Quando un tweet può costarti la vita

Non deve stupire la condanna a due anni in un «campo di rieducazione» a un utente cinese per aver pubblicato sul Twitter locale, Weibo, la voce di un caso di Sars nella città di Baoding, a Nord del Paese. L’accusa? Aver «diffuso informazioni false» su un’emergenza sanitaria, e dunque aver «disturbato l’ordine sociale». La stessa sanzione – anche se dimezzata – era infatti stata imposta già a novembre 2010 a una donna che aveva avuto l’ardire di retwittare un post che dileggiava le proteste dei connