Se il Pd vuole salvarsi

Se il Pd e la sinistra vogliono salvarsi domani devono presentare a Grillo cinque proposte cinque da realizzare entro sei mesi. Cinque proposte prese dal programma del MoVimento 5 Stelle, o quasi. Garantire che verrano realizzate, per poi tornare al voto. E portarle alla Casaleggio Associati. Nello stesso tempo, deve azzerare i suoi vertici e darsi in mano a Renzi. Chi non vuole se ne va, in Rivoluzione Civile o in qualche altro inutile progetto marginale di opposizione a sinistra. Quello che resta si organizza e nel frattempo adempie agli obblighi coi grillini. Contrattano l’elezione di un capo dello Stato, fanno una legge sul conflitto d’interesse, tagliano i costi della politica, dimezzano i parlamentari, cambiano la legge elettorale. Poi vanno a sfidarsi al voto, con dall’altra parte la possibilità di trovarsi un nuovo progetto di Tosi, che ha tutta l’aria di essere uno con tutte e due le gambe fuori dalla macroregione politica leghista. I cinque stelle avrebbero da vantare la realizzazione di riforme mai fatte in due decadi, e la promessa di fare ancora di più e di meglio con più consensi, da soli. Il Pd la responsabilità istituzionale di aver tratto il paese da una situazione insostenibile e di aver sfruttato il tempo per fare quello che non si è fatto nemmeno con la maggioranza bulgara montiana. Così non so se potrebbe vincere, perché il paese chiede conservazione e autoritarismo, più che una leadership moderna. Ma di certo sarebbe competitivo. L’alternativa è perdere, questa volta senza nemmeno arrivare primi.

Indicazione terapeutica.

Referto del 18 ottobre:

1. Antonio Di Pietro in circa 24 ore è riuscito ad annunciare:

«Si deve tornare alla legge Reale. Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2’»; «Oggi ho formulato una serie di proposte che qualcuno ha chiamato come proposta Reale 2, una nuova legge Reale»; «Non vogliamo riproporre la legge Reale»; «Mettiamo da parte e buttiamo al cesso la legge Reale».

Insomma, Di Pietro ha dato origine alla polemica ipotizzando di riesumare la legge Reale o a una sua variante, ma allo stesso tempo non ha «alcuna intenzione di riesumarla», come vorrebbero i «molti improvvisati commentatori» (non lui) che ne «hanno parlato». Maroni nel dubbio l’ha preso sul serio, e ora la prossima manifestazione sembrerà un incontro tra fan di Minority Report.

2. Silvio Berlusconi, dopo aver affermato

«In settimana esamineremo le misure per la crescita e lo sviluppo e con questo decreto dimostreremo che il governo sta sempre lavorando sodo per l’Italia» (25 settembre); «Governo e maggioranza stanno lavorando a un nuovo decreto legge, con misure concrete ed efficaci che ridiano fiducia ai cittadini, alle famiglie e alle imprese. Lo presenteremo entro la metà di questo mese, come ci siamo impegnati a fare» (3 ottobre); il decreto sarà pronto «entro metà mese» (7 ottobre)

ha preso tempo dicendo che «è in corso una riflessione», che «i soldi non ci sono», che «dobbiamo inventarci qualcosa» e che, poi, tutto sommato, «non c’è fretta». Mica come ci avevano fatto credere fino all’altro ieri (coordinatore del provvedimento compreso): quando dicevano che si trattasse di un pacchetto da approvare «tempestivamente», perché urgente, scherzavano.

3. Margherita Boniver, parlamentare del Pdl e membro della commissione Schengen, ha proposto una soluzione per uscire rapidamente dall’impasse:

«Se il governo non riesce a trovare risorse finanziarie per il dl sviluppo stampasse denaro. Dopo tutto per usare un paradosso battere conio era una delle prerogative di uno Stato che si rispetti».

Peccato il governo non possa farlo, perché l’autorità spetta alla Banca centrale europea. Dettagli.

4. Umberto Bossi, ha dato dello «stronzo» a Flavio Tosi, ma senza che ciò dimostri che c’è alcuna divisione nella Lega. Anzi, lo «stronzo» al sindaco di Verona, maroniano, per il senatur (deduco) non fa altro che dimostrare che i giornalisti che parlavano di fratture nel partito sono davvero degli stronzi e meritano di essere menati. Loro e quegli stronzi che hanno ripreso il congresso di Varese dove è andato tutto bene, e il segretario provinciale è stato nominato per acclamazione (ma senza acclamanti).

