Ma la democrazia digitale funziona?

La democrazia digitale, nella pratica, funziona? Qualche considerazione nelle slide per la Conferenza Nexa su ‘Internet e Democrazia’, parte di una argomentazione più estesa e documentata contenuta in un mio libro in uscita a marzo 2014 sull’argomento. Non una risposta, naturalmente: piuttosto un tentativo di sollevare spunti di riflessione.

 

 

Il grado zero della politica

Forse abbiamo compiuto un salto, con le larghe intese, nel vuoto istituzionale. Forse abbiamo raggiunto il grado zero della politica. Non è solo che l’intero quadro si sta sfaldando. Non è solo che i partiti ora litigano al loro interno ma stanno tutti insieme, uniti al governo ma separati all’opposizione di loro stessi – una maggioranza talmente vasta da diventare opposizione. È che c’è un punto di saturazione perfino nella disattenzione dell’opinione pubblica, e lo abbiamo raggiunto. Siamo al colmo dell’indifferenza: da qui o si risale o si scivola nella rabbia. In quella genuina, radicale, che investe i metodi, non i contenuti. Che prende la democrazia, l’Europa, lo Stato, i partiti, perfino il Parlamento. Che non si accontenta degli aggiustamenti, e del resto non sono venuti, ma pretende una sostituzione. Della democrazia con altro. In Italia sta avvenendo, tra uno scandalo e l’altro, tra la saga di Berlusconi e del Paese e una serie infinita di annunci cui non corrisponde nulla se non contrappesi o l’inerzia. La sensazione è netta non solo guardando ai disastri macroscopici: è nelle persone. Troppi anni a parlare di nulla. Troppi anni ad appassionare il lettore su cavilli che non avranno alcun reale effetto. Troppi camuffamenti della lingua, troppe parole insensate, che non significano più nulla e nemmeno riescono più a trovare il pudore di cercare di nascondersi dietro a un significato. Troppi ultimatum cui ha fatto seguito un’altra ultima chance. Troppe date inderogabili derogate. L’elettore che guarda i partiti azzannarsi per ridisegnarsi in modo che il potere combaci, come il puzzle nell’incastro, non vede altro che quello: una lotta per il potere fine a se stessa, perfettamente inutile se non per i direttamente in causa. Ovunque guardi non vede idealità, e di conseguenza si disinteressa. Poi c’è la politica che sopravvive, quella che ancora si infiamma: ma è totalmente invisibile al racconto mediatico del paese. Soprattutto, manca della forza di ridisegnarlo nel suo assetto di fondo, che è ciò di cui ci sarebbe bisogno. Può tenerlo in vita nelle comunità locali, nelle piccole aggregazioni: ma non appena sfiora il potere, quello vero, diventa altro, si abbruttisce, comincia a parlare un’altra lingua – quella che non conta nulla, non produce nulla, non significa nulla. Per il potere, la situazione è congeniale. Ha un popolo iperattivo che reagisce a ogni stimolo, demagogia o meno non importa, e un sacco di stimolanti sotto forma di annunci, litigi e calciomercato di partiti. Soprattutto, ha un popolo che si è stufato di ascoltare ciò che ha da dire il potere, e anche quando avrebbe qualcosa da chiedere sul serio ormai rinuncia perché tanto dall’altra parte non ci sentono. Così si è distratto, e chiede distrazione. Il potere, come ogni potere, è ben lieto di fornirne. E tutto si regge, e quel che sembra è che ci sia un sacco di vitalità di militanti che votano a un congresso, militanti che applaudono a un altro, e la base che discute su questo, e la base che discute su quello, e si compilano duecentomila questionari online, e in ogni caso c’è Internet che risolve ogni problema. Se c’è una massima distanza tra entità astratte come il popolo e il potere invece l’abbiamo raggiunta, e non si vede all’orizzonte alcuna forza sufficiente a riavvicinarle anche per via di questo terribile inganno ottico in cui siamo intrappolati, a vedere tutto che si dimena come stesse ballando e invece sono gli spasmi di un morto.

Come si parla a un nazista

«Come si parla a un nazista?», si chiede Dimitri Deliolanes in ‘Albadorata‘, il volume da poco pubblicato da Fandango che affronta l’ascesa del movimento neonazista in Grecia. Il quesito del giornalista della emittente pubblica greca ERT è straordinariamente complesso, perché riguarda parlamentari eletti, non – come nel caso che abbiamo testimoniato in questi giorni in Italia – il cadavere di un boia.

