Ventitré giorni senza social media

Dal primo di agosto a oggi mi sono auto-imposto di stare alla larga da Facebook, Twitter e da questo blog. Ho cercato la concentrazione e il distacco necessari per scrivere un romanzo la cui idea principale mi ossessiona da un paio d’anni; ma la prima stesura è andata a vuoto e la seconda non mi convince abbastanza da mantenere il proposito di restare ‘sconnesso’ fino al primo settembre. Da oggi – a meno di ripensamenti o illuminazioni, che per quanto riguarda la narrativa sono sempre possibili, anche se non nella stessa misura – riprendo a frequentare i social media a tempo pieno (sì, a volte ho violato la regola che mi ero imposto). Tuttavia in queste settimane ho raccolto qualche impressione sparsa su ciò che ho provato in seguito al distacco dallo stato di connessione perenne in cui mi trovo di norma. Sono appunti diaristici, perfino contraddittori a volte, e non hanno alcuna pretesa di scientificità – nemmeno nel senso, ambiguo, delle scienze sociali. Eccoli.

 

Mercoledì 1 agosto

11:06 – Ho staccato per scrivere il mio romanzo. Sono ancora connesso a Internet, ma ho scelto di sparire dai social media per concentrarmi il più possibile. Niente Facebook, niente Twitter. E navigazione limitata allo stretto indispensabile, azzerata nella fase di scrittura. Che conto giunga al più presto, e duri per tutto il mese. Ritorno ai social previsto il primo settembre.

11:37 – Per la prima volta ho l’impulso di controllare Facebook, vedere chi ha risposto al mio arrivederci («The day has come. Ci si legge tra qualche settimana»).

12:07 – Mi sento solo con i miei pensieri.

12:41 – Leggo la home di Repubblica.it e vorrei condividere con qualcuno un pensiero sulla morte di Gore Vidal, sull’apertura di Vendola all’Udc, sull’orribile titolo «Fb, Google e Amazon i grandi del web schierati con i gay». Ma la fruizione, senza social, è tornata unidirezionale: loro producono, io leggo. I commenti restano intrappolati nella mia testa. Ma è come se volessero continuamente uscire. Non riesco a cliccare su nessun articolo. Chiudo Chrome.

12:58 – Il direttore del Messaggero Veneto mi scrive: «Non ci credo che stacchi per così tanto tempo». Neanche io.

13:31 – E se non fosse indispensabile seguire così spasmodicamente le notizie?

13:35 – Se non avessi staccato non avrei mai tenuto un diario, di nulla.

14:34 – C’è come un velo d’ignoranza tra me e il mondo. Pensavo si associasse ad ansia, fretta, smania. Invece la prima reazione è stanchezza, come dopo l’esercizio fisico. Stanchezza per rilassamento delle membra, non per sfinimento.

14:44 – Ripenso all’idea di Nathan Jurgenson che l’online sia sempre presente anche nell’offline, anche quando siamo sconnessi. E a quanto sia vero: non riesco a concepire questo diario come qualcosa di diverso dal post di un blog, a non immaginare le reazioni che susciterà una volta pubblicato, ai retweet e ai like.

14:52 – Ho meno voglia di usare lo smartphone. Senza i social, è meno ‘smart’.

16:00 – Quanto facilmente viene a noia il monitor. Ciò che mi interessa della tecnologia, ciò che non la rende mai stancante, è l’umano che contiene.

16:04 – Sono distratto come prima. Questa volta, per noia. Prima, per troppa curiosità. Interessante come per entrambi gli opposti il risultato sia lo stesso.

16:41 – Ascolto Oshin, dei DIIV. Ma non posso dirlo a nessuno dei miei circa 10 mila amici online. Qualcosa nell’ascolto ne risente.

18:45 – Ho cambiato sfondo al desktop: ora c’è un quadro distopico sulla sorveglianza digitale di Laurie Lipton. Appropriato per quello che sto scrivendo. Mi sembra importantissimo, qualcosa che sento il bisogno di comunicare agli amici.

Giovedì 2 agosto

10:26 – Ieri sera ho dimenticato di essere offline. E ho cercato molto meno del solito l’iPhone nella tasca: all’aperitivo, a cena, dopo. Stamane è molto più difficile. Alla rassegna stampa manca il peso dato dagli amici alle notizie. Mancano le loro segnalazioni. I giornali sembrano carne morta; mentre quella viva, che sanguina, mi è inaccessibile.

11:42 – Mi accorgo che lo stimolo di accedere a Facebook e Twitter è più forte, quasi un automatismo, quando il pensiero si inceppa. La distrazione compensa la difficoltà senza risolverla: resta lì, in attesa che l’attenzione ci ritorni.

12:04 – Sì, iniziano a mancarmi gli ‘amici’. Quelli conosciuti e frequentati principalmente su Facebook.

