L’Europa dice no alla censura del web #StopACTA

Oggi è il giorno delle proteste in tutta Europa contro ACTA, per dire no alla censura su Internet. Per Cory Doctorow, che fornisce un modulo per chiedere ai propri rappresentanti politici di fermare il trattato anti-contraffazione, potrebbe essere l’occasione buona per segnare una vittoria decisiva, come già per SOPA/PIPA. Staremo a vedere. Nel frattempo, questa mappa fornisce un’idea delle adesioni alle pagine Facebook aperte all’occorrenza (un’altra mappa si trova qui):

Ecco, tramite alcune immagini reperite su Twitter (diverse grazie all’account @YourAnonNews, che le sta raccogliendo), come i ‘like’ si sono trasformati in piazze affollate di maschere di Guy Fawkes, e non solo:

Dresda.

Amsterdam.

Sofia.

Berlino.

Parigi.

Nizza.

Strasburgo.

Vienna.

Londra.

Zagabria.

La Valletta.

Varsavia.

Tallinn.

Indovinate chi manca.

Nessuno fa le manovre come le facciamo noi.

«Credo di poter affermare che difficilmente un altro governo in Europa avrebbe potuto fare un lavoro come quello che abbiamo fatto noi»

- Silvio Berlusconi, 13 agosto 2011

 

Riassumendo alcuni degli infiniti mutamenti della manovra-bis:

il 12 agosto conteneva anche

- contributo di solidarietà (raddoppiato per i parlamentari)
– abolizione delle province sotto i 300 mila abitanti
– festività infrasettimanali «non concordatarie» spostate a domenica
– via gli enti di ricerca e cultura sotto i 70 dipendenti
– tredicesima degli statali a rischio per amministrazioni che non abbiano centrato i risparmi attesi

Al 3 settembre, invece, tutto cambiato:

- via il contributo di solidarietà (tranne che per parlamentari – ma non è più doppio – e dipendenti pubblici)
– abolizione delle province rimandata all’approvazione di una legge costituzionale
– ripristino delle feste del 1 maggio, 25 aprile e 2 giugno
– restano gli enti di ricerca e cultura sotto i 70 dipendenti
– la tredicesima degli statali non è a rischio.

Nel mezzo alcune idee sono nate e morte nel giro di poche ore

- ulteriore prelievo sui capitali scudati (16 agosto)
– tfr in busta paga (17 agosto)
– scudo fiscale-bis (17-18 agosto)
– dismissioni del patrimonio dello Stato (19 agosto)
– modifica del contributo di solidarietà (con quoziente familiare; sopra i 200 mila euro)
– modulazione delle pensioni di «chi non ha mai lavorato» (25 agosto)
– intervento sul riscatto degli anni di leva e università nel computo delle pensioni di anzianità (29-30 agosto)

Mentre altre sono spuntate dal nulla dopo il 29 agosto

- eliminazione dei privilegi fiscali delle cooperative
– carcere per chi evade oltre 3 milioni di euro
– maggiorazione dell’Ires del 10,5% per le società di comodo
– pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi online

Ed è solo un riassunto. Senza contare che mancano ancora le puntate che ci separano dall’approvazione in Parlamento.

Per fortuna che la manovra andava modificata ma non stravolta (l’Europa non capirebbe, si è detto per settimane – e infatti non ha capito) e che l’imperativo doveva essere mostrare coesione per ridare fiducia ai mercati.

In effetti ha ragione Berlusconi: difficilmente un altro governo europeo avrebbe potuto fare un lavoro «come quello che abbiamo fatto noi».

Il silenzio della politica sul vento del populismo in Europa.

Premesso che non sono un esperto di geopolitica, vorrei segnalare una serie di fatti:

  • 11 aprile: alle elezioni del Canton Ticino la Lega di Giuliano Bignasca diventa il primo partito, con il 29,8% dei consensi (+8% rispetto al voto precedente) e una campagna che definisce «ratti» gli italiani, chiede i «campi di lavoro» per i rom (oppure «raus»), se la prende con i «troppi neri nella nazionale» e ipotizza la costruzione di un muro di cemento armato alla frontiera di Chiasso per scongiurare l’arrivo di tunisini.
  • 18 aprile: il partito dei «veri finlandesi» passa dal 4,1% dei voti nel 2007 al 19,7% con un programma che dice no agli omosessuali, all’aborto, agli immigrati e all’Europa
  • 19 aprile: in Ungheria è approvata una Costituzione che prevede il Cristianesimo come elemento fondante, limita i poteri della Corte Costituzionale in ambito economico e sociale, allarga i poteri dell’Esecutivo sulla magistratura e sui media. Secondo Amnesty international, si tratta di un testo che «non rispetta i diritti umani».
  • 21 aprile: un sondaggio rivela che se si votasse oggi in Francia la candidata dell’ultradestra del Front National, Marine Le Pen, si qualificherebbe per il secondo turno qualunque fosse il suo avversario. Il 14 aprile aveva detto: «Se verrò eletta alla presidenza francese proporrò un referendum per far uscire la Francia dall’Unione europea».
Nel frattempo, la situazione nel resto d’Europa è questa:

Fonte: Repubblica, 19 aprile, p. 18.

Inoltre, le rivolte in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrein e Yemen hanno messo chiaramente in luce che l’Europa non solo è incapace di parlare con una voce sola, ma rivela atteggiamenti opposti sui rimedi da adottare (dall’interventismo francese alla “prudenza” tedesca passando per le giravolte italiane), litigi auto-interessati per la gestione dei flussi di migranti (fino all’ipotesi della sospensione del trattato di Schengen) e dubbi sull’opportunità di interventi per aiutare le economie in difficoltà (per esempio il Portogallo). Inoltre, gli Stati Uniti sembrano avere meno voglia di protagonismo di un tempo, il che costringe i Paesi europei a un decisionismo di cui non sembrano essere all’altezza.

La situazione insomma vede un Continente in crisi di identità, impaurito, diviso, in preda a un vento populista che propone soluzioni locali e miopi a problemi globali e strategici. Forse si tratta di un fattore macro che andrebbe tenuto in considerazione quando si cercano di capire le ragioni dell’elettorato, anche di quello italiano. E su cui le istituzioni dovrebbero produrre una riflessione articolata, stimolare un dibattito pubblico, proporre soluzioni concrete e di ampio respiro.

Ma la politica nostrana preferisce la via del silenzio. Del resto, la poltrona del ministro per le Politiche comunitarie, che dovrebbe interfacciare il nostro corpus legislativo con le richieste europee, è vacante dal 15 novembre e non sembra nemmeno rientrare nel rimandatissimo rimpasto che tanto tiene in ansia i Responsabili. Poca cosa, certo, ma penso sia un segnale rivelatore della considerazione che il nostro Esecutivo ha per le questioni europee. Quando non ci siano di mezzo «emergenze» spendibili in campagna elettorale, ovvio.