Cinque cattivi argomenti sul caso Boldrini

Qualche riflessione sulla discussa intervista di Laura Boldrini a Repubblica, con l’intento di confutare i principali argomenti a suo favore (in corsivo) letti in queste ore:

1. Non hai capito. Sì, «anarchia del web» era nel titolo e Boldrini non l’ha mai detto (come ha precisato dopo circa un giorno e mezzo di discussioni al riguardo). E sì, Boldrini non ha mai parlato di «leggi speciali» che riguardino l’odio, le minacce e l’istigazione alla violenza in rete. Eppure nell’intervista si legge: «So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela». Ancora, che «Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada». Se non ho smarrito le facoltà cognitive, significa che bisogna fare qualcosa per meglio controllare il web (nello specifico, i suoi eccessi), differentemente da come si è fatto finora. Ergo: che si deve aprire una riflessione su come farlo. Una delle possibili vie è quella legislativa, non enunciata ma nemmeno esclusa (e del resto come si decide cosa sia eccesso se non per legge?). E infatti poche ore dopo ci ha pensato il presidente del Senato a ventilarla esplicitamente. Se abbiamo male inteso le parole di Boldrini, e io non lo credo, ci è cascato anche Pietro Grasso. Il che è sufficiente per fare della questione «leggi speciali per il web» un tema politico concreto. Tanto è vero che ne stiamo ancora parlando.

2. Ma Boldrini ha smentito: vedi che non hai capito? Sì, Boldrini ha smentito, ma dopo 36 ore in cui il tema è divenuto oggetto di dibattito pubblico. Lasciando campo aperto a dichiarazioni che giova ricordare analiticamente: «Se non si apre una battaglia politica contro gli idioti, i mascalzoni, i fanatici che scrivono sulla rete e agitano gli animi, andremo incontro a seri rischi» (Fabrizio Cicchitto); «(il web) è un catalizzatore assoluto di violenza», dunque bisogna «chiudere i siti offensivi e violenti» (Elsa Fornero); «Serve qualche regola per impedire il festival permanente dell’odio senza controlli o sanzioni» (Maurizio Gasparri); «(…) le peggiori porcherie che sul web si scatenano facilmente considerato l’anonimato» (Alessandra Moretti); «Le leggi che proteggono dal Web… beh, quelle effettivamente le dobbiamo assolutamente ideare» (Pietro Grasso); «È dovere delle istituzioni arginare con iniziative legislative adeguate – che prevedano anche sanzioni – una deriva sessista e razzista che potrebbe alimentare propositi di violenza e sfociare in tragedia» (Luigi Zanda). Non si poteva intervenire prima, stroncando sul nascere idee che potrebbero portare a proposte legislative per limitare l’anonimato o peggio considerare l’uso di Facebook o Twitter una aggravante (concetto espresso in un editoriale sul Corriere di oggi)?

3. Boldrini ha smentito dicendo esplicitamente no a ogni forma di censura. Sì, Boldrini ha smentito dicendo: «Nell’intervista non parlo mai né di anarchia, né di censura, né della necessità di una nuova legge». Bene, ma va considerato che non ricordo un solo caso in cui un censore dica esplicitamente di essere tale – eppure la censura online, a livello globale, cresce da anni. Il problema è che parole ambigue possono – come è successo – dare il là a discussioni il cui esito è considerare il web «anarchia» (come nelle dichiarazioni precedenti) e di conseguenza proporre strette nei fatti (se non nelle intenzioni) censorie.