12:13 – Quindici ore circa che non accedo a Facebook: 44 notifiche, annoto sbirciando rapidamente dopo il log in effettuato in violazione delle regole che mi sono auto-imposto. Esco subito, senza leggerle.

15:31 – Chissà se dopo un mese di inattività qualche ‘studioso’ di Twitter mi catalogherà tra i bot.

16:52 – Immagino un giornalista che non abbia mai frequentato o che non frequenti i social media. E mi chiedo come faccia. Zygmunt Bauman, nella sua conversazione con David Lyon sulla «sorveglianza liquida», dice che la sociologia senza Facebook è «semplicemente inadeguata». Non credo che per il giornalismo possa essere molto diverso.

Venerdì 3 agosto

10:49 – Le singole notizie sui giornali e sui siti mi sembrano meno importanti, ciascuna ricondotta nel suo scenario globale, nel suo contesto. Emergono delle tracce che prima vedevo ma non apprezzavo a fondo. Il distacco ha portato con sé una comprensione meno dettagliata, ma più serena e profonda. «Emotions recollected in tranquility», scriveva Wordsworth per la poesia. A dire: non scrivere di getto, lascia che le sensazioni sedimentino e prendano forma, prima di emergere sulla penna. Sembra valere anche per i fatti, o quantomeno per la loro sistemazione.

10:56 – L’urgenza di condividere ciò che leggo è già affievolita, quasi scomparsa. Sarà perché leggo meno, o è per effetto del distacco? Sentiamo più bisogno di condividere ciò che abbiamo reperito perché condiviso?

11:21 – Il bisogno di social media cresce con il tempo trascorso davanti al monitor. La fortuna è che decresce accorciandolo, o allontanandosene. Tutt’altro che banale, dato che il meccanismo delle dipendenze è esattamente l’inverso.

Sabato 4 agosto

11:01 – Dopo tre giorni di separazione dal magma incessante dell’attualità la politica italiana appare in tutta la sua nuda, insolente inconcludenza. Parole a vuoto, che si riempiono di significato solo nell’orizzonte temporale di un dibattito che si rinnova di mezz’ora in mezz’ora. Con tempi appena più lunghi, da un mattino all’altro, già non ne hanno più. Forse la narrazione e i tempi dei social media nutrono l’incapacità di vedere il nulla delle dichiarazioni, delle interviste, dei retroscena, degli accordi sottobanco; già il distacco tra la carta del giornale di ieri e quello di oggi mette le cose in prospettiva. Vero, senza i social media manca un senso di maggiore partecipazione a quel dibattito; ma, per contribuire davvero alla politica, dovrebbero ricordarci che riguarda anche e soprattutto il medio-lungo periodo. Un orizzonte che nell’esistenza occupata da Facebook e Twitter è, se non scomparso, nascosto.

11:22 – Non avere nulla da dire non è più un problema.

17:25 – Tolti i social media la serendipity non aumenta. Semplicemente, Internet sembra meno seducente.

17:40 – Una impossibilità storica, ma istruttiva: se la parabola di un personaggio come Mussolini si fosse svolta interamente in un’epoca dotata della lente dei social media, oggi sapremmo di più della sua figura? Avremmo forse un giudizio diverso – non nella sostanza, ma nei dettagli – del suo operato? In altre parole: il racconto di una dittatura, e della vicenda umana di un dittatore, è lo stesso prima e dopo la rete sociale?

Domenica 5 agosto

15: 03 – Nathan Jurgenson, su la Lettura, scrive che la rete sociale è uno spazio emotivo ed estetico, dove il presente richiama il passato (Instagram) e il passato rivive nel presente (la Timeline di Facebook). Il che dimostra, conclude Jurgenson, che offline e online sono inestricabili e indistinguibili – ontologicamente, verrebbe da aggiungere. Eppure ora che il mio spazio sociale online è muto da giorni, emotività ed estetica non ne hanno risentito. Anzi, sento ritornare pensieri nella forma libera della riflessione, senza le costrizioni dei 140 caratteri di Twitter, del formato di Facebook o di ogni altra nozione del bello e del sensato standardizzata tramite quello spazio. L’offline reclama la sua qualità su ciò che era diventato nel miscuglio con i media sociali; il suo primato, direbbe un dualista digitale. Il dualismo, insomma, si impone nell’assenza dell’online. È il passato che chiama, e ancora seduce.

23:05 – Serata senza idee. Non mi succedeva da tempo. O meglio: da tempo non me ne accorgevo. Se non fossi nel corso del mio esperimento di distacco, in situazioni come queste starei su Facebook o Twitter, a prendere parte a qualche discussione più o meno utile, a leggere qualche articolo suggerito da chi seguo o dagli ‘amici’, magari a chattare distrattamente con sconosciuti e non. E sentirei meno il vuoto che ho nella testa proprio nel giorno precedente l’inizio della stesura del romanzo. Quel vuoto si sente meno, con i social media. Ma forse è un male: perché ci ritorna a noi stessi, all’umiltà di sentirsi nulla di fronte ai propri stessi progetti. Forse è una solitudine vera del pensiero, dopo tanti mesi di alone, together.

