’ e dai vari Occupy, Indignados e altri movimenti orizzontali ‘dal basso’ – si sono improvvisamente scoperti patiti (non direi ossessionati, perché buona parte dei temi davvero importanti resta comunque scoperta) del web: dei litigi tra personaggi politici, del FORmaglione regalato ai FORtwitteroni da Formigoni (consiglio l’unfollow) e di svariate altre facezie, certo. Ma anche e soprattutto del potere rivoluzionario di qualunque cosa avvenga sui social media.

Poi la guerra resta guerra, la politica politica, e la democrazia – checché ne voglia l’altra retorica imperante, quella della democrazia digitale facile e per tutti, for dummies verrebbe da dire – democrazia. E le rivoluzioni, quelle che Internet sta iniziando davvero, restano magari confinate a lunghe, introvabili analisi (introvabili sui media italiani, con sempre le solite poche, virtuose eccezioni) d’oltreoceano (esempio, la bellissima riflessione di Clay Shirky sul rapporto tra digitale e istruzione avanzata).

Ma la questione va oltre il giornalismo: è culturale, e ci riguarda tutti. Non perché abbiamo un mezzo rivoluzionario, e tanta voglia di rivoluzione, allora basta sommare gli addendi e il risultato produce il cambiamento. Non perché un mezzo è innovativo e di moda allora è sempre e comunque il messaggio. La realtà è sempre più complessa della tecnologia che usiamo per abitarla. Illuderci del contrario non farà altro che perpetuare lo status quo nel nome del nuovo. Insieme, come scrive stupendamente Cole Stryker, agli stessi pregiudizi e difetti che ci hanno portato a chiederlo a così gran voce.

Aggiornamento del 20 novembre. Repubblica.it: «Le guerre del futuro? Sul web», «Si combatterà il nemico coi social».

Aggiornamento del 22 novembreGranieri su La Stampa: «I social media stanno riscrivendo le regole della guerra moderna».