4. Quindi non si deve affrontare il problema? Ecco, sei il solito difensore del libero web a ogni costo, un difensore ideologico che nuoce al libero web come se non più di quelli che definisci censori. Questo è l’argomento principe che ha serpeggiato negli editoriali in punta di penna, nelle riflessioni argute (quelle di chi ha capito) e nelle conversazioni in cui sono stato coinvolto su Twitter. Ma non serve dire che il problema degli insulti e delle minacce in rete non esiste, per confutare quanto ha detto Boldrini. Ci sono buoni argomenti (li ho elencati qui) per sostenere che le premesse e il ragionamento del presidente della Camera siano errati, e non comportano logicamente in alcun modo non voler affrontare il problema dell’odio in rete. Semplicemente, si vuole dire che – contrariamente a quanto dice Boldrini – consideriamo già reale e virtuale alla stessa stregua, e lo fa anche la legge. Ergo, non c’è bisogno di alcuna legge speciale né di alcun particolare dibattito sul significato culturale di quegli insulti. Che, sia detto chiaramente, vengono dalla classe politica quanto «dalla Rete», c’erano prima della rete e ci saranno dopo la rete, e più semplicemente bisogna abituarsi ad affrontarli a viso aperto (per le minacce e simili c’è la legge). L’alternativa è un web moralizzato, edulcorato, politically correct (neanche ne fossimo privi) che per quanto mi riguarda è molto peggio del magma caotico e spesso insultante di cui siamo parte oggi. Insomma, anche ammesso gli insulti si possano eliminare una volta per tutte da Internet (mettetevi il cuore in pace, non è possibile in una democrazia), contesto l’idea che sia uno stato di cose desiderabile. La rete è nata anche attraverso discussioni a base di trolling, burle, conversazioni sopra le righe e soprattutto è cresciuta e ha prosperato attraverso l’anonimato. Pensare di addomesticare tutto questo solo per non sentirsi offesi o lasciare intatta la propria vanità personale (ribadisco: per le minacce c’è già la legge) è, a mio avviso, semplicemente un modo per rifiutare la realtà, e viverla male, in retroguardia.

5. Che poi, voi ideologizzati difensori del web fate tutta questa caciara e poi non se ne è mai fatto niente: la rete, in Italia, è libera nonostante le vostre grida e l’indignazione. Vero, e in molti casi l’attivismo per la libertà di espressione in rete è stato fatto male, disinformando più che informando, in modo parziale e usando in modo disinvolto parole come «censura», «bavaglio», «pericolo», «vergogna» e simili. È successo per ACTA, per WCIT, in parte perfino per la lotta contro SOPA/PIPA (considerato il baluardo dei risultati prodotti dall’attivismo digitale per il libero web). Ma non è questo il caso. In questo caso ci sono state dichiarazioni vaghe (che cosa propone esattamente chi non propone «leggi speciali»? Non è dato sapere. Chiederlo, deduco, agli occhi dei difensori di Boldrini fa parte del punto 1, non hai capito), errate nelle premesse e pericolose nelle conseguenze. Dirlo non è attivismo: è usare la ragione. Quanto al fatto che la rete sia libera: di nuovo, è vero, ma anche grazie agli sforzi di chi ha cercato di mantenere alta la guardia contro progetti deliranti come il decreto Romani, il comma «ammazzablog», la delibera Agcom (che tra l’altro, sta tornando), l’emendamento D’Alia, i ddl Carlucci, Lussana, Fava e Lauro. E sono solo i primi che mi vengono in mente. Senza gruppi di attivisti mobilitati per fare pressione sulle istituzioni, e riportarle alla ragione, probabilmente alcune di queste norme sarebbero passate. E oggi saremmo un paese meno libero. Demagogia dirlo? Perfetto, sono un demagogo. Tanto più che oggi, grazie al governo Letta, i numeri per far passare quelle «leggi speciali» ci sono. Meglio tacere, tanto non se ne farà niente? Io penso proprio di no.