Indicazione terapeutica: 

Per mantenere fiducia in un 19 ottobre migliore, ripetere cento volte (a seconda della propria appartenenza politica) il governo ha i numeri, andiamo avanti fino al 2013 oppure l’alternativa c’è ed è chiara e solida

Porta a Porta e l’intelligenza a orologeria.

A Porta a Porta si parla di “politica e calunnie“. E non c’è che dire, abbondano entrambe. Si inizia con le rivelazioni di Ciancimino, subito bollate dagli autori del programma “accuse a orologeria“. Replica “allibita” di Marcello Dell’Utri: “è immorale dare ascolto a queste cose”, ciò che andrebbe fatto invece è capire “chi gestisce Ciancimino”. Da complotto a complotto, dunque. Ma se il primo va in onda in tribunale, il secondo beneficia dello share della seconda serata di RAI1. Non solo: può perfino fregiarsi dei ragionamenti di Italo Bocchino e Niccolò Ghedini, che ci aiutano a intuire che cosa abbia in mente il senatore condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. L’assunto di fondo è sempre lo stesso, quello del populismo duro e puro: “tutti gli italiani possono giudicare le affermazioni di Ciancimino” (Bocchino) – e io che pensavo servissero le carte, le prove, i riscontri. Il teorema, invece, si basa sulle seguenti premesse:

(P1) l’opposizione ha costruito “un castello di calunnie” (Bocchino)

(P2) le calunnie sono le dichiarazioni di Ciancimino (Bocchino)

(P3) le dichiarazioni di Ciancimino “delegittimano il governo” (Ghedini)

(P4) a usare il metodo della delegittimazione è la mafia (Ghedini, riprendendo le dichiarazioni odierne di Alfano)

Conclusione? Dietro le dichiarazioni di Ciancimino c’è la regia dell’opposizione e della mafia. Naturalmente è una mia libera (mica tanto, è logica) interpretazione, dato che si enunciano le premesse, ma non la conseguenza, che resta implicita a vibrare tra le bianche pareti dello studio. Belpietro aggiunge l’immancabile ipotesi ad hoc (la quadratura del cerchio): “Ciancimino sta facendo i suoi interessi personali”. Chissà in quale dei mondi possibili ci si difende pronunciando tutte e sole le frasi che costano piogge di querele e il più fitto tra i fuochi mediatici. Non che questo dimostri nulla, né tolga i dubbi sulle affermazioni del figlio del boss. 

Una volta archiviata la politica, si passa alle calunnie – come da programma. Secondo Bocchino “Ciancimino è un caso da Trattamento Sanitario Obbligatorio”; per il sindaco leghista Flavio Tosi, invece, bisogna rifarsi agli Stati Uniti, dove a quelli come Ciancimino “danno un calcio nel sedere“. Non come qui, nell’ “unico Paese dove un ex magistrato fonda un partito politico”. Partono le accuse personali, i bisticci. E quando la politica (o quello che è diventata) rientra noiosamente dalla finestra, spostando il discorso sulle foto della cena di Di Pietro con Contrada e sul discusso assegno incassato dal leader dell’IDV, fioccano gli sbadigli. Solo sul tema dell’aggressione a Berlusconi, in cui De Magistris vede “dei lati oscuri“, c’è un sussulto. Perché Tosi incalza l’eurodeputato (“ci dica quali”) che in tutta risposta balbetta e svia, prima di buttare là un “lo dirò in aula”. Scatenando l’ironia di Tosi: “ma lei pensa davvero che sarebbe chiamato in aula se mai si indagasse su quella vicenda? E per quale ragione?”. Il tutto mentre Fioroni mantiene un tono di voce e un profilo talmente bassi che le parole che pronuncia si dimenticano nel tragitto tra un orecchio e l’altro. Chiude un lungo litigio tra Bocchino e De Magistris, che si beccano come scolaretti a ricreazione, con frasi come “tu non comprendi”, “io comprendo più di te, se vuoi facciamo il test di intelligenza“, prima di passare a ipotetiche vicende giudiziarie senza capo né coda in cui l’uno incolpa l’altro e viceversa.

Io prendo in parola Bocchino, e propongo di fare non uno, ma due test di intelligenza. Non agli ospiti, ma ai telespettatori: uno prima e uno dopo la trasmissione. Sono certo che i risultati sarebbero più istruttivi di quanto è stato detto nell’intera puntata. Il più significativo? Il curioso fenomeno della “intelligenza a orologeria“: prima (magari) c’era, ora chissà.