Lunedì 6 agosto

9:50 – Quando inizi ad avere richieste di profondità e riflessione, perché lo sguardo si è allontanato a sufficienza dal flusso incessante e caotico delle notizie, è la carta a non darne – non i social media. La distinzione tiene: ma a sfavore della prima, non dei secondi.

10:04 – Il mio Klout starà scemando, la posizione del mio blog nella classifica di BlogBabel e nei motori di ricerca pure, i follower su Twitter saranno scesi così come i ‘fan’ della mia pagina Facebook – penso ridacchiando tra me e me. La mia presenza online starà diventando più sfumata, lieve, come un’ombra immobile dietro a una tenda. Come qualcosa che lentamente, giorno dopo giorno, scompare. La sensazione di poter ancora sparire, anche se soltanto per poco e per finta, procura sollievo. Con un tocco, leggero e inspiegabile, di comicità.

11:51 – Breve visita di ricognizione su Facebook: le notifiche sono diventate 106. Viene da pensare che, superata una certa soglia di contatti, l’utilizzo diventi o costante o impossibile. I ‘fan’ della pagina del mio blog, in ogni caso, sono aumentati, non diminuiti.

17:12 – Immerso nella scrittura. I dibattiti su cui mi sono infervorato nei mesi e nelle settimane precedenti mi sembrano straordinariamente futili. Ma resto convinto che senza averli affrontati, e senza averli affrontati come fossero ciascuno di vitale importanza, niente di ciò che sto scrivendo avrebbe mai visto la luce. Il quotidiano, vissuto anche tramite le reti sociali, nutre ciò che lo supera. Pensare che lo si possa superare senza esservi rimasti immersi fino al collo mi sembra – pur in questo momento di profondo isolamento – una follia intellettualistica della peggior specie. Quasi quanto il pensiero di poterlo superare rimanendovi costantemente immersi.

Martedì 7 agosto

17:17 – Non: smetto di usare i social media, quindi aumenta il pensiero di usarli. Ma: smetto di usare i social media, quindi smetto di pensare di usarli. Insieme al bisogno, scompare la riflessione su quel bisogno. Chiaramente il discorso sulle dipendenze in questo caso non c’entra un bel nulla. Se questa sensazione si rivelasse esatta, in ogni caso, dubito di riuscire a scriverne per altre tre settimane.

18:55 – C’è voluto qualche giorno, ma ora sono in grado senza sforzo di pensare a questa pagina come alla pagina di un diario, e non di un blog. Forse Jurgenson (vedi 1 agosto, 14:44) ha ragione solo nel breve termine, e in stato di connessione permanente: altrimenti, a un certo punto, l’offline ritorna a liberarsi dell’online. Anche del suo spettro.

21:09 – Stasera che non ho voglia di pensare mi manca un po’ il misto di chiacchiere, indignazione e trolling che si fa di norma con gli amici su Facebook la sera, a quest’ora.

Mercoledì 8 agosto

11:15 – Si fa un gran parlare, spesso a sproposito, delle battaglie condotte «dal popolo della Rete», o direttamente «dalla Rete». E ce ne sono, sia chiaro – anche se c’è soprattutto molto altro. Il punto che non avevo compreso a fondo prima di staccare è quanto questa rappresentazione conflittuale di ciò che accade su Internet e in particolare sui social media sia funzionale alla distrazione dalle battaglie condotte dai giornali. Ciascuno, prima ancora di fare informazione, è una fazione in guerra per l’affermazione della propria weltanschauung. Difficile trovare una simile polarizzazione della potenza di fuoco su Internet, dove la fruizione stessa dell’informazione è per sua natura ibrida, un articolo dalla home di Repubblica.it e uno segnalato da un amico su Facebook, un occhio al feed dei giornalisti su Twitter e un altro alla rassegna stampa della Camera. È una logica antica, morta, quella che separa le due realtà, l’analogica e la digitale. Ma in un certo senso è bene qualche distinzione rimanga: aiuta a dividere un mondo in guerra con eserciti tradizionali da uno in cui, semmai, la logica è del nemico invisibile, degli spauracchi («l’iperconnessione», «la dipendenza da Internet», «Google ci rende stupidi») e della guerriglia, casa per casa. La prima, quasi necessariamente, arruola; la seconda, tutto sommato, consente di saltare da un fronte all’altro, da una prima linea a quella che fino a un attimo prima si colpiva. E anche, se proprio lo si desidera, di ignorare quelle patetiche scaramucce. Proprio questa ultima possibilità costringe gli eserciti del mainstream analogico a conferire alla fantomatica «Rete» e al suo altrettanto fantomatico «popolo» le qualità che in realtà calzano loro così a pennello, e che da decenni sono loro proprie. Devono poter dire: «Noi non stiamo facendo la guerra, la stiamo solo raccontando. Guardatela: è lì, in Rete». È una bugia, ma serve a prendere il tempo necessario a cambiare caricatore.

