Venti domande sulle primarie del M5S

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Venti domande a Beppe Grillo sulle primarie online e il «portale» dove gli attivisti del MoVimento 5 Stelle dovrebbero discutere il programma in vista delle elezioni politiche. Reperite su Facebook, le pubblico a mia volta perché credo meritino una risposta:

1 – Chi è o chi sono gli amministratori del Portale?

2 – Dove è fisicamente il server su cui è il Portale?

3 – Chi ha accesso alle informazioni sensibili?

4 – Come vengono scelte le persone che hanno accesso al Portale come amministratori?

5 – Quali metodologie di sicurezza vengono adottate?

6 – Quanti iscritti vi sono sul Portale?

7 – Quanti degli iscritti operano regolarmente?

8 – Come sono suddivisi per regione e provincia gli iscritti e gli attivi?

9 – Come si pensa di garantire trasparenza nelle votazioni?

10 – Chi e come certificherà che le votazioni sono libere, reali e che il conteggio sarà corretto?

11 – I verbali dei risultati come verranno resi pubblici?

12 – Si prevedono “terze parti” che saranno abilitate al controllo e alla certificazione del voto?

13 – Nel caso di problemi di accesso o di attacco hacker, come si pensa di rendere possibile il voto?

14 – Sarà possibile per tutti i cittadini verificare le operazioni di voto, scrutino e proclamazione degli eletti?

15 – Nel caso di controversie o ricorsi chi e come si deciderà?

16 – Ogni votante avrà una certificazione dell’avvenuto voto verificabile in ogni momento anche a valle della chiusura delle votazioni?

17 – Le informazioni sul voto essendo dati estremamente sensibili, da chi verranno gestite, archiviate e rese inaccessibili?

18 – Come verranno proclamati gli eletti?

19 – Vi sono state deroghe per la scelta dei candidati, rispetto alle varie regole, post e comunicati politici?

20 – Quale sarà la “struttura di comunicazione” che sarà destinataria dei fondi dei gruppo parlamentari?

In manette per un ‘like’

La ragazza legge un post su Facebook. Lo ha scritto un’altra ragazza, di 21 anni: per criticare le celebrazioni al funerale del leader estremista Bal Thackeray, che avevano bloccato la città. «Persone come lui nascono e muoiono ogni giorno», diceva all’incirca quel post. Come a dire: non servono commemorazioni con folle oceaniche. Non serve bloccare Mumbai. La ragazza è d’accordo, clicca ‘mi piace’.

Ma alla polizia non va a genio. Così rintraccia l’autrice del commento, e il ‘like’ della ragazza. E le arresta. La colpa? «Hurting religious sentiments», cioè aver ferito i sentimenti religiosi di chi si riconosce nel nazionalismo induista di Shiv Sena, il partito fondato da Thackeray. Ora dovranno vedersela in giudizio, di fronte al codice penale indiano e all’Information Technology Act. Poco importa che, come riporta First Post, si tratti di un chiaro abuso delle norme vigenti: tremila seguaci di Thackeray, una volta venuti a conoscenza della critica della ragazza e scoperto si trattasse della nipote del proprietario di un ospedale privato nel distretto di Thane, fanno irruzione nella struttura e ne devastano a bastonate arredo e macchinari. Per un commento su Facebook.

Il problema è che casi come questo dimostrano – oltre al ‘lato oscuro’ dell’intensificarsi del rapporto tra online e offline – che è sempre più complicato distinguere democrazie e regimi autoritari, quando si tratti di prendere sul serio qualche parola di troppo sui social media. Così, mentre in Cina perfino una ‘micro fiction’ 2.0 può costarti il carcere e in Siria gli interrogatori diventano superflui (dice tutto Skype), un tweet o una foto su Facebook fuori luogo possono condurre alle manette anche in Gran Bretagna, dove Lord McAlpine sta inoltre pensando di denunciare chiunque l’abbia menzionato in un tweet per il falso scandalo costato la testa del direttore della BBC. Certo, non si muore, come in Iran. Ma la tendenza è preoccupante. E andrebbe studiata con attenzione.

(Foto: il Post)

Twitter può predire chi vincerà le elezioni Usa?