Internet non è un soggetto

Non solo, come scrive Sherry Turkle in Insieme ma soli, «ci aspettiamo di più dalla tecnologia e di meno gli uni dagli altri». Ci aspettiamo talmente tanto dalla tecnologia che, quando tradisca le nostre aspettative, siamo pronti ad attribuirle la colpa di qualunque effetto perverso si sviluppi da questo terribile malinteso. In principio, si potrebbe dire, era la domanda di Nicholas Carr: Google ci rende stupidi? Una formula scarsamente scientifica, ma fortunata. The Atlantic, che aveva ospitato la provocazione di Carr, l’ha ribadita nel pezzo di copertina di maggio 2012: Facebook ci sta rendendo solitari? Ora tocca a Newsweek, con una lungo e apocalittico resoconto intitolato Internet ci rende pazzi?  L’assunto di fondo che lega tutte queste analisi è chiaro: è Internet che sta rimodellando la nostra architettura neurale; Internet che ha fatto sì che «non siamo mai stati così separati l’uno dall’altro»; ancora e sempre Internet che «incoraggia – o addirittura promuove – la follia». Così che fa sorridere il tentativo di Tony Dokoupil, autore del pezzo su Newsweek, di sottrarsi a una critica di questo tipo con una semplice affermazione di principio: «Internet ci rende pazzi? Non la tecnologia in sé». Come dimenticandosi di avere appena finito di sostenere che la rete non è un mezzo qualunque, ma «un ambiente mentale tutto nuovo, uno stato di natura digitale dove la mente diventa un pannello di controllo che rotea, e pochi ne usciranno indenni». Parole espresse più chiaramente subito dopo dallo psichiatra di Stanford, Elias Aboujaoude: «C’è proprio qualcosa nel mezzo che crea dipendenza». Ma se il mezzo non è neutro, significa che può essere responsabile. E che noi, gli esseri senzienti che l’hanno creato e lo controllano, ne siamo le vittime. Ora, che ogni mezzo di comunicazione abbia delle proprie caratteristiche è indubbio. E se gli effetti collaterali dell’iperconnessione sono oggetto di dibattito nella comunità accademica come, in maniera crescente, tra i comuni cittadini, non può essere solo per effetto del sensazionalismo mediatico. Qualcosa corre sotto la nostra pelle, e ci inquieta. Ma attribuire una soggettività a Internet, e caricarla del peso di tutte le frustrazioni contemporanee, non dice nulla del perché così tante persone preferiscano il multitasking all’approfondimento o una chat su Facebook a una passeggiata. Certo, la tecnologia le induce in tentazione, ma sono le persone ad assecondarle. Non solo. Reificare Internet rende più semplice essere tecno-scettici. Scriviamo troppi commenti superficiali? Colpa di Twitter, che ci costringe a esperimerci in 140 caratteri. Non siamo attenti alla nostra privacy? E’ perché le condizioni di utilizzo dei nostri dati sono troppo complesse e cangianti. E via dicendo, fino alle conseguenze paradossali che si possono tirare da ipotesi come quelle recentemente ripetute da Andrew Keen sulla CNN: siamo assassini? Colpa di Call of Duty. Con queste premesse, sarebbe da irresponsabili non assumere un atteggiamento di forte perplessità nei confronti dei nuovi media. Il punto è che sono premesse errate, perché anche quando attribuiamo alla tecnologia ciò che dovremmo aspettarci dagli esseri umani – intelligenza, amicizia, equilibrio psichico – sono sempre quegli stessi esseri umani a decidere delle loro sorti attraverso la tecnologia. Non c’è nulla di necessariamente deviante nel mezzo Internet: semmai c’è la debolezza di alcune persone, che si riversa su Internet come fosse una terapia, e non un mezzo per portare a compimento degli obiettivi. Se non ci fosse, con ogni probabilità la riverserebbero altrove – non a caso i risultati scientifici parlano di correlazioni, non di cause. Poi c’è un secondo pensiero, anche più preoccupante: che non si capisce che cosa far seguire a quelle forme di tecno-scetticismo. Ammettiamo Internet ci renda più stupidi, solitari e disturbati. Significa che dovremmo consentirne l’utilizzo solamente per poche ore al giorno? Che certe prassi digitali dovrebbero essere vietate? Se non è questione di responsabilità individuale, ma di qualcosa di intrinseco a quelle tecnologie, non si può rispondere dicendo che basta che le persone stiano più attente nell’utilizzo che ne fanno: servono regole, ferree, per fare in modo che quegli effetti necessariamente nefasti siano minimizzati. E’ una prospettiva terribile, ed è alimentata a ogni articolo che assuma la forma di quelli recentemente pubblicati da The Atlantic e Newsweek. Se invece ci concentrassimo sulle responsabilità umane, e sul fatto che mentre su certe persone l’utilizzo anche intensivo di Internet ha effetti nocivi su altre non ne ha affatto, allora potremmo iniziare una conversazione – questa sì – necessaria su come rapportarci a una tecnologia sempre più invasiva nelle nostre vite. E, per esempio, discutere su come remunerare maggiormente quei lavori che, per la loro natura, costringano a farne un uso intensivo. C’è tutto un mondo da scoprire una volta che si liberi la riflessione sulle conseguenze sociali e antropologiche della tecnologia dalla retorica deterministica che impone che Internet sia un soggetto agente. Ed è un mondo fatte di carne e ossa, prima che di bit e fibra ottica.