Riaprite gli archivi

È da un po’ che ciclicamente mi chiedo quale ratio possa avere informato la memorabile decisione di far scomparire, insieme alla rassegna stampa quotidiana della Camera in rete, i suoi archivi. Quale mente possa aver concepito che trent’anni circa di storia dell’informazione di estremo valore per il pubblico dominio – e nullo per i legittimi proprietari – fossero sacrificabili all’altare del diritto d’autore. Poi una sera, pensandoci bene al telefono con una collega disillusa, ho realizzato come si trattasse in realtà della più vasta e odiosa – perché completamente inutile – opera di censura online operata in questo Paese di cui serbi memoria, perché far sparire quegli archivi significa anche e soprattutto rendere migliaia e migliaia di link provenienti da altri articoli – si suppone in massima parte perfettamente legali – morti, a loro volta inaccessibili. Così da mutilare non soltanto il sapere di chi si accinga per la prima volta a consultare gli archivi, ma anche la comprensione di chi invece li abbia utilizzati per completare o validare un ragionamento altrove, nella rete. A pensarci bene è una barbarie straordinaria, in termini culturali, ben peggiore delle copie perse (ma quante?) dai giornali riprodotti ogni mattina nella rassegna stampa. Che questa questione di bilanciamento del diritto alla cultura con il diritto d’autore non si sia nemmeno posta nel dibattito pubblico rivela, una volta di più, la deprimente irrilevanza della conoscenza nella considerazione non solo del lettore mediamente informato (quello che di norma si rivolge alla rassegna della Camera) ma anche e soprattutto dei tanti che hanno a cuore la libertà di informazione e – ancor di più – il libero web. C’è altro cui pensare, certo: ma c’è sempre, quando si tratta di difendere la cultura, per qualche ragione. Tanto che te ne devi accorgere davvero soltanto in una lamentio notturna con un’amica, quando il rumore di fondo di tutto il resto si è finalmente allontanato. E scopri che senza la rassegna leggi meno giornali, e ti viene voglia di comprarne meno, non di più. E che, tutto sommato, ne sai quanto prima.

Poi lo mettiamo in scena su Twitter

Ieri avevo letto la consueta dose di indignazione e scoramento 2.0 per via dell’ennesima, inutile polemica su Twitter tra leader politici. In questo caso, tra Bersani e Ingroia. Oggetto del contendere? Lo straordinario significato ideologico di un bicchiere di vino:

Avevo immediatamente archiviato. Fino a stamane, quando aprendo il Fatto Quotidiano ho trovato, a pagina nove, una breve in cui si legge del loro «incontro casuale» a Fiumicino: «I due si sono intrattenuti a parlare per alcuni minuti, stringendosi la mano e scambiandosi alcune battute, che il comunicato così riporta: «’Io prendo del vino rosso – ha detto il leader di Rivoluzione Civile avvicinandosi al bar – visto che – ha aggiunto sorridendo – noi siamo i veri rossi’. Ha replicato Bersani: ‘Io prendo del vino bianco. Siamo troppo rossi, devo correggerlo un po’ con il bianco’». Poi un saluto, e ciascuno sul proprio aereo.  Una breve ricerca e spunta il comunicato, battuto dall’Ansa alle 14:12 e proveniente dall’«ufficio stampa di Rivoluzione Civile», dove evidentemente tenevano particolarmente a specificare il colore del calice (chissà se amaro) bevuto da Ingroia.

Che importa? Importa che la polemica su Twitter è del tutto artefatta. Nel senso che lo scambio era avvenuto ore prima (Ingroia ha twittato alle 14:43, Bersani ha risposto alle 16:22) e di persona, non su un social network. Nella sostanza non cambia nulla, ma nella forma cambia tutto: tweet che sembrano umanizzare e rendere dialogica (è su Twitter, è in tempo reale, è come per noi comuni cittadini) la polemica non sono altro, ancora una volta, che il risultato (pianificato?) di strategie di comunicazione per rendere massimo l’impatto delle proprie battaglie. Chissà, forse lo staff di Bersani non si aspettava il rilancio della polemica, e ha deciso di replicare in 140 caratteri quanto risposto poche ore prima, in aeroporto. Forse, addirittura, è una strategia concordata (poi lo mettiamo in scena su Twitter?) per dare maggior risalto o visibilità a un siparietto fondato sul nulla ma che serve a tenere saldi i rispettivi presidi: noi siamo rossi rossi, noi  invece siamo rossi ma non troppo (e del resto c’è un governo con i nuovi bianchi, da mettere in piedi).

Ma non è decisivo capire se le cose stiano esattamente così: il punto è, se non fossimo sazi di quelle ‘genuine’, che ora sappiamo dovremo tenerci uno spazio nello stomaco anche per le polemiche inventate su Twitter. Del resto, di norma funziona: i giornali (che possono farci un pezzo a buon mercato) abboccano, i lettori (che possono sfogarsi o dare sostegno direttamente ai due beniamini) pure, e noi si continua a vergare editoriali su quanto è bella la comunicazione bidirezionale, il dialogo tra politica e cittadini sui social media e tutte queste banalità che poi ci lasciano impreparati ad affrontare nuove, ridicole forme di propaganda.

