Facebook distruggerà il cervello dei vostri bambini.

Il titolo è la traduzione letterale di uno splendido pezzo apparso sul Guardian a firma Martin Robbins. Che ha compreso esattamente come trattare l’ennesima presunta scoperta sugli effetti deleteri del social networking sull’architettura cerebrale.

Anche in questo blog si è più volte sottolineato lo scarso valore scientifico degli studi sulle conseguenze nefaste di Facebook che periodicamente appaiono sui giornali e che questi ultimi, maldestramente, senza alcuna verifica, rilanciano per le consuete ragioni (si vedano su tutti ‘Facebook ti fa venire l’asma’ e ‘Sifilide 2.0′).

Ma il modo in cui Robbins trasforma il solito pezzo che mette sullo stesso piano scandalismo e pseudo-scienza (intitolato ‘Facebook e Twitter stanno creando una generazione inutile di persone auto-ossessionate con un bisogno infantile di feedback, dice una scienziata di punta’) in una farsa è geniale. Anche e soprattutto perché non ricorre alla derisione, ma è lucido e implacabile dal punto di vista argomentativo come il più serio dei pezzi di analisi.

Alcuni passaggi:

«Con una mossa controversa, la famosa rivista scientifica The Daily Mail ha pubblicato i risultati della scienziata prima che li avesse ottenuti».

«La scienziata di alto profilo, che usa frequentemente i media per avvalorare le sue teorie agli occhi del pubblico [...]».

«La scienziata, che a dire il vero non usa Twitter [...]».

Gli spunti esilaranti sono diversi, e il pezzo va letto per intero.

Per la cronaca, la scienzata di ‘alto profilo’ in questione è la stessa Susan Greenfield che ebbe a dichiarare, nell’ottobre del 2010, che «il computer divora il cervello dei bambini». Non c’è nemmeno la notizia, dunque. Eppure il Corriere della Sera, semplicemente quello che dovrebbe essere il più autorevole quotidiano italiano, le ha dedicato un editoriale non più tardi del 31 luglio. Titolo? «Quando Facebook ci rende bambini». Al suo interno, questa riflessione di Silvia Vegetti Finzi:

Poiché l’Io si riconosce soltanto nella esposizione all’altro e si conferma nell’approvazione altrui, il bisogno di una piazza telematica dove si ritrovino gli spaesati componenti della ‘società degli individui’ è diventato mondiale. A questa esigenza rispondono i network sociali, quali Facebook e Twitter [...].

Vorrei tanto avere l’ironia di Robbins per trovare un commento adatto.

Il venticello e il tornado.

Il Corriere della Sera rivela – che notizia! – che su Facebook in seimila non ne possono più del “Beppe”, un “pensionato genovese che gira in Ferrari” e che si sarebbe attirato gli anatemi del quartiere dato che “gioca con quella macchina come se avesse vent’anni”. Sgommate, parcheggi selvaggi, un rumore infernale e addirittura qualche derapata per farsi bello con i passanti: una seccatura. Tanto che qualcuno decide di aprire un gruppo in cui raccogliere le lamentationes di chi è costretto a subire l’esuberanza del vecchietto. 

Gli insulti probabilmente iniziano a diventare pesanti, e così “il Beppe” si rivolge alla polizia postale per far chiudere il gruppo. E giù denunce per istigazione a delinquere, minacce e quant’altro. Fin qui, solo un pezzo di cronaca – di scarso interesse. E’ l’apertura del pezzo, tuttavia, a preoccupare.

A partire dal titolo: “il vicino diventa un nemico con un gruppo su Facebook“. Fatemi capire: le ire del quartiere sarebbero dovute al gruppo su Facebook? Non derivano forse dai comportamenti del “pilota”? Il vicino era già un nemico, a prescindere da Facebook. Che si è limitato a raccogliere e registrare gli umori di chi quotidianamente è costretto a subire la maleducazione del “Beppe”. Niente da fare: per Severgnini, che decide addirittura di dedicarci un editoriale, “internet moltiplica gli sfoghi da bar“: “Un tempo le calunnie erano un venticello; oggi, grazie a internet, possono diventare un tornado”. Immagino che se dovesse accadere qualcosa di brutto al povero “Beppe” (quello con la Ferrari, non Severgnini) sarebbe “colpa di Facebook”. Certo. 