Twitter può predire l’esito delle presidenziali Usa? La domanda rimbalza di sito in sito, dal Telegraph al Guardian passando per il Washington Post. Con argomenti imbarazzanti, come quello dell’Huffington Post:

«Secondo una mappa dell’Oxford Internet Institute, l’attuale comandante in capo degli Stati Uniti è stato menzionato più frequentemente che Mitt Romney su Twitter e, quindi, vincerà la corsa per la Casa Bianca».

L’argomento presuppone una struttura logica di questo tipo:

P1: Chi riceve più menzioni su Twitter riceve anche più voti nelle urne.

P2: Barack Obama riceve più menzioni su Twitter.

C: Barack Obama riceve più voti nelle urne.

Un semplice sillogismo che soffre di una unica pecca: la premessa maggiore (P1) non è dimostrata. I giornalisti cercano di mettersi al riparo dalle critiche mascherandola con una domanda ai propri lettori (Twitter predice le elezioni?). Ma quello che dovrebbero fare, se proprio volessero utilizzare il sillogismo, è cercare di dimostrarne la bontà (o almeno evidenziare il problema) – non utilizzarla (per fare contatti) con un punto di domanda.

Del resto, è il problema che affligge anche altri indici di misurazione che cercano di derivare conclusioni su ciò che facciamo offline dalla nostra attività online. Come Klout, che sostiene di misurare l’influenza online e non solo (chi ha un Klout elevato influenza molti comportamenti; x ha un Klout elevato; x influenza molti comportamentifalso, come ho scritto su Valigia Blu). Ma che si tratti di un punto di domanda che coinvolge l’intero rapporto tra rete e deliberazione, a quanto pare, non intacca gli assunti di chi non vede l’ora di rivestire di una patina social anche ciò che – in questi termini – non ne avrebbe alcun bisogno.

E così si finisce per leggere, sul Washington Post, e cercare di prendere sul serio che Obama ha un Klout più elevato di Romney. Che le ricerche su Google ritornano risultati specifici ai temi elettorali per Obama e non per Romney. Che le «Twitter bomb» possono mutare il segno delle elezioni (Times of India). E ci si arrovella a cercare un significato nei grafici sulla competizione su Twitter e Facebook.

Con questo non si vuole dire non ce l’abbiano per forza: semplicemente che, al momento, non sappiamo se una maggiore presenza o un maggiore coinvolgimento dei propri elettori online si traduca – e in che percentuale – in voti veri e propri; né se ci sia un rapporto causale tra la popolarità o l’influenza online e il successo alle elezioni. Alcuni indizi (una molteplicità di studi sul valore predittivo dei social network – ancora embrionali – e il fatto che, per esempio, invitare al voto su Facebook si traduca davvero in una percentuale superiore di votanti) e la ragionevolezza fanno pensare che qualcosa la Rete conti. Ma non si faccia l’errore, in caso di vittoria di Obama, di dire «Twitter l’aveva previsto». Con queste premesse, sono disposto a scommettere lo leggeremmo.

La disinformazione di SpiderTruman sugli spioni su Facebook

Grazie al fantomatico scopritore dei «segreti della Casta», il mai abbastanza deriso SpiderTruman, gira da un paio di giorni in Rete – con diffusione su decine di siti di «controinformazione» – la ‘notizia’ che

Senza dirlo a nessuno il ministero degli Interni italiano ha ottenuto dai vertici di Facebook le chiavi per entrare nei profili degli utenti anche senza mandato della magistratura. Una violazione della privacy che farà molto discutere.

Scorrendo il pezzo, tuttavia, mi è immediatamente venuto in mente di avere già letto qualcosa di simile. E infatti, una breve ricerca mi ha fatto reperire il pezzo originale, di Giorgio Florian per l’Espresso. Che, a parte il cappello, è del tutto identico. Tranne la data: 28 ottobre 2010.

Insomma, quello di SpiderTruman (e di tutti quelli che l’hanno citato senza verificare) è l’ennesimo servizio di disinformazione – per rendersene conto, bastava leggere che nel pezzo il vicesindaco di Milano è ancora Riccardo De Corato, e non l’attuale, cioè Maria Grazia Guida – ottenuto tramite il copia e incolla di un lavoro giornalistico. Per inciso, la Polizia Postale ha anche risposto all’autore dell’articolo, a cui ha fatto seguito la contro-replica dell’Espresso. Cosa che naturalmente il nostro ‘disvelatore di segreti’ è stato costretto a omettere.

