E’ tempo di andare oltre WikiLeaks

La rottura tra Anonymous e WikiLeaks, consumatasi a colpi di tweet e comunicati su Pastebin, potrebbe rappresentare davvero la fine per l’organizzazione di Julian Assange. Prima di tutto, perché l’idea di mettere un ‘paywall’ – anche se, come hanno sottolineato in molti, bastava qualche piccolo accorgimento tecnico per scavalcarlo agilmente; e anche se WikiLeaks ha contestato la definizione – ha fatto storcere il naso perfino ai supporter più sfegatati, quelli su cui Assange ha sempre potuto contare per diffondere il suo verbo. Nelle parole dell’attivista @Asher_Wolf: «i paywall sono antitetici alla filosofia per cui tanti hanno messo la loro libertà a repentaglio». Senza di loro, il salto nell’irrilevanza mediatica – vicende giudiziarie e personali a parte – rischia di essere definitivamente compiuto. In secondo luogo, ma è un motivo strettamente collegato, perché tra quei supporter c’erano gli account e le community di Anonymous che non solo diffondevano le pubblicazioni e le istanze di WikiLeaks – e ora, molto probabilmente, non lo faranno più – ma anche e soprattutto hanno fornito il materiale all’organizzazione per le sue più recenti pubblicazioni; compresa una di quelle finite dietro il ‘paywall’ stesso, i GIfiles. Con la conseguenza di aggiungere al danno la beffa di ricevere in dono dei documenti cui poi si vincola l’accesso a un versamento in denaro. Con il nuovo sistema di ricezione dei documenti continuamente annunciato e sempre rinviato, e con il collettivo di hacktivisti non più a disposizione, come farà WikiLeaks a ottenere nuovo materiale? Da ultimo, c’è una terza ragione, la più dolorosa per chi – come il sottoscritto – ha creduto nel progetto di Assange: la perdita di credibilità. Un’organizzazione che si batte per la trasparenza e la libertà dell’informazione e continua a restare opaca nella sua gestione e vincola perfino il suo materiale al pagamento di una somma monetaria non è credibile. Così come non è credibile che lo faccia sotto lo slogan, provocatorio ma risibile, «vota con il tuo portafoglio». Insomma, la «fine di un’era» annunciata da @AnonymousIRC, non è segnata soltanto dalla fine del sodalizio tra hacktivisti – che ora scrivono le stesse cose del detestato Daniel Domscheit-Berg, il criticatissimo ex numero due – e Assange, ma forse soprattutto dalla fine dell’organizzazione di Assange. «Un’idea meravigliosa rovinata dagli Ego», scrive ancora l’account twitter – uno dei principali – di Anon; un «One Man Julian Assange Show», ribadisce nel comunicato che ne riassume la posizione su Pastebin. Tanto che c’è chi, come @Anon_central, scrive che è tempo che Anonymous produca dei leak da WikiLeaks. Ora il ‘muro’ è scomparso. Ma la questione è sempre la stessa: quella che in origine è stata la forza di WikiLeaks, cioè l’intraprendenza e il protagonismo di Assange, oggi ne è la sua più grande debolezza. Questo non significa dimenticare i soprusi subiti da WikiLeaks e dallo stesso Assange (oltre che dalla sua presunta fonte, Bradley Manning), dal blocco bancario alle accuse – assurde – che gli vengono mosse. Né ribadire che il principio per cui l’organizzazione è nata sia sacrosanto e vada difeso con tutte le forze. Ma forse è giunto il momento di prendere atto che questo tentativo ha fatto il suo tempo. E che è ora di organizzare i propri sforzi intorno a un progetto realmente trasparente, che non abbia bisogno di erigere ‘muri’ tra le informazioni e i lettori per difendere la sua sopravvivenza.