16:39 – Imperativo categorico 2.0: Mai commentare ciò che non commenteresti dopo almeno due giorni di distacco. Corollario: Se proprio lo devi fare, fallo come se avessi potuto maturare almeno due giorni di distacco, nel giudizio. È una elementare massima di ecologia politica, e se mai dovesse diventare una kantiana «legge universale» – certo che non lo diventerà – del retroscenismo e della zuffa partitica non resterebbe che un gioco in solitario o, alla meglio, a due: i contendenti, senza pubblico.

Giovedì 9 agosto

14:48 – Quanta della facilità con cui mi sono liberato dei social media, in una settimana e senza sentirne sostanzialmente mai il bisogno, dipende dal fatto che sia agosto?

19:08 – Apro Twitter per controllare che non ci siano messaggi di lavoro nella posta privata, e trovo questo tweet di Rob Horning (@marginalutility): «social media sites are sold as places “to connect” but theyre also places to judge and be judged; you agree to be judged by metrics of site». Quindi tra le cose a cui non sto avendo accesso in questi giorni c’è anche una forma – potente – di giudizio sociale.

19:18 – Sarebbe divertente poter confrontare i titoli più straccioni apparsi sui siti dei principali quotidiani italiani in questi ultimi dieci giorni (su tutti, quelli dei pezzi guardoni sulle atlete di Londra 2012) e le frasi più straccione postate su Facebook. Mettere il tutto a denominatore comune, e vedere a quanto ammonterebbero i numeratori.

19:39 – La quantità di tempo che si libera stando alla larga dai social media è finora ciò che più mi ha colpito, e la variabile che ha più effetti sulla vita di tutti i giorni.

Sabato 11 agosto

13:30 – Annoiato e deluso da ciò che sto scrivendo, decido per la prima volta di scorrere il Twitter feed della mia lista di account di ‘cultura tecnologica’. Ci sono almeno cinque notizie di grande importanza, tra cui quella – completamente ignorata dai mainstream media italiani e non solo – su TrapWire e la decisione di Google di iniziare a ‘punire’ nel posizionamento i siti che ricevano segnalazioni per violazione del copyright. Notizie di cui non avevo avuto nemmeno alcun sentore, pur avendo letto quattro giornali cartacei, stamane. E non si tratta di notizie dell’ultima ora, anzi. Avrei potuto venirne a conoscenza ugualmente senza Twitter? Certo: i modi per raggiungere The Verge o Russia Today non mancano. Ma trovarle tutte lì, una dietro l’altra, è una comodità che deriva unicamente dal tempo passato, nei mesi scorsi, a selezionare con cura le fonti che più spesso forniscono notizie così rilevanti per il mio lavoro. C’è un grado di personalizzazione – positivo, contrariamente a quello che si accompagna alla sorveglianza digitale – che è semplicemente incompatibile con i giornali cartacei, e al momento non ottenibile – a meno di una vera e propria rivoluzione – dalle loro controparti digitali. Conclusione: dieci giorni di lontananza da Facebook non hanno cambiato una virgola o quasi della mia vita lavorativa, mentre la stessa assenza da Twitter sembra avermi consegnato a un’era geologica precedente. Lo stesso non vale per la vita sociale, sia chiaro: da quel punto di vista, senza Facebook qualcosa effettivamente manca.

Domenica 12 agosto

12:52 – Leggendo un paper di 28 pagine dal monitor del laptop, mi rendo conto per la prima volta da anni di essere arrivato oltre la metà senza interruzioni nell’attenzione – senza cercare notizie sulla home del Corriere, senza avere l’istinto (ormai di quello si tratta) di aprire distrattamente Facebook o Twitter e scorrerne i feed. A complicare il tutto c’è che senza Twitter non avrei mai trovato il saggio del 2003 che sto leggendo con così tanta e rinnovata concentrazione.

Domenica 19 agosto

15:01 – Difficile credere che abbia scritto così tanto, mi sia esposto così tanto, sentenziato così tanto, espresso così tanti pareri su argomenti e questioni di cui non sapevo assolutamente nulla. E difficile dire se la foga indotta dai social media a esprimere ed espormi mi abbia portato a capire più o meno, su quegli argomenti e quelle questioni. In alcuni casi certamente, in altri per nulla; molti, tuttavia, sono nel mezzo, e solo ora che scorro a volte le polemiche inutili, i giudizi frettolosi, le antipatie, le inimicizie, i retroscena gratuiti o quasi mi rendo conto di quanto gran parte di ciò che ho scritto su Facebook o Twitter sia stato dettato dalla smania di esserci, interagire con le persone con cui volevo interagire – e non con tutti i miei contatti, mostrarmi con le persone con cui ha un senso e un’utilità mostrarsi. Un amico qualche giorno fa mi ha detto che stare su Facebook è come guardare l’Italia, ed è certamente vero, e con una profondità e insieme un’immediatezza che non ha precedenti. Eppure non ricordo sguardo sociologico così intriso, altrettanto profondamente e immediatamente, di narcisismo e ridondanza. Che sì, può essere anche tutt’uno con la brevità: si può essere di troppo, o dire troppo, anche in 140 caratteri, o con un’immagine.