Ma a preoccupare davvero è la logica sottostante all’apertura del racconto della vicenda: “Adesso gli inquirenti valuteranno se è il caso di procedere anche nei confronti di Facebook. Perché è sulle sue pagine, attraverso un gruppo che aveva raggiunto la rispettabile quota di circa seimila fan, che è avvenuto il «fattaccio»“. Procedere nei confronti di Facebook? E per quale ragione? L’idea di Mario Porqueddu e, pare, della redazione del Corriere, è che sia possibile (se non giusto) processare Facebook per i contenuti dei suoi utenti. Con un paragone, è come se per una scritta sul muro di una stazione venisse incolpato chi la gestisce, e non chi ha imbrattato la parete. E’ la logica, pericolosa, delle varie proposte di legge ammazza-internet di cui siamo stati testimoni negli ultimi mesi: l’emendamento D’Alia, il ddl Pecorella-Costa, il ddl Carlucci e molti altri. E cioè: se Facebook non provvede (come poi?) a mantenere le sue bacheche pulite (e che cosa significhi “pulito” lo decidiamo noi, governo italiano), allora diventa corresponsabile con chi le insozza. E se la cosa dovesse ripetersi, allora Facebook va chiuso.

Questo è il vero rischio: non che Facebook “finisca nei pasticci per colpa del Beppe”, come scrive il Corriere, ma che la nostra libertà di espressione in Rete finisca nei pasticci per colpa di chi ragiona come il Corriere. Ora qual è il venticello diventato tornado?

Aborto e pedofilia: non si scherza (su Facebook). Il caso di Miria Ronchetti.

C’è un modo per ottenere le dimissioni di un politico: costringerlo a scrivere qualcosa di sbagliato su Facebook. Altro che concussioni, mazzette e associazioni esterne. Basta uno status update sopra le righe. Lo dimostrano svariati casi (il più noto è quello di Matteo Mezzadri, ma se ne contano innumerevoli altri), l’ultimo dei quali riguarda l’(ex)assessore alle Politiche sociali del PD di Carpi, Miria Ronchetti. Che qualche giorno fa scrive sulla propria pagina Facebook:

Mi viene un pensierino molto cattivo: ma non è che i preti non vogliono l’aborto perché vogliono tanti bambini a loro disposizione?

Il giorno dopo, sull’onda delle prime polemiche, il post è già rimosso. Immediate arrivano anche le scuse:

Manifesto il mio rammarico per quanto apparso sulla mia pagina di FB. Intendo chiarire che si è trattato di una spiacevole e infelice battuta dovuta al clima di tensione che si respira in questi giorni. Mi scuso con quanti si sono sentiti offesi e, in particolare, con tutte le donne e gli uomini che nella Chiesa ogni giorno si dedicano con sacrificio e passione al benessere della comunità. Rimetto il mio mandato nelle mani del Sindaco Campedelli per non mettere in difficoltà l’operato di una Giunta che sta lavorando bene per la città.

Ma è troppo tardi. Luca Ghelfi, consigliere provinciale del PDL, accusa: “Speravo ci fosse un errore, invece è tutto tragicamente vero [...] Mai, neppure in un social network, chi ha avuto mandato dal popolo, deve pensare di poter fare dichiarazioni che possano urtare sensibilità differenti” (nel “Partito dell’Amore” non l’ha mai fatto nessuno, vero?). E’ bene ancora una volta che i Cattolici prendano atto che c’è chi nel PD in fondo coltiva un anticlericalismo di maniera“. Come “di maniera” sono state le rivelazioni del New York Times e l’intervista pubblicata da Il Giornale sul tema della pedofilia? 