Obama, Reddit e la democrazia (digitale)

 

Rispondere in tempo reale alle domande poste dalla community di Reddit è stato di certo un successo propagandistico per Barack Obama. A snocciolare i numeri è il Washington Post: 3,8 milioni di page views, oltre 22 mila commenti. E la possibilità di diffondere su Twitter la foto del presidente che, come un cittadino qualunque, siede di fronte al portatile per rispondere alle domande degli altri cittadini qualunque: oltre 4 mila retweet. Nessuno l’aveva mai fatto prima d’ora: così che Obama si è pure garantito di aver «fatto la storia», come ha scritto Alex Howard, aggiungendo un tassello al puzzle degli «esperimenti di democrazia digitale». Ma siamo proprio sicuri che, a parte l’assenza di precedenti storici, basti rispondere alle domande di una community in Rete per «fare la storia» della democrazia – digitale o meno? O anche: è sufficiente perché rappresenti un passo avanti, per quanto piccolo, per la democrazia? Si prenda, per esempio, la domanda posta dall’utente SharkGirl sulla libertà di espressione in Rete:

A generica domanda – è tra i punti in programma? – Obama oppone generica risposta – «sta a cuore a voi tutti, e anche a me», «combatteremo per assicurarci che Internet rimanga un forum aperto a tutti». Valore informativo: zero. Ben più interessante sarebbe stato ottenere risposta alla domanda seguente, sul perché il presidente, allora, abbia firmato ACTA. Ma non è stato possibile – forse perché la domanda è giunta tre ore dopo. Qui, in ogni caso, il punto è un altro: e cioè che affinché le risposte online di un presidente siano un passo avanti per la democrazia c’è bisogno che quelle risposte aggiungano contenuto informativo per i cittadini, e non si limitino a fornire un pretesto per ripetere la solita propaganda elettorale, solo in una veste più appetibile. Siamo proprio sicuri che servano le domande di 200 mila visitatori in contemporanea perché si possa produrre questo surplus di informazione? Se ne può dubitare, dato che difficilmente in un confronto faccia a faccia, anche con uno solo di loro – ma preparato – il presidente avrebbe potuto scampare la domanda: perché dal vivo, contrariamente a un evento come quello su Reddit, si può incalzare – e farlo reclamando per sé tutta l’attenzione dell’interlocutore. Come del resto dimostrato dalla gaffe su Bradley Manning, che avrebbe «violato la legge» prima ancora di essere processato: per ottenerla, un contenuto altamente informativo, sono bastati la buona volontà di pochi attivisti e uno smartphone. Bene, dunque, che le più alte istituzioni si confrontino con gli elettori anche in modi innovativi e che consentono una maggiore partecipazione, almeno quantitativa. Ma facciamo attenzione a non cadere nell’automatismo di pensare che il futuro della democrazia passi per il successo di«esperimenti» come questo. Ciò che conta è trovare modi per estrapolare informazioni di qualità ai ‘potenti’ (anche) tramite la Rete, non dare loro occasione di fare propaganda 2.0. Né, tantomeno, scambiarla per una vittoria della democrazia.

L’Onu: «Manning trattato in modo crudele, inumano e degradante»

Ed Pilkington sul Guardian riporta i risultati di un’inchiesta dello special rapporteur dell’Onu per le torture, Juan Mendez, sul trattamento subito in carcere dalla presunta fonte di WikiLeaks, Bradley Manning. Questa la conclusione sulla situazione patita dall’ex analista dell’intelligence, affidata al quotidiano londinese:

«Concludo che 11 mesi in condizione di isolamento (nonostante il nome dato al suo regime di carcerazione dalle autorità) costituiscono come minimo un trattamento crudele, inumano e degradante in violazione dell’articolo 16 della convenzione contro la tortura. Se gli effetti in termini di dolore e sofferenze inflitte a Manning fossero più gravi, potrebbero costituire tortura»

Nell’addendum Mendez scrive di aver più volte chiesto di poter intrattenere una conversazione privata con Manning (come nelle sue facoltà), ma che il governo degli Stati Uniti si è ripetutamente opposto, dicendosi disponibile solamente a colloqui che potesse «monitorare».

Secondo Mendez, inoltre, le autorità statunitensi avrebbero giustificato il ricorso all’isolamento per quasi un anno chiamando il suo regime carcerario non «solitary confinement» ma «prevention of harm watch». Tuttavia, prosegue, «non hanno offerto dettagli quali danni si stavano cercando di prevenire».

Invece di dire frettolosamente che Manning «ha violato la legge» e condurre una guerra senza precedenti ai whistleblower, Obama avrebbe più di qualcosa da spiegare.

Bradley Manning pre-trial hearing: first day.

