Altro che Agenda digitale

Il 7 gennaio decido di sottoscrivere un contratto Adsl con Vodafone. Vado nel negozio sotto casa e due commessi mi accolgono sorridenti, illustrando garbatamente costi e caratteristiche dell’offerta. «Quanto ci vuole perché sia attiva la linea?», chiedo. «Due settimane, 20 giorni al massimo», rispondono, rassicuranti. Firmo, e penso che nel frattempo posso connettermi con la chiavetta annessa alla Vodafone Station.

Dopo qualche giorno il traffico ad alta velocità nella chiavetta si esaurisce (1 giga), e la connessione si riduce a un equivalente della vecchia Isdn. Tutto preventivato: «tanto tra pochi giorni mi allacciano l’Adsl», penso.

Dopo venti giorni esatti provo a contattare il servizio clienti per chiedere a che punto è la mia pratica. «In lavorazione, lo stato è: in lavorazione», risponde la voce automatizzata. Un operatore conferma: «è in lavorazione, e prima dei 30 giorni stabiliti per contratto non possiamo nemmeno fare un sollecito.» Non resta che aspettare.

Aspetto. Allo scadere del trentesimo giorno mi rifaccio vivo. «Ho firmato il contratto un mese fa, ora l’Adsl dovrebbe andare», dico a un altro operatore. Ma la pratica risulta ancora «in lavorazione», risponde, dopo che la voce automatizzata aveva esordito precisando che «a causa del maltempo» avrebbero potuto esserci tempi di attesa più lunghi del previsto, per parlare con un operatore. «Faccio un sollecito», aggiunge. «Lo faccia. Ma quando avrò la connessione?», chiedo. «Nei prossimi giorni, al massimo lunedì della prossima settimana.» «Grazie.»

Lunedì la connessione ancora non c’è. Richiamo. Risponde un altro operatore (questa volta niente emergenza maltempo): «Sì, c’è stato un problema il 18 di gennaio e abbiamo fatto ripartire la pratica da capo.» «Non me lo aveva detto nessuno.» «Ah, no?» «No.» «Comunque non saprei dirle quando il suo servizio sarà attivo.» «Come non sa dirlo.» «Eh, non vorrei darle una data che poi magari non sarà rispettata.» «Veramente la data è scaduta una settimana fa.» «Faccia un sollecito.» «Ma l’ho già fatto.» «Ne faccia un altro. Comunque potrebbero volerci dieci giorni, due settimane.» «A questo punto rescindo il contratto,» dico, minaccioso e convinto di poter esercitare un qualunque potere contrattuale. «Lo faccia, ecco l’indirizzo a cui deve scrivere», mi dice, impassibile. «Ah, se vuole ci aggiunga un reclamo.» «E a che serve?» «E’ un reclamo.» «Ma a che serve? Cioè, che succede se faccio un reclamo?» «E’ un reclamo.» Riaggancio.

Siamo ormai a due giorni fa. Della Adsl neanche l’ombra. Dopo essere tornato in un negozio e aver appreso che «se chiede la rescissione del contratto ora rischia di pagare 45 euro di penale», e non avendo alcuna voglia di aggiungere al danno la beffa, decido di provare a chiamare di nuovo il servizio clienti. «Buongiorno», dice l’operatore. Gli spiego per filo e per segno come stanno le cose. Lui: «Ma non l’ha contattata nessuno?» «No.» «Le faccio un sollecito. Mi dice il codice della sua pratica?» Lo faccio, pensando che è circa la terza volta che lo inserisco e/o dico nella stessa telefonata. Silenzio. «Ma è possibile che dopo 40 giorni il servizio non sia ancora attivo?», faccio. «Succede», la risposta. «Mi lascia il suo numero di telefono che la faccio contattare da un tecnico?» «Quando?» «Oggi, in giornata.» «Ma certo, eccolo.» Il tecnico non si è mai fatto vivo, e non so quando la mia connessione sarà finalmente attiva.

