La trattativa di Ingroia

Mai dire mai. No. Indiscrezioni giornalistiche. Resto un magistrato. Si vedrà. Nulla di concreto. L’ultimo dei miei pensieri. Non si può dire che è un no. Sono solo un cittadino. Sto ancora riflettendo. Questa, in soldoni, l’italianissima storia della trattativa tra Antonio Ingroia e la politica. Fino a oggi, quando al Corriere il magistrato ha prima smentito la smentita, data solo ieri al Fatto, che la richiesta di aspettativa al Csm per «motivi elettorali» fosse l’annuncio di una candidatura. E poi ribattuto: «Berlusconi cambia idea ogni giorno, Monti non sa ancora cosa fare. Adesso chi di politica ne capisce meno di tutti, cioè io, dev’essere l’unico ad avere le idee chiare?». Venerdì, cioè tra due giorni, si saprà forse la conclusione di questa ennesima estenuante soap politica. Ma se un astro nasce tra i «non mi credete» e i «così fan tutti», nel solito nebbioso miscuglio di politichese, opportunismo e uso improprio della mezza ironia di chi non sa né rispondere né far sorridere, viene da pensare, se non proprio a una stella cadente, a una qualunque nel mezzo del firmamento.

A tastiera libera

Contro i prossimi Liam Stacey «l’ultima frontiera», scrive Paolo Di Stefano sul Corriere, «potrebbe essere quella che separa il ragionamento dal delirio». Ma è una barbarie che sia la legge a tirare la linea tra un tweet accettabile e uno che ti costa 56 giorni di carcere. Al 21enne è successo per parole razziste su Twitter contro il calciatore Patrice Muamba. Sbagliato, certo, ma è una pena commisurata al danno? Se ne potrebbe discutere. Di Stefano lo fa, tirando in ballo la polverizzazione del confine tra «il parlare e lo scrivere», nonché tra «pubblico e privato», messa in atto dai social network. Questioni pertinenti, e importanti per inserire il caso Stacey in un quadro più ampio. Eppure c’è qualcosa di sinistro nel ragionamento dell’editorialista. Che da un lato conclude che punizioni di questo tipo equivalgano a «svuotare il mare con un bicchiere». Dall’altro lo fa tramite una premessa che trovo errata, e pericolosa. Per Di Stefano, la radice del problema sta nel «vizio d’origine» dei social network: «esistono perché ognuno possa scrivere quel che vuole, in piena libertà». Togli questa possibilità, e hai tolto il social network. Ammettiamo sia vero: che Twitter non abbia già una sua politica di rimozione dei contenuti illeciti e che i social media non subiscano alcun tipo di censura o limitazione legale nel mondo. Dove sta il vizio? Beh, scrive l’autore, nel fatto che ciò – moltiplicato per miliardi di messaggi e centinaia di milioni di utenti – finisce per «solleticare le velleità narcisistiche del primo imbecille o mitomane». Si aggiungano la fine dello «scripta manent» e della privacy, ed ecco moltiplicarsi odio e razzismo. L’ipotesi è già di per sé discutibile (cosa dimostra che odiamo più di prima?), ma la conseguenza disegnata da Di Stefano lo è perfino di più: «La sentenza di Swansea è certamente esemplare, ma per uno Stacey punito, quanti milioni ne restano a piede libero, anzi a tastiera libera?» Ecco, questo è il pericolo: che una concezione determinista della tecnologia – riassunta nell’idea che i social network siano irrimediabilmente viziati all’origine – si traduca nell’idea paradossale che essere «a tastiera libera» sia un male. Non solo per l’individuo, ma per la società intera, al punto di costringerla a pene esemplari e, lo ammette perfino Di Stefano, inutili. Ancora una volta, la riflessione dovrebbe essere antropologica, prima ancora che tecnologica. Dovrebbe riguardare le radici del razzismo tra i giovani inglesi, più che le caratteristiche di Twitter. Perché se è vero che pubblico e privato si confondono, e che l’occasione fa l’uomo ladro, è troppo comodo cavarsela dicendo che «i social network abbiano sancito l’opportunità di delirio a reti globalizzate». Perché il teorema si realizzi, servono quelli che delirano. Mandarli in carcere per un’opinione – per quanto aberrante – non aiuterà a ricondurli tra quelli che ragionano.