  1. December 16, 2011 4:03:04 AM EST
  2. Almost 19 months have passed since Intelligence analyst Bradley Manning has been arrested in Iraq for allegedly leaking hundreds of thousands classified documents to whistleblowing site WikiLeaks. Detention has been harsh, «inhumane» until transfer from Quantico to Fort Leavenworth. More than 500 days without a trial. Until dec. 16, when an article 32 hearing took place at Fort Meade, Maryland.

    Manning’s attorney, David Coombs, called for the recusation of the Army’s investigating officer at the evidentiary hearing. As the New York Times reports,
  3. «Lt. Col. Paul Almanza, the investigating officer who works as a Justice Department prosecutor in civilian life, was preventing the defense from calling witnesses to show that little harm was done by the disclosure of hundreds of thousands of confidential documents provided to WikiLeaks, the antisecrecy organization.»

    «“All this stuff has been leaked,” Mr. Coombs said. “A year and a half later, where’s the danger? Where’s the harm?”».

  4.  But the investigating officer refused to recuse himself and the hearing continued:
  5. Judge at #BradleyManning hearing has REJECTED defence request that he recuse himself on grounds of bias. Case will continue
    December 16, 2011 1:48:19 PM EST
  6. Manning is facing the risk of life imprisonment. Alexa O’Brien (@carwinb) and Kim Zetter (@kimzetter) wrote on Twitter what has happened inside the courtroom, describing the situation in details. Several restrictions were in place:
  7. Today, I felt like a witness to history. What an honor and privilege. #Manning
    December 16, 2011 3:43:01 PM EST
  8. 2 rear camera, 6 frontal cameras for stream to theater. #Manning
    December 16, 2011 4:50:57 PM EST
  9. In the courtroom, 50 x 50 room. 4 small pews in gallery at back. (more on that later). #Manning
    December 16, 2011 4:33:18 PM EST
  10. 50 ppl in gallery. 20 media, 30 public. in theater out of 100 seats, 35 I was told. More expect tomorrow, Sunday etc. #Manning
    December 16, 2011 4:57:16 PM EST
  11. Courtroom is small – about 50′ by 50′. Eight pews for spectators, some of them peace activists, other just interested in the legal issues
    December 16, 2011 2:55:16 PM EST
  12. No food or beverages. No electronic or Rec devices. No firearms. No chewing gum. #Manning
    December 16, 2011 6:53:58 AM EST
  13. There is no live tweeting. No recording or electronic devices are allowed in public viewing theater.
    December 16, 2011 6:29:21 AM EST
  14. Soldier told me I will get in. Opens at 7am no one in line. I came back to car to smoke a cigarette. No gum allowed either. #Manning
    December 16, 2011 6:52:24 AM EST
  15. Obviously no smoking. :( #Manning
    December 16, 2011 6:52:49 AM EST
  16. One report says he was taking photo against rules; other report says he was Turkish cameraman who hadn’t registered to cover the hearing
    December 16, 2011 2:51:00 PM EST
  17. Not live tweeting. Just tweeting during recesses – of which there are a lot today. Not allowed to file during sessions.
    December 16, 2011 2:55:47 PM EST
  18. Not allowed to have cell phones, recorders, cameras in Manning media room. Computers okay for taking notes, but no filing during sessions.
    December 16, 2011 3:01:36 PM EST
  19. Have to be escorted everywhere – from media center to courtroom and back. No computers allowed in courtroom. #Manning
    December 16, 2011 3:02:10 PM EST
  20. This is how they describe the Army private, who is turning 24 on dec. 17, when the hearing will begin with witnesses:
  21. The prosecution has 20 witnesses, the defense has 4-5 witnesses in the #Manning case. The hearing begins with witnesses tomorrow.
    December 16, 2011 5:12:18 PM EST
  22. #Manning was seated next to one of his military defense on entering courtroom. He did not engage at all, perhaps on advice.
    December 16, 2011 4:27:24 PM EST
  23. He looked healthy, like he had an exercised upper physique. He only spoke to answer investigating officers answer, “Yes, Sir.” #Manning
    December 16, 2011 4:30:05 PM EST
  24. Manning looks healthy. Sitting in courtroom now chatting w/ one of his attorneys waiting for session to resume.
    December 16, 2011 2:57:09 PM EST
  25. Similar remarks are made by the Washington Post, speaking of a «long-delayed military court case» against Manning:
  26. The article stresses how Manning behaved at the hearing:

    «“Yes, sir,” Manning responded when asked if he understood the charges against him. “No, sir,” he said when questioned if he had any questions about them.»