Altro che Agenda digitale.

Italia, il digital divide si allarga

Dal rapporto Akamai per il terzo trimestre del 2011 emerge che i dati del digital divide italiano non solo non sono migliorati rispetto ai tre mesi precedenti, ma al contrario sono addirittura peggiorati:

Velocità media di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Picco medio della velocità di connessione in Europa, fonte: Akamai.

Diffusione delle connessioni high broadband in Europa, fonte: Akamai.

In compenso abbiamo il primato europeo delle connessioni a velocità inferiore ai 256 kbps:

Paesi in cui è più alta la diffusione di connessioni a velocità inferiore a 256 kbps, fonte: Akamai.

E siamo ritornati a essere il Paese al mondo da cui origina più traffico legato ad attacchi provenienti da reti mobili:

L’ennesima dimostrazione dell’urgenza di passare dagli annunci ai fatti nella predisposizione di un’agenda digitale per l’Italia.

Sulla (tardiva) discesa in rete del Pdl

Io non so se nel Pdl se ne rendano conto, ma all’alba del 2012 uscirsene con frasi come «Oggi, dopo diciotto anni siamo qui ad annunciare la nostra discesa in rete convinti che la rete sia la nuova agorà un formidabile luogo di incontro» (Silvio Berlusconi) o «Da oggi l’Agenda Digitale è un tema centrale nel nostro programma politico, dalla rete possono nascere migliaia di opportunità di lavoro e grazie alla rete possiamo dare un nuovo importante impulso all’economia italiana» (Angelino Alfano) suona come una terribile ammissione di arretratezza e, allo stesso tempo, colpevolezza.

Nel senso: finora, cari vertici del Pdl, come avete fatto a non accorgervi della centralità di Internet? Dove eravate mentre il mondo, oltre a ripetere l’ovvio (la rete è di una «nuova agorà», un «formidabile luogo di incontro», un «importante impulso all’economia»), ha iniziato per esempio a chiedersi se davvero più Internet significhi immediatamente più democrazia (o se al contrario, date certe condizioni, possa rafforzare i regimi autoritari); se il potere non si sia concentrato eccessivamente e in modo sregolato anche sul web (e di conseguenza la politica non debba intervenire per combatterne gli abusi), se la presenza online dei partiti si traduca davvero maggiore partecipazione dei cittadini o solamente in maggiori dosi di propaganda?

Domande a cui segue, a mio avviso, un’altra ammissione implicita: finora non abbiamo nulla (o almeno: non abbiamo fatto abbastanza) per la rete. Perché altrimenti dire che «da oggi l’agenda digitale è un tema centrale nel nostro programma politico»? Da oggi? Ma se esperti e società civile hanno passato almeno gli ultimi due anni a cercare di farvi capire in tutti i modi quanto fosse importante, mentre eravate al governo! Allora niente, però. Anzi: l’allora ministro Romani faceva il gradasso, parlando di miliardi di investimenti che poi sono spariti nel nulla e di una fantomatica agenda digitale già stabilita (dunque l’errore in quel da oggi è doppio) che tuttavia è rimasta impalpabile a sua volta. Il tutto mentre palpabilissima era la minaccia dell’omonimo decreto che rischiava di trasformare Internet in una grande televisione. E palpabilissime erano le conseguenze nefaste del decreto Pisanu sulla diffusione del wifi.

In altre parole: bisognava davvero aspettare il 2012 per proclamare solennemente la «discesa in rete» dell’ormai attempato Berlusconi e dei suoi? Non mi si fraintenda: non che questa «rivoluzione digitale del Pdl», come la chiama Alfano, sia sgradita. Anzi. Il nuovo sito ha funzionalità interessanti (per esempio le pagine che raccolgono tutte le presenze online di deputati, eurodeputati e senatori); l’idea di una ‘Political Digital Academy’ è ottima, e potrebbe magari risparmiarci ulteriori leggi impresentabili contro cui gridare al bavaglio e alla censura – a volte magari tirandole un po’ per i capelli – per disinnescarle. Allo stesso modo, visti i ritardi oramai arcinoti dell’Italia sull’argomento, ben venga anche l’impegno di dare centralità all’agenda digitale.