15:36 – Assange ha appena finito di parlare dal balcone dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e mi sono concesso il live-streaming delle reazioni su Twitter. Un sacco di battute che non fanno ridere, alcune che strappano un sorriso, qualche resoconto fedele dei passaggi fondamentali, altri un po’ meno fedeli e un po’ meno fondamentali, tanto rancore – verso una parte o l’altra – e tanta, tanta voglia di far sapere al mondo che si sta da una parte o dall’altra. Di utile c’è, più che altro, qualche foto della folla assiepata lì fuori – per i completisti – e la fotocopia del testo letto da Julian, postata da Russia Today – compreso il passaggio sulla indecente condanna di Putin alle Pussy Riots. Niente di indispensabile, insomma, a ben vedere. Com’è che abbiamo finito per considerare questa specie di chiacchiericcio ininterrotto una conquista di civiltà?

16:36 – Bilancio degli (inutilissimi) indicatori di influenza ‘social’ dopo 19 giorni di inattività: Klout 73.45 (il primo agosto era 77.06, secondo i nuovi parametri); Twitter: 22 nuovi follower; Facebook: 14 richieste di amicizie da confermare, una decina di nuovi ‘like’ sulla pagina fan del blog. Come a dire: tra non postare nulla e postare contenuti che non rimbalzano da una condivisione all’altra non c’è sostanzialmente alcuna differenza. Di certo una conclusione possibile è: astenersi da ciò che non ha potenziale di condivisione. Ma vale solo, è bene ricordarlo a se stessi, se ciò che si vuole ottenere è essere ‘influenti’ – qualunque cosa significhi e comunque lo si misuri. Fare il proprio lavoro con passione è tutt’altro. E non è detto che a sfuggire alla misurazione degli indicatori sia esattamente l’effetto di un lavoro svolto con passione.

Lunedì 20 agosto

15:03 – La vera tirannia, quella che non ti consente di staccare mai davvero del tutto, sono le email che arrivano a ogni ora del giorno e della notte. Le sento a distanza di pochi secondi, prima sull’iPhone e poi sull’iPad, oppure viceversa, con lo stesso identico avvertimento metallico che ti ricorda la dolorosa ovvietà: o si disabilita la connessione su tutti i device che possiedi, oppure tanto vale essere presenti sempre, anche sui social media. L’effetto dello spegnimento di una sola parte della vita in rete, in altre parole, è marginale. Anche se la parte che si spegne sono Facebook e Twitter, il cui contributo al fenomeno della cosiddetta ‘iperconnessione’ inizio a temere sia abbondantemente sopravvalutato.

16:50 – Leggo i ciellini parlare dei matrimoni gay come di «un male per l’umanità» e il desiderio di stendere un commento al veleno, fulmineo, su Twitter e Facebook diventa irrefrenabile. La tentazione del tempo reale si moltiplica quando c’è qualcosa che si percepisce come un’ingiustizia da sanare. Come se bastasse anche il più azzeccato dei commenti a cambiare, fosse solo di una virgola, lo stato di cose.

Martedì 21 agosto

18:25 – Una cosa disgustosa che, spero, non farò mai più: lamentarmi su Facebook del fatto che su Facebook crediamo tutti di essere portatori di verità assolute, che chi su Facebook non è d’accordo con ciò che scrivi su Facebook diventa un nemico e non un interlocutore, che se su Facebook tocchi gli idoli delle folle diventi bersaglio delle folle che, su Facebook, idolatrano. È tutto talmente chiaro, banale, alla luce del sole che non merita più una riga, su Facebook e fuori.

19:09 – Scopro della morte di Sergio Toppi. Vorrei celebrarla condividendo un suo disegno, due parole. In questo caso, cerco la condivisione per trovare sollievo al dolore, il conforto umano che questa casa vuota non mi può dare.

19:14 – Ho pubblicato la foto di Toppi. Ho violato il silenzio, ma non sono stato io a cominciare.

Mercoledì 22 agosto

9:59 – C’è un tratto che accomuna l’uso dei social media alle dipendenze: un assaggio moltiplica il desiderio. Da quando ho ripreso a sbirciare ciò che succede su Facebook e Twitter, da quando non sono riuscito a trattenere il bisogno di condividere un autoritratto di Toppi per celebrarne la fine, e meglio sopportarla, mi ritrovo sempre più spesso a scorrerne i feed. Inconsciamente, quasi, come si accende una sigaretta e poi, giorno dopo giorno, ti ritrovi a fumarne un pacchetto.