Ma le sfumature, pur diverse, restano. «Bisogna essere rispettosi?», chiede ancora. «Ma se si è troppo rispettosi non c’è il rischio di legittimarlo?». Oppure «si potrebbe ignorarlo, fare finta che sia un’anomalia». Finendo però potenzialmente per rafforzare i neonazisti, farli apparire emarginati, ribelli, perseguitati «dal sistema e dai media». Controargomentare? Presta il fianco alle banalizzazioni e agli «attacchi demagogici» in cui sono maestri. Dire apertamente che le tesi di un nazista sono folli? «Il rischio è che appaia come un sognatore perverso, un bandito affascinante, un utopista incompreso».

C’è la legge, replicano alcuni. Dichiarare il neonazismo incompatibile con le istituzioni democratiche, sbattere gli eletti fuori dal Parlamento e in galera – come poi avvenuto In Grecia. O ancora, mettere al bando il solo negazionismo, la giustificazione dell’innocenza storica dell’ideologia nazista: farne un reato perseguibile con il carcere e multe salatissime, come allo studio nel nostro Senato proprio in queste ore. Ma nessuna delle due soluzioni sembra eliminare «i motivi che hanno portato parte dell’elettorato a schierarsi in favore degli estremisti», dice Deliolanes. Il che significa che tantomeno smetterà di pensare da nazista: un pensiero vietato, al contrario, diventa attraente, seduce. Specie quando il sistema stesso che impone il divieto viene percepito come poco o nulla autorevole.

«Il problema», scrive l’autore e io sono perfettamente d’accordo, «è di restituire al sistema democratico la credibilità perduta». L’alternativa al riemergere di tentazioni naziste dalle fogne della storia è solo e unicamente contrapporvi «uno stato di diritto forte, una democrazia forte». «Ma non abbiamo nessun indizio che si stia andando in questa direzione», commenta l’editorialista Stavros Lygeros per la situazione greca, nel libro di Deliolanes. Altrettanto vale per l’Italia. La soluzione non è resuscitare canti partigiani, prendere a calci e pugni un carro funebre, mettere nero su bianco nel codice penale che negare l’Olocausto non è solo inumano e antistorico, ma anche illegale. Magari bastasse così poco. La soluzione è fornire risposte democratiche ai problemi che gli estremisti propongono di risolvere con i semplici, diretti slogan antidemocratici.

Dalla violenza neonazista in Russia contro gli immigrati ai sondaggi che danno al primo posto in Francia il ‘Front National’ di Marine Le Pen, passando per Ungheria e Crozia, «la democrazia non può più essere data per scontata in Europa», come scrive il think tank Demos. Deve, al contrario, dimostrare di essere in grado di affrontare le sfide della contemporaneità. Perché, a mettere in fila le ragioni evidenziate da Deliolanes nell’avanzata di Alba Dorata, si comprende come sia proprio l’inadeguatezza a rispondervi ad aver lasciato campo all’estremismo.

L’incapacità di affrontare i fenomeni migratori, evidenziata tragicamente dalla polemica estenuante e continua tra Europa e istituzioni italiane a Lampedusa – ma decisiva anche in Grecia; il relativo terrore di smarrire una propria identità culturale; la debolezza di culture democratiche che si fanno commissariare politicamente ed economicamente da un’Europa le soluzioni proposte sembrano aggravare, più che risolvere, la crisi finanziaria che sta impoverendo e rendendo più ciniche popolazioni sempre più facili al populismo; un sistema dei media in mano a pochi e che esaspera regolarmente i toni dello scontro sociale, sostituendo alla cronaca resoconti emotivi o scandalistici per fare audience o vendere qualche copia in più; e le connessioni tra forze dell’ordine ed estrema destra e cultura della violenza. Sono questi gli elementi principali che hanno portato Alba Dorata al successo, argomenta Deliolanes.

E gela i polsi pensare a quanto siano attuali nel nostro Paese. A quanto saremmo impreparati e deboli se, domani, invece di un nazista morto dovessimo trovarci a fronteggiare a una serie di nazisti vivi e soprattutto organizzati in un movimento politico capace di sfruttare l’insoddisfazione che percorre l’Italia con argomenti e azioni più o meno velatamente naziste. Come in Grecia, veniamo da una cultura del controllo e dell’autoritarismo, da una democrazia imperfetta, mai compiuta, da un sistema partitico corrotto e in cui gli elettori non si riconoscono – e all’orizzonte non sembrano esserci soluzioni credibili. Restano, certo, le differenze nella struttura economica, oltre al fatto che la storia e la politica restano sempre più complicate e imprevedibili delle analisi che provano a raccontarle. Eppure quella domanda, «come si parla a un nazista?», ha un suono particolarmente sinistro in questi giorni, e in questo tempo. E tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi, lavarsi la coscienza con un emendamento o l’indignazione non aiuterà a trovare una risposta.