  27. Family is not showing up, Zetter notes:
  28. Not sure if Manning has any family here today. Haven’t seen his father. He hasn’t turned around to speak with anyone in the courtroom.
    December 16, 2011 3:05:30 PM EST
  29. Camille Elhassani (@celhassani) confirms:
  30. Apparently no #Manning family members at the hearing, but there were some Occupy members there.
    December 16, 2011 3:48:57 PM EST
  31. Most reports talked about one attorney for Manning, Mr. Coombs. Zetter remarks he has three:
  32. Manning has three attorneys – one civilian attorney (David Coombs) and two Army attorneys
    December 16, 2011 3:08:09 PM EST
  33. Kevin Gosztola liveblogged the pre-trial hearing on Firedoglake:
  34. The Guardian did a liveblog too:
  35. The hearing sparked many reactions and comments. To Pj Crawley, the former US Assistant Secretary of State who resigned after saying that Manning was being «mistreated» by the DoD, this is a «vital prosecution»:
  36. John Gerstein, on Politico, notes that Manning’s case amounts to «a legal black hole». And makes many other interesting remarks on the lack of transparency of US authorities, who refused to give the full set of filings from the Army to Politico after the news organisation filed a request under the Freedom of Information Act:
  37. Al Jazeera writes: «The US government has made an example of Bradley Manning to prevent others from challenging the American empire.»
  38. To WikiLeaks supporters, Manning is «a hero»:
  39. Manning will go down as a hero in American history | RT rt.com/news/bradley-mannin… #wikileaks #freebrad
    December 16, 2011 5:43:24 PM EST
  40. The word even appeared at the end of the hearing:
  41. After the hearing adjourned, someone in the audience yelled, “Bradley #Manning you’re a hero.” The man was escorted out.
    December 16, 2011 3:47:42 PM EST
  42. But Manning didn’t respond:
  43. #Manning didn’t respond when the protester burst out in the hearing. He was a Veterans for Peace person.
    December 16, 2011 3:50:15 PM EST
  44. The same thinks famous whistleblower Daniel Ellsberg, who leaked the Pentagon Papers published in 1971. Ellsberg has been interviewed by Democracy Now to update on a rally in support of Manning outside the base where the hearing took place:

  45. Glenn Greenwald, who’s been following the Manning case from it’s early steps, thinks the Army private deserves a medal, not prison:
  46. Some are troubled:
  47. #BradleyManning trial has closed for the day. Day One, and we’ve got nowhere. Hey ho
    December 16, 2011 3:31:35 PM EST
  48. While Jeff Jarvis (@jeffjarvis) highlights:
  49. No mention of Bradley #Manning on the ABC news
    December 16, 2011 6:59:00 PM EST
  50. Plus, as the BBC notes, there might be an Assange link:
  51. Manning’s support network has scheduled an International Day of Solidarity on dec. 17. Events are planned all over the world:
  52. Some of the many accounts referring to Anonymous and Lulzsec have a better idea on how to celebrate Manning’s birthday, though:
  53. How to celebrate Bradley Manning’s birthday? By exposing more previously unpublished secret government documents, of course. #antisec
    December 16, 2011 6:06:19 PM EST
  54. How to celebrate Bradley Manning’s birthday? By exposing more previously unpublished secret government documents, of course. #antisec
    December 16, 2011 5:12:18 PM EST
  55. The pre-trial hearing, according to the defence team, is expected to last 5 days.

Usa e Russia, censori del web a confronto.

(Per Libertiamo)

Gli Stati Uniti e la Russia. Il Paese guidato da un premio Nobel e il Paese in mano allo ‘Zar’. Storie diverse, situazioni diverse. Ma accomunate da una polemica: quella sulla limitazione della libertà di espressione online. Non che manchino le differenze. È che si tratta di gradi, sfumature. Ed è importante descriverle, perché rivelano come la censura possa trovare modi diversi per operare in diversi regimi più o meno democratici. Anche sul web.