16:51 – A proposito dei socialdipendenti sull’orlo di una crisi di nervi: mi pare si stiano moltiplicando. Morozov e Mantellini, Battista e Belpietro, Gasparri e D’Alia. Accuse e controaccuse, sempre (anche) personali, mai (solamente) nel merito. Ed è la cronaca di quello che ho visto solo nelle ultime 24 ore, sbirciando pochi minuti al giorno. Dopo tre settimane di distacco, seppure parziale, questi toni mi sembrano completamente inverosimili. Non che non li abbia mai usati, o che non tornerò a usarli: è che non penso li userei in questo momento, dopo queste tre settimane di distacco, seppure parziale. Chissà se vale anche per loro.

Giovedì 23 agosto

11:42 – Il litigio su Twitter tra Belpietro e Battista è diventato un editoriale su Libero. Non è certo una novità che dissapori privati si traducano in pubbliche accuse: è che ora l’antecedente è, a sua volta, pubblico.

15:07 – Sono quasi certo che queste settimane non mi abbiano insegnato nulla. O meglio, nulla che non andrà perso non appena finiranno. Impara a usare in modo consapevole i social media, dicono. Pubblica di meno, pensa di più, mi sono detto decine di volte. Non ha mai funzionato, e non vedo perché dovrebbe cominciare ora.

15:30 – Ho abbandonato gradualmente il mio proposito di non frequentare i social media fino al primo settembre. Prima è stato un post per gli amici, privato; poi un altro; poi la morte di Toppi mi ha fatto scrivere un post pubblico. Da allora non ho più smesso di sbirciare. Forse dipende dal fatto che quanto ho scritto, del romanzo, non mi soddisfa; forse, invece, è che qualcosa mancava davvero. Tanto vale finirla qui.

La fallacia Facebook

Mentre il valore delle azioni di Facebook continua a scendere, l’editorialista e fondatore di Newser, Michael Wolff, su Technology Review va al cuore del modello di business del social network. E ci vede una fallacia fondamentale, che finirà per travolgere l’azienda e non solo:

«Al cuore del business su Internet c’è una delle più grandi fallacie del business del nostro tempo: quella che la rete, con tutte le sue capacità di targeting, possa essere un mezzo pubblicitario più efficiente, e dunque più profittevole, dei media tradizionali. Facebook, con i suoi 900 milioni di utenti e una valutazione di circa 100 miliardi di dollari, e la maggior parte del suo business basato sul display advertising, è attualmente al cuore del cuore della fallacia».

Argomenta Wolff:

«La realtà quotidiana e ostinata per chiunque faccia business sulla forza della pubblicità online è che il suo valore decresce ogni trimestre, una conseguenza della sua simultanea inefficacia ed efficienza. La natura del comportamento delle persone sul web e il modo in cui interagiscono con la pubblicità, così come la caratteristiche di quegli stessi inserti pubblicitari e la loro incapacità di suscitare davvero attenzione, ha significato un marcato declino nell’impatto pubblicitario».

Un bel problema per Facebook, che «deriva l’82% delle sue entrate dalla pubblicità», scrive Wolff. E che non a caso è alla disperata ricerca di un modo per monetizzare la sterminata mole di dati in suo possesso (alcuni pensano l’unica soluzione sia fare il suo ingresso in Cina). Avere 900 milioni di utenti non basterà, per salvarsi, dato che è proprio il valore pubblicitario per utente a decrescere. Senza contare che la base di utenza non si può incrementare all’infinito: prima o poi «gli esseri umani con un computer e uno smartphone finiscono».

Il che porta a una conclusione logica, secondo Wolff:

«La crescita della sua base utenti e le sempre maggiori pagine viste significano un inventario praticamente infinito da vendere. Ma l’espansione dell’offerta, a fronte di una domanda incerta, significa costi sempre decrescenti. La matematica è dolorosamente inevitabile. Senza un’idea che faccia tremare la terra, Facebook si appresta a un rallentamento o a un declino della crescita in un mercato a secco, e a tassi pubblicitari sempre più bassi, sia sul web e (specialmente) sul mobile. Facebook non è Google; è Yahoo o AOL».

Da cui la sentenza:

«Man mano che Facebook satura un mercato già saturo, la fallacia della rete come un mezzo profittevole non può più essere ignorata. Il crollo arriverà. E Facebook – il presunto trasformatore di mondi, che, in realtà, è solo un sito basato sulla pubblicità – cadrà insieme a tutti gli altri».