Enrico Aimi, sempre del PDL, rincara la dose: “Credevamo che a tutto ci fosse un limite, fantasie deviate e cattiveria comprese, ma l’Assessore alle politiche sociali del Comune di Carpi ha saputo fare molto di più“. E che sarà mai? Avrà forse definito una parte della magistratura una “metastasi della democrazia”? Peggio: quelle affermazioni costituiscono “una vergogna per lei, per la coalizione e per il partito che rappresenta“. Tutta colpa di quella sinistra “alla spasmodica ricerca della creazione del grande partito radicale di massa“. Con esiti, finora, pessimi: provino a scriverlo su Facebook, magari qualcosa succede.

E nel PD? Nessuna solidarietà: il sindaco di Carpi Enrico Campedelli dichiara che “non esistono attenuanti per qualificare infelici esternazioni che ledono in modo profondo la sensibilità di milioni di persone”. Il segretario di Carpi Dalle Ave ritiene le dimissioni un “gesto non solo opportuno ma necessario“. E Paolo Negro, dell’esecutivo provinciale, parla di un “giudizio sommario e incauto” per cui “appare giusta e doverosa” l’intenzione del sindaco di accettare le dimissioni dell’assessore. Niente di strano in un partito abituato a scambiare l’ironia (riuscita o meno) per diktat e i diktat per ironia. 

Il punto è che non c’è niente da ridere: in un Paese in cui la lotta politica si combatte a colpi di minacce, elenchi di “mandanti morali”, accuse di “regime” e “eversione” e in cui il verbo “delinquere” ha sostanzialmente perso il proprio significato l’unica, la residua àncora di moralità sono quei pochi caratteri affidati al proprio stato di Facebook. L’ultima incontrastata prova del proprio atteggiamento esistenziale nei confronti del mondo e della politica. Certo, sarebbe bene capire che Facebook non è un’osteria, dove le parole durano quanto qualche bicchiere di vino. Eppure viene anche a me “un pensierino cattivo”: che questa classe dirigente sia capace di salvare la propria integrità solamente su di un social network. E che al di fuori riveli tutta la sua mancanza di ironia, compiutezza e buonsenso.

A meno che non voglia rendersi altrettanto trasparente e integerrima non solo su Facebook, ma anche nelle riunioni, nei consigli, nei dibattiti pubblici. Che ne dite, cari lettori, facciamo del rigore imposto sui profili di Facebook lo standard per valutare tutti i comportamenti, fuori e dentro la Rete, della nostra classe politica?

Cyber fantasmi

Mentre in Italia il dibattito sui «social media» non va oltre la galleria degli orrori («Esiste un gruppo che si chiama “picchiamo i cani”») o l’anedottica («La figlia di Veltroni ha scritto su Facebook: “ora vediamo se qualcuno si dimette”»), il resto del mondo cerca la radice del loro impatto sulle nostre vite

- domandandosi quali conseguenze abbia sul cervello dividere l’attenzione per oltre sei ore al giorno – il tempo speso su Facebook dall’utente italiano medio secondo uno studio Nielsen – tra migliaia di frammenti di notizie, video e conversazioni. 

- approfondendo che cosa significhi vivere in una società dove, per la prima volta nella storia umana, il digitale abbia permesso alla memoria di essere non l’eccezione, ma la regola – così che la Rete sa tutto di noi, e per sempre. 

- lanciando un monito ben preciso: a furia di farci dettare i tempi della fantasia e della comprensione da tweets e aggiornamenti di stato, corriamo il rischio di finire schiavi di un “cyber-totalitarismo” in cui le persone saranno acqua passata o, peggio, stupide come macchine. 