Nel caso degli Stati Uniti, si tratta dell’ormai tristemente noto caso di una legge (oggi la SOPA, già Protect Ip Act e COICA) che, secondo i proponenti, sarebbe utile a tutelare il diritto d’autore in rete. E che invece, per i detrattori, si traduce nell’impossibilità di accedere a migliaia di siti, dovuta a una «pena di morte» emanata per ordine giudiziario e messa in atto dai provider (i fornitori del servizio). Che sono tutt’altro che consenzienti, se è vero che lo scorso 15 novembre Google, Facebook, Twitter, Yahoo, AOL e altri hanno esplicitamente parlato della norma ‘anti-pirateria’ come di «un serio rischio» per la capacità del settore di continuare a «creare innovazione e posti di lavoro».

Una polemica vista più volte. Per le prime stesure della delibera Agcom in Italia, per esempio, che aveva l’aggravante di affidare l’emissione della condanna a un’autorità amministrativa, saltando quasi per intero il passaggio davanti al giudice. Ma anche per Hadopi in Francia, e in particolare per l’ipotesi di disconnettere i recidivi al terzo illecito. E se recentemente la corte di Giustizia europea ha ribadito l’impossibilità di imporre un obbligo di controllo generalizzato ai provider mediante filtraggio dei contenuti, oltreoceano il dibattito infuria. Con decine di migliaia di utenti che, raccolti intorno alla community di Reddit, immaginano la creazione di «un’altra Rete», incensurabile perché totalmente distribuita. E una petizione su Avaaz.org per «salvare Internet» che viaggia a passo spedito verso il milione di firme. Il culmine di una protesta che il 16 novembre, nel «giorno americano della censura», ha unito oltre 6 mila blogger.

In Russia tira un’aria perfino più pesante. Con le elezioni alle porte, la scure della censura si è abbattuta sui forum online dove, a livello regionale, si incanala il dissenso al partito di Vladimir Putin. Come documenta Owni.eu, è accaduto al forum Kostroma Jedis, 12 mila visitatori al giorno, confiscato dalla polizia. Ma anche a quello della città di Miass, nella Russia centrale, dove invece è bastato il clima intimidatorio per convincere l’amministratore a chiudere i battenti fino al 4 dicembre. Non a caso, il giorno delle elezioni. Più in generale, «Nella prima metà di novembre 2011», scrive ancora Owni.eu, «cinque organi di informazione in differenti regioni della Russia hanno subito forme di censura indiretta o di auto-censura». Con ricadute sostanziali sulla libertà di informazione dato che, come sottolinea comScore, un quarto dei 51 milioni di cittadini digitali del Paese afferma di considerare Internet la principale fonte di notizie.

A questo modo si spiega il tentativo da parte del governo, trapelato grazie alla diffusione di mail riservate, di eliminare le voci critiche dal sito dell’agenzia Ria Novostni. Così come, secondo Reporters Without Borders, i ripetuti attacchi Ddos (Distributed denial-of-service) patiti nell’ultimo anno dalla piattaforma di blogging LiveJournal, l’ultimo dei quali si è verificato il 28 novembre. Bloccando, a questo modo, uno dei principali canali di libera discussione politica in Russia.

Insomma, due modi di esercitare una repressione del libero pensiero. Nel primo caso, con strumenti legali discutibili (a cui si affiancano quelli «extralegali» evidenziati da Yochai Benkler, del Berkman Center di Harvard, per il blocco bancario che ha strangolato nell’ultimo anno WikiLeaks). Nel secondo, intervenendo in modo più o meno diretto per zittire le voci dei dissidenti, fino al punto di creare le condizioni per l’auto-censura. Le differenze restano: perché negli Stati Uniti non si può decretare d’imperio la chiusura di siti «estremisti», per esempio, come avviene in Russia dal 2007. E perché chi «diffonde false notizie» tramite Internet non rischia il carcere. Eppure il caso della detenzione della presunta fonte di WikiLeaks, Bradley Manning, che ha patito oltre 500 giorni di carcere prima di vedere anche solo iniziare il processo a suo carico (al via il 16 dicembre) per aver diffuso notizie vere sfuma i toni, e li confonde. Una profonda delusione, soprattutto dopo le promesse di Obama in tema di trasparenza e trattamento dei whistleblower all’inizio del mandato. Se poi Julian Assange, a tutti gli effetti un giornalista, dovesse essere davvero incriminato per spionaggio per gli scoop pubblicati sui crimini commessi dall’esercito Usa, allora parlare di differenze risulterebbe perfino più complicato.