Insomma, la fine di Facebook potrebbe avere poco a fare con gli umori degli utenti, e molto con una ragione economica strutturale. Di cui, tuttavia, l’articolo fornisce una buona impalcatura teorica, ma una troppo esigua base fattuale (basta leggere i commenti su Technology Review per capirne di più, o anche gli appunti di Stefano Quintarelli sul suo blog). Staremo a vedere.

Prima di investire in Facebook

In vista dell’entrata in Borsa il 18 maggio, Facebook ha cercato di rifarsi il trucco in ogni modo. Ha abbracciato la causa della donazione di organi, permettendo agli utenti di dichiararsi donatore – e sperando di sollevare un’ondata di consapevolezza per emulazione. Ha fatto il suo ingresso, come ‘osservatore’, nella Global Network Initiative – l’organizzazione non governativa che si batte per la creazione di meccanismi di responsabilità sociale d’impresa in difesa dei diritti umani e della libertà di espressione sul web. Ha creato la possibilità di pubblicare status a pagamento, per massimizzarne l’esposizione – in funzione di aumentare gli introiti pubblicitari e al contempo soddisfare soggetti in cerca di maggiore visibilità. E ha cambiato per l’ennesima volta la sua politica sull’utilizzo dei dati degli utenti, questa volta cercando di rendere trasparenti tutte le modifiche. Consentendo addirittura agli iscritti di votarla e, se con almeno 7 mila commenti e il consenso del 30% degli utenti attivi, modificarla. Lasciando da parte le accuse di ipocrisia e opportunismo (fondatissime, data la straordinaria coincidenza temporale degli afflati umanitari e delle vicende economiche), Ars Technica segnala che anche dietro la maschera della trasparenza si cela l’ennesimo utilizzo controverso – per così dire – dei nostri dati personali. Non solo le foto che cancelliamo da Facebook restano in realtà sui suoi server anche per anni (e il problema, segnalato sempre dal sito di informazione tecnologica, sembra non ricevere adeguata attenzione nelle nuove condizioni di utilizzo): si scopre anche che non basta cancellare una applicazione, un gioco (FarmVille, per esempio) o semplicemente smettere di utilizzare servizi su un sito partner di Facebook tramite il login sul social network per eliminare i nostri dati dai loro server. E questo non solo per chi decida di utilizzare direttamente un’applicazione, ma anche per i dati pubblici di tutti i suoi ‘amici’. Non solo: le applicazioni, scrive Ars Technica, «possono anche chiedere ai loro utenti di condividere informazioni non-pubbliche dei loro amici». «Per come l’abbiamo inteso noi», prosegue l’articolo, «significa che, a meno che non si contatti direttamente l’applicazione per chiedere la rimozione, potrà detenere quei dati per sempre». Tutto sommato, conclude Ars Technica, non c’è alcuna differenza tra dire «Voglio giocare a FarmVille, per cui l’applicazione può avere i miei dati» e «Voglio giocare a FarmVille, per cui tutte le applicazioni di terze parti che i miei amici utilizzano possono ottenere, e conservare, i miei dati pubblici, a meno che non ne chieda esplicitamente la rimozione». Il punto è che gli utenti non lo sanno, anche ora che Facebook l’ha messo praticamente per iscritto. E’ il lato oscuro della trasparenza: funziona soltanto se a qualcuno che la offre corrisponde qualcuno che, oltre a chiederla, la utilizza come base per l’agire. Per esempio, nella decisione di investire o meno – ammesso sia davvero possibile, al momento – in un’azienda che tratta i nostri dati come li tratta Facebook.