Sarei tentato di infierire sul mito del cittadino informato in Rete e dell’informazione dal basso per l’ennesima volta. Ma mi astengo. Dopotutto, è grazie alla segnalazione di un’amica in Rete (grazie, Marianna) che ne sono venuto a conoscenza.

Solo una nota di passaggio: la disinformazione più dura a morire sembra proprio quella dedicata alle ‘cose’ di Rete. Che sia perché sono tra quelle di cui i media ‘tradizionali’ parlano meno e peggio?

Le prossime elezioni non si vincono in Rete

Conosciamo il ritornello: «Le prossime elezioni si giocano in Rete». O, per dirla con Gianroberto Casaleggio, l’ideatore della «guerra» tra web e partiti: «Le prossime elezioni americane si vinceranno o si perderanno in Rete». Difficile sostenere ipotesi tanto nette, quando i dati riguardano una realtà così diffusa, multiforme. E quando i fattori in gioco – il peso delle notizie lette sui social media, dei programmi televisivi, delle circostanze contingenti, di imprevisti fuori e dentro la Rete – sono così tanti, e così intrecciati tra loro. Eppure due studi appena pubblicati sembrano incrinare la certezze di chi creda che Internet e i social media siano determinanti nell’indirizzare l’opinione pubblica. Il primo è del Pew Research Center, e sostiene che l’impatto delle strategie comunicative e delle campagne ‘social’ sugli orientamenti politici e le attività degli utenti bersaglio sia solo «modesto». In particolare, solo il 16% degli oltre 2.250 iscritti interpellati da Lee Rainie e Aaron Smith sostiene di aver cambiato parere su una questione politica dopo averne discusso o letto su un social network. Addirittura, il 9% dichiara di essere meno, e non più, politicamente «coinvolto». Eppure continuiamo a sentire ripetere che «più Rete uguale più partecipazione». Forse l’equazione andrebbe presa con un po’ di scetticismo. I dati riguardano gli Stati Uniti, certo – e quindi anch’essi meritano un certo scetticismo, prima di essere applicati alla realtà italiana. Tuttavia è qui che entra in gioco il secondo studio: il rapporto pubblicato dalla World Wide Web Foundation di Tim Berners-Lee. Nel Web Index 2012, un indicatore complesso che dettaglia il grado di penetrazione del digitale in termini infrastrutturali, ma anche socio-economici e politici, spicca una differenza sostanziale tra Stati Uniti e Italia proprio per quanto riguarda l’impatto politico di Internet sulla società. Nel caso degli States, il valore ottenuto è 92.54 su 100; per l’Italia, invece, solo 47.33 su 100. Se il dato della Web Foundation ha un qualche fondamento, l’idea che in Italia le cose vadano molto meglio che negli Stati Uniti rispetto a quanto documentato dai ricercatori del Pew è tutta da dimostrare. Quel che è certo è che Casaleggio ha torto quando sostiene che «la Rete è politica allo stato puro»: secondo lo studio del Pew, infatti, l’84% degli iscritti a social network dice di aver postato «poco o nulla» a carattere politico. Il che dovrebbe insegnarci anche ad apprezzare tutta la profondità del ‘Filtro‘: se la nostra bacheca pullula di contenuti politici, non significa che Facebook pulluli di contenuti politici, né tantomeno «la Rete». E non è detto che i numeri, come quelli forniti dalla collaborazione tra CNN e Facebook, abbiano un significato, né si traducano in voti. Ah, e il successo straordinario sui social media e sul web della chiacchierata di Obama con gli utenti di Reddit, così come la sua supremazia quantitativa nella presenza online, non ha impedito a Romney di avanzare nei sondaggi fino a raggiungere il pareggio e poi portarsi addirittura in vantaggio. Insomma, la questione è più complessa, molto più complessa, di quanto sembra. E i social media e la Rete, forse, non sono determinanti come dice il ritornello.