A vent’anni da Tangentopoli

«Ma in che Paese viviamo?». In questo Paese, viviamo. E’ l’ora di guardarlo negli occhi. Ma lo è anche di guardarci negli occhi pure tra noi. A tutti, anche a chi scrive faceva comodo pensare che tutto il marcio si annidasse nella classe politica, che bastasse buttare al macero quella per risanare l’Italia, e che per compiere questa operazione bastasse e possa ancora bastare qualche «regola» nuova. Non è così. E se persistiamo in questo autoinganno, al macero ci andiamo tutti. Guai se non troviamo il coraggio di riconoscere che la classe politica della Prima Repubblica era, nella sua putredine, lo specchio di un Paese nel quale la coscienza morale e civile è sempre rimasta monopolio di una esigua minoranza, regolarmente relegata ai margini della vita pubblica, e ora – temiamo – in via d’estinzione.

- Indro Montanelli, Ma il Paese è meglio della classe politica?,
Corriere della Sera del 3 novembre 1995.

Fare impresa? Meglio in Mongolia che in Italia.

Della difficoltà di fare impresa in Italia, documentata dal rapporto Doing Business in a more Transparent World della Banca Mondiale, ha già scritto il Corriere. Che, tuttavia, non ha pubblicato il grafico che riassume la classifica globale all’interno della quale il nostro Paese figura all’87esima posizione.

Lo faccio qui peché trovo sia utile per dare un’idea di quali siano le nazioni con le quali gli imprenditori nostrani si trovano, loro malgrado, in diretta concorrenza quanto a vincoli del quadro normativo di riferimento. Cioè Zambia, Bahamas, Mongolia (che fanno appena meglio) e Jamaica, Sri Lanka e Uruguay (che fanno appena peggio):

Fonte: Doing Business in a more Transparent World, p. 6.

Sempre dal rapporto, lo sconfortante quadro riepilogativo sull’Italia:

Fonte: Doing Business in a more Transparent World, p. 103.

L’ennesima emergenza cui porre rimedio se si vuole ricominciare a crescere.

La rivoluzione di Calderoli contro se stesso.

Calderoli grida al colpo di Stato. Lui, dirigente di un partito il cui statuto al primo articolo prevede l’indipendenza della Padania dallo Stato italiano e allo stesso tempo ministro di quello Stato la cui integrità gli è improvvisamente cara. Lui, che soltanto lo scorso 10 settembre ricordava il periodo secessionista con un misto di rimpianto e amarezza: «Io alla secessione ci ho creduto veramente», diceva, «ma quando mi sono trovato in tribunale l’unico con me era Bossi, all’ospedale dopo i pestaggi ero da solo». E ancora: «Nel 1996 tutti i tromboni suonavano», proseguiva, come rivendicando una superiorità morale padana, «ma quando c’è da fare qualcosa poi ti trovi da solo. Le cose serie si fanno stando zitti, non chiacchierando».

Eppure ora che il governo cade a pezzi, Calderoli non tace. Anzi, preferisce dirsi «schifato e nauseato» da «omuncoli e donnine trasformisti» che, in «questi saldi di fine stagione», passano dalla maggioranza all’opposizione. Dimenticando, evidentemente, quando li si pagava a prezzo pieno per convincerli a fare il tragitto inverso.

Preferisce interpretare liberamente la Costituzione su cui pure ha giurato, dicendo «Se la maggioranza ha i numeri bene. Se invece si vogliono fare governi tecnici o peggio ancora maggioranze allargate, queste sarebbero un colpo di Stato. E i colpi di Stato si combattono con la rivoluzione». Nella storia d’Italia secondo Calderoli, dunque, ci sono stati quattro colpi di Stato solamente dal 1992 a oggi (i governi Amato I, Ciampi, Dini e Amato II). E se delle quattro rivoluzioni che avrebbero dovuto seguirvi (sempre secondo la Costituzione?) non c’è stata l’ombra non resta che ipotizzare che i fucili padani fossero scarichi. O che siano stati riposti prima dell’uso in nome di un’altra rivoluzione, quella liberale promessa e mai attuata da Berlusconi.

Preferisce, da ultimo, mentire. Almeno, a credere a quanto scrive oggi il Corriere (p.11). Secondo cui «il pensiero dello stato maggiore leghista è esattamente il contrario di quanto annunciato. L’eventualità considerata più probabile è quella di un governo Letta». Piacerebbe a molti, dunque, non un governo tecnico, ma una maggioranza allargata anche alla tanto detestata Udc. Se fosse vero, per coerenza Calderoli dovrebbe fare la rivoluzione contro lo «stato maggiore» del suo stesso partito. E, una buona volta, contro se stesso.