 

Non una sola intervista

«Da quel momento per un anno [...] non ho fatto una sola intervista sui giornali italiani», ha detto Silvio Berlusconi durante il litigio in diretta con Massimo Giletti (dal min. 11:20 di questo video). Quel momento è, nel discorso dell’ex presidente del Consiglio, novembre 2011: l’insediamento di Monti. Bene, secondo Berlusconi, da allora non avrebbe rilasciato «una sola intervista sui giornali italiani».

Peccato che per l’archivio della rassegna stampa della Camera siano 19:

Screen shot 2012-12-24 at 1.52.47 AM

Screen shot 2012-12-24 at 1.53.45 AM

Screen shot 2012-12-24 at 1.55.30 AM

Vero, due riguardano Pato e Ibra. Ne restano 17. Cioè un po’ più di zero.

Beppe Grillo 451

L’assunto di Grillo che esulta perché «70 giornali rischiano di chiudere» (chissà da dove avrà preso quel «70», dato che nel pezzo dell’Ansa linkato dal comico i giornali a rischio sono 90) è che l’informazione fatta con il finanziamento pubblico sia sempre e comunque disinformazione. A prenderla sul serio sarebbe un’ipotesi forte, che dunque andrebbe giustificata con argomenti – e prove – forti; che Grillo, naturalmente, omette, preferendo abbandonarsi a un «hip, hip hurrà!» che tanto ricorda le esclamazioni di giubilo dei paradossali pompieri di Fahrenheit 451 mentre bruciano i libri nel nome della libertà, della verità e della cultura.

Ma, a prenderla davvero sul serio, si scopre che quella di Grillo non è affatto un’ipotesi, ma un dogma. Non una frase che ammette verifica o smentita sperimentale, ma una generalizzazione vuota, che mette tutti sullo stesso piano: quelli che hanno usufruito e usufruiscono di denaro pubblico per fare cattiva informazione e quelli che li hanno usati per tutelare davvero il pluralismo informativo nel Paese e fare semplicemente – con umiltà e fatica – il proprio lavoro. Non si tratta di criticare Grillo per difendere il finanziamento pubblico ai giornali, dunque (per inciso, io sono contrario): si tratta di capire che l’uscita di Grillo non dice nulla sul dibattito sul finanziamento pubblico ai giornali perché, appunto, è una generalizzazione vuota, un dogma che – come tutti gli altri – sembra spiegare tutto e invece non spiega niente. I dogmi non sono argomenti.

Inutile poi chiedere a Grillo se sia altrettanto felice per i posti di lavoro bruciati nella eventuale chiusura di quei giornali: prima di tutto, perché lui risponde solamente ai suoi media, e questo blog – vista la quantità di domande lasciate senza risposta – di certo non lo è; in secondo luogo, perché una risposta dogmatica – priva di contenuto positivo, falsificabile – si trova sempre, come insegna Popper. Conoscendo l’ideologia di fondo del personaggio, molto probabilmente la risposta coinvolgerebbe tutta una serie di ragionamenti sul fatto che la Rete magicamente troverà lavoro nell’informazione agli sfrattati che meritano (e che saranno altrettanto miracolosamente più liberi), e condannerà a un altro lavoro (o finalmente a un lavoro, suggerisce Grillo nel post con il consueto rispetto per il prossimo) tutti gli altri. Con il risultato, paradossale, per cui sparendo i giornali l’informazione diventerebbe finalmente libera (e dunque si debba gioire di tale sparizione). Un’idea che, nella storia, è piaciuta solo ai dittatori, e non agli uomini liberi.

La domanda, semmai, va rivolta agli elettori e agli attivisti del MoVimento 5 Stelle che ancora si ostinano a non vederlo: quando vi deciderete a prendere coscienza che l’indifendibile è, appunto, indifendibile, anche se a difenderlo è Grillo?