Non solo avatar

Condivido molte delle preoccupazioni sugli effetti asociali e standardizzanti dei social media. Lanier, Turkle, Morozov, perfino Carr: hanno tutti le loro ragioni. Sì, siamo troppo connessi. Sì, stiamo rischiando di aspettarci più dalla tecnologia che dagli esseri umani, con il rischio di finire per automatizzarci noi – nelle nostre modalità espressive, per esempio – pur di considerare intelligente un pezzo di codice cui siamo affezionati. Sì, narcisismo e ossessioni personali sono parte del problema: chi vuole uno specchio d’acqua per guardarsi ne ha trovato uno grande come il mondo e abitato da quasi un miliardo di persone; chi ha paura delle propria ombra, può essere solo ma con gli altri. E il lavoro è diventato una sorta di ciclo continuo, in cui rispondere a una mail è diventato obbligatorio, anche a mezzanotte. Vivo quotidianamente alcuni di questi problemi. Altri mi suonano semplicemente plausibili dal punto di vista logico, o per i risultati ottenuti da ricercatori in tutto il mondo. Al netto degli entusiasti e dei cinici a prescindere, insomma, ha ragione The Atlantic a chiedersi – in una lunga e interessante, anche se in molti punti contraddittoria, analisi – se Facebook ci stia rendendo più soli. Eppure negli scorsi giorni ho vissuto in prima persona un’esperienza che mi ha fatto comprendere come forse un risvolto dell’essere troppo connessi sia dare eccessiva importanza a problemi che al momento esistono, ma non con l’intensità che le analisi di Lanier, Turkle e altri vorrebbero. Da mesi intrattengo su Facebook un serrato dialogo con un gruppo di ‘amici’ su Facebook. Scrivo ‘amici’ perché si tratta di persone che ho conosciuto per prime su Facebook: aggiunte per caso o comunione d’intenti e passioni, frequentate a colpi di status update, link e mi piace. Legami deboli, direbbe la letteratura. Surrogati. Modi per scacciare la solitudine che, come sottolinea il passaggio forse più riuscito del pezzo su The Atlantic, a furia di mischiarsi con la nostra vanità e con le caratteristiche di Facebook rischia di cambiare nella sua stessa natura. Ebbene, abbiamo tanto parlato, tanto discusso, tanto litigato, che quando ne ho incontrati diversi al Festival del Giornalismo di Perugia – ed era la prima volta che scoprivo che faccia avessero, quanto alti fossero, con che accento parlassero – è stato come li conoscessi da sempre. Non c’è stato un attimo di imbarazzo nell’incontrarli: sapevo perfettamente come avrebbero reagito alle mie provocazioni, quali argomenti avessero a cuore e quali li avrebbero lasciati indifferenti. Erano persone a tutto tondo, non avatar. E lo erano già prima che le incontrassi davvero: lo erano su Facebook, il luogo dove dovrebbero potersi formare solo legami deboli. Beh, non è vero. Ce ne saranno a miliardi – e io stesso ne coltivo diversi – ma non è stato questo il caso. Perché? Perché per passare da ‘amici’ ad amici serve uno sforzo di entrambi, non basta accettare una friend request. In molti casi non abbiamo tempo o voglia di farlo, in altri invece si ha questa magnifica opportunità di entrare in connessione profonda con persone che sarebbero rimaste altrimenti perfette sconosciute. Certo, c’è un effetto collaterale: alcuni amici con cui avevamo rapporti profondi prima di entrare su Facebook sono diventati anelli deboli della catena. C’è meno tempo, e ci sono più rapporti da gestire. Ma non vedo nulla che alteri nella sostanza il tessuto con cui sono fatti i rapporti umani. Semplicemente, ci dirigiamo verso chi più ci assomiglia, o più ci stimola e interessa. Forse è questo l’unico rischio che dovremmo imparare davvero a scongiurare. Perché è proprio questo che ‘piace’ a chi, come Facebook, trasforma i nostri dati in denaro e potere.

Il qualunquismo di Cacciari su Twitter (e una domanda sul ruolo degli intellettuali)

Il filosofo Massimo Cacciari sostiene, su Repubblica, di conoscere «bene» Twitter e Facebook. Perché, afferma, da «tre anni» combatte contro falsi profili che lo riguardano. Tralasciamo che soltanto l’otto aprile abbia dichiarato: «Twitter? Mai usato. Non lo uso, non uso Facebook, non uso nulla». E, di conseguenza, ipotizziamo che sia informato e consapevole – come ci si apetta da un intellettuale – il suo giudizio sui social network, definiti alternativamente «boiate» e forme di comunicazione dove «tutto si eguaglia, non ci sono più vincoli tra i distinti, tutte le parole che circolano sono uguali.» A parte la questione dell’amicizia online, «per frustrati» secondo Cacciari, mi si conceda di ricordare all’ex sindaco di Venezia la cronaca di queste ore, che forse mal si concilia con le pagine di Ficino e Pico della Mirandola con cui sembra maggiormente a suo agio. Come riporta Ars Technica, in Kuwait uno scrittore – magari animato proprio dallo spirito polemico che così spesso ha contraddistinto Cacciari – è stato condannato a sette anni di lavori forzati in prigione e a 18 mila dollari di multa per aver diffuso «notizie non vere» sull’esistenza di divisioni settarie e razziali nella comunità del Paese, e per aver «insultato la fede Sciita e i suoi studiosi.» Dove? Sul suo profilo Twitter. Al filosofo si potrebbe pure perdonare la svista – così come il qualunquismo – se non fosse che non è affatto la prima volta che un tweet comporta il carcere (o addirittura il rischio di una condanna a morte). E che il qualunquismo mal si accosta a chi ha dedicato la propria vita allo studio della verità (che, per quanto importi, preferisco chiamare esplorazione del dubbio). La domanda per Cacciari, in sostanza, è semplice: come spiegare allo scrittore condannato in Kuwait che sui social network «tutte le parole che circolano sono uguali» e «tutto si eguaglia»? Quella più difficile riguarda buona parte dell’intellighenzia italiana: perché non riesce a esercitare a pieno titolo il suo (fondamentale) ruolo rispetto alle nuove tecnologie e alle loro potentissime, a volte perfino inquietanti conseguenze sull’individuo e la società?