Ma davvero, l’impressione è che tutto questo avrebbe potuto avvenire, se non proprio nel 1994 – quello sì che sarebbe stato rivoluzionarioalmeno nel 2001. Invece, dopo 18 anni in cui Internet è stata considerata prima di tutto una minaccia all’impero televisivo, un covo di bugiardi, mascalzoni, odiatori di professione e «pericolosi sovversivi» (cit), arriva la discesa in rete, luogo di libertà, dialogo e sviluppo economico. Ecco, mi si consenta almeno questo elementare esercizio di memoria, prima di augurare al partito di mantenere – questa volta per davvero – i buoni (e giusti) propositi.

Superare lo ‘spread’ digitale.

Mentre il governo Berlusconi, dopo tre anni pessimi anche rispetto al web, chiude facendo sparire la banda larga dalla legge di stabilità, c’è chi prova a guardare al futuro alzando il tiro. «Sarebbe auspicabile un ministro per il digitale, come in Francia e in Australia. Ma anche solo la definizione di un Chief Digital Officer nazionale, con adeguati poteri», scrive Juan Carlos De Martin sulla Stampa. Perché, argomenta a mio avviso giustamente, «è ora di risalire dal fondo della classifica europea, per superare uno ‘spread’ digitale che rischia di azzoppare i nostri sforzi quasi quanto lo ‘spread’ finanziario».

La proposta si inserisce nel solco tracciato dalla lettera che Stefano Rodotà ha inviato a Mario Monti, che nelle prossime ore dovrebbe diventare il nuovo presidente del Consiglio. In cui si legge:

Non si può aspettare il superamento della crisi economica per investire nel digitale, perché, come sancito dalla Commissione Europea nella Strategia 2020, lo sviluppo dell’economia digitale è una delle condizioni imprescindibili per il superamento stesso della crisi.

E, di conseguenza:

L’Internet Governance Forum Italia 2011 si rivolge a Lei affinché un nuovo governo si impegni concretamente, anche attraverso la nomina di un ministro se necessario, per la piena implementazione di un’agenda digitale in conformità con quanto stabilito dall’Europa.

I dati sono sotto gli occhi di tutti. Sia quelli del ritardo italiano sia quelli delle opportunità, economiche (si parla di 25 miliardi di euro) e culturali, derivanti da un più deciso investimento nel digitale. Come ha scritto Valigia Blu, la sua storia dimostra che

Se Mario Monti arriverà a Palazzo Chigi sarà il primo Premier in Italia che sa cosa sia un sistema operativo, il software libero, l’open source, che conosce l’importanza dell’interoperabilità software. E non dice Gogol.

Insomma, anni luce dalla concezione del mondo di ‘Sua Emittenza’.

Certo, la proposta di meglio strutturare l’impegno del nuovo governo per favorire l’innovazione (soprattutto tramite un ministero apposito) rischia di avere un sapore forte di idealismo: le priorità saranno ben altre, e l’esecutivo che si sta formando non è detto abbia tempo e modo di disegnare una intera agenda digitale. Inoltre, si potrebbe obiettare che un ministero competente c’è già, quello dello Sviluppo Economico. E che basterebbe facesse il suo lavoro. Ma trovo allo stesso tempo che sia salutare dare un segnale forte che ribadisca l’importanza del digitale. Che inneschi un dibattito pubblico per portare l’attenzione su un tema troppo spesso marginalizzato, sottovalutato, dimenticato. Quando, al contrario, è anche da lì che passa il nostro futuro. Giusto dunque auspicarsi, e chiedere, che Monti e chi verrà dopo di lui siano in grado di capirlo.