Dalla fine del lavoro alla fine del tempo libero

Siamo talmente iperconnessi da vivere brevi periodi offline come esperimenti sociali e antropologici. Insieme ma soli, come argomenta nel suo più recente volume la psicologa Sherry Turkle indagando le conseguenze di un’esistenza continuamente interrotta dalle notifiche dei social media, della posta elettronica, delle infinite possibilità fornite da uno smartphone (oggi) o dalle tecnologie per la realtà aumentata come il Project Glass di Google (domani). Al punto che perfino chi ne critica l’approccio, come Nathan Jurgenson, concede che mai come ora abbiamo assaporato fino alle più sottili sfumature il tempo che trascorriamo lontani da Internet. E che la domanda posta da Andrea Malaguti su La Stampa suona tutt’altro che retorica: «Alienati, soli, ultraconnessi. Liberi o definitivamene schiavi?» Non ho una risposta definitiva su un argomento tanto complesso, e di certo l’iperconnessione porta con sé un misto di vantaggi e svantaggi di cui attualmente è complesso stendere un bilancio esaustivo, e soprattutto scientifico. Tuttavia, il tema delle sue conseguenze sociali è entrato nel dibattito e nella consapevolezza pubblica molto di più di quello – altrettanto se non più importante – delle sue implicazioni per il lavoro. Un esempio. Oggi All Things Digital ha pubblicato i risultati di un sondaggio di Good.com su come la costante connessione a Internet abbia cambiato le abitudini dei lavoratori negli Stati Uniti. I numeri sono degni di riflessione: l’80% degli interpellati continua a lavorare anche una volta lasciato l’ufficio, per un totale di 365 ore all’anno di lavoro aggiuntivo. Per un interpellato su quattro, l’iperlavoro ha portato a scontri con il partner. Anche perché il 40% continua a lavorare anche dopo le dieci di sera, e il 57% controlla le mail di lavoro anche quando è in gita con la famiglia. Il 69%, poi, non va a dormire senza averci almeno dato un’occhiata. E se per metà degli interpellati rispondere alla posta di lavoro ancora a letto o alle sette di mattino serve per meglio organizzarsi, l’altra metà sostiene «di non avere altra scelta che rimanere connessi». Il problema non è nuovo, tanto che in Brasile dallo scorso gennaio rispondere alle mail fuori dall’orario di lavoro viene retribuito come straordinario. Aziende come Volkswagen, Deutsche Telekom e Henkel, si legge sul Corriere della Sera, hanno risposto smettendo, o promettendo di smettere, di inviare posta lavorativa dai server aziendali fuori orario. In Italia, il Paese della guerra ideologica sull’articolo 18 e delle polemiche per una traduzione maldestra delle parole del ministro Fornero sul lavoro come diritto, non ricordo un sindacalista – o un sostenitore del libero web, se è per questo – averne fatto una battaglia di civiltà. Eppure, lungi dalle previsioni degli utopisti, il lavoro non è certo «finito» grazie alle macchine. Semmai è cambiato, ed è cambiato il rapporto tra lavoro e tempo libero – in molti casi, a tutto svantaggio di quest’ultimo. Che questo fenomeno macroscopico sia passato pressocché inosservato agli stessi che si riempiono la bocca delle battaglie per i diritti dei lavoratori dimostra una volta di più che le conseguenze del digital divide vanno ben oltre il pur tragico ritardo nell’adozione di strumenti di e-government e nella diffusione della banda larga. Se a interessarci davvero è la libertà degli utenti, e non solo di ciò che usano, sarebbe il caso di porre la questione all’ordine del giorno.

Il popolo del web, e noi

Il web dice, protesta, complotta, litiga. Lo spettro del ‘popolo del web’ si aggira per le redazioni di tutta Italia. Google, integrando nuove funzionalità tra i risultati di ricerca, diventa più intelligente. E noi, a furia di reificare Internet e tutto ciò che vi accade, a furia di scambiare l’individuo per la sua controparte collettiva digitale, rischiamo di perdere noi stessi. Non è solo questione di pubblico e privato. E nemmeno del fatto che sembriamo difendere la libertà della rete più della nostra. E’ un problema culturale. Come se stessimo dibattendoci tra due esasperazioni: Internet è il male, Internet è il bene. Con due rischi. Nel primo caso, perdere quell’insieme infinito di possibilità che Internet rappresenta. Nel secondo, accettare una sudditanza psicologica alla tecnologia che – lo scrive da tempo Jaron Lanier – finisce per deprimere l’umano, pur di rendere intelligente il codice, o la macchina. Non so se sia questo a motivare inconsciamente la scelta di Telecom Italia di trasformare un gesto artistico, la direzione d’orchestra, in un gesto meccanico, premere ‘invio’. Ma se anche fosse una semplice strategia pubblicitaria, non sarebbe per questo eliminato l’alone di inquietudine che l’avvolge. In quel «Non sta dirigendo, sta dando l’invio» c’è tutta una serie di sconfitte culturali della società nei confronti della sua rappresentazione mediatica, in particolare di quella digitale. Una sudditanza a quelle che Geert Lovink chiama le nostre «ossessioni collettive», prima di tutto, al punto da ridefinire in funzione di quelle ossessioni il valore sociale della creatività. Ma anche la sconfitta di aver metabolizzato la tremenda inversione del soggetto che ci è quotidianamente suggerita. Come fosse ‘il web’ a scandire il ritmo delle note. Come fosse irrilevante che non è in alcun modo in grado di interpretarle. Se la nostra identità dovrà imparare a fare i conti con la cultura della distrazione e con la morte del dualismo digitale, niente è più importante di ribellarsi all’idea che la banalizzazione dei nostri gesti tramite l’informatica sia un valore.