Condivisibili o meno, i cittadini digitali del nostro Paese dovrebbero essere invitati a riflettere su queste preoccupazioni. Perché a esprimerle è chi, come Jaron Lanier o Nicholas Carr, conosce la Rete a fondo, e dalla nascita. E ora, stritolata tra una privacy inesistente, lo strapotere di colossi tutt’altro che trasparenti come Google e Facebook e una creatività ridotta in pagine personali tutte uguali, ne sta vedendo morire il lato più profondamente umano: il rispetto dell’individualità dei suoi utenti. Se davvero ci sta a cuore la libertà del Web, è di questo che si deve discutere.

(Per La Stampa)

La (seconda) discesa in campo.

Per la serie: l’uomo che dice di usare Gianni Letta invece di Internet che si esprime sulla pagina del quotidiano che definiva Facebook il “nuovo mito della sinistra telematica”. Non fa una piega.

A dopo l’aggiornamento con il contenuto del messaggio e relativo commento. Nel frattempo gli utenti hanno colto perfettamente il senso dell’operazione:

(11:26) In molti si chiedono se non sia un pesce d’Aprile. Pare proprio di no:

Gli amministratori della pagina Facebook del quotidiano sostengono la “telefonata” (una telefonata ai fan  di Facebook? E che è?) avverrà intorno a mezzogiorno. Intanto gli utenti, insieme a insulti e urla di gioia, ci danno dentro con l’ironia:

(11:45) In via Negri l’entusiasmo è incontenibile:

(12:36) Ecco l’intervento di Silvio Berlusconi

(anche su YouTube, grazie a Wil).

Un breve commento: 

1. “Facebook è una nuova occasione per conoscersi, una piazza virtuale per presentare e difendere le proprie idee soprattutto quando si accende il confronto politico”. Non c’è ancora la consapevolezza che il virtuale è complicato quanto il reale – e non semplice come una vetrina pubblicitaria, ma è molto meglio di quanto hanno detto in passato i vari Schifani, Carlucci, Maroni, Barbareschi, Vespa, Fede etc. Lo prendo in parola.

2. Per il resto la telefonata è sostanzialmente la stessa che avrebbe potuto fare a un programma televisivo. Cambia il mezzo, ma non la modalità comunicativa. Per “scendere in campo” su Facebook il premier avrebbe dovuto interagire con gli utenti della pagina del Giornale. Ascoltarli. Magari buttare là qualche rapida considerazione che avesse fatto intendere che i cento e più commenti lasciati nelle ore precedenti avessero un senso. Invece no, Berlusconi non riesce ad andare oltre alla comunicazione televisiva

3. Ci avete fatto caso? La telefonata inizia con un saluto “alle amiche e agli amici del Giornale” e viene ospitata dalla pagina del quotidiano di Feltri. Perché non utilizzare una pagina istituzionale, e rivolgersi direttamente al’utenza del social network? Paura di doversi impegnare oltre l’uscita una tantum?

4. Nonostante si sia trattato sostanzialmente di una telefonata fatta dal premier al suo quotidiano di riferimento – niente di “innovativo”, dunque – nuovo è il fatto che al Giornale (un quotidiano non proprio progressista su questi temi) abbiano deciso, invece di farne un pezzo o pubblicarne la versione integrale sul sito, di trasmetterla per primo su Facebook. Inaugurando così un’era in cui qualunque giornalista è costretto ad avere Facebook non per inseguire il troll o la bizzarria di turno, ma per fare esperienza diretta di una dichiarazione del presidente del Consiglio, altrimenti non reperibile. Almeno in questo senso è una prima volta, che porta il rapporto tra Facebook e la politica ben oltre l’anedottica sulla campagna elettorale di questo o quel candidato. Ora che si è inaugurata la prassi, non resta che confidare in un uso più proprio del mezzo.

PS: Il giorno dopo Il Giornale titola “Silvio discute con tutti su Facebook”. Questo è semplicemente falso. A meno non si accetti l’idea che un monologo è un dialogo (e a n persone), e che il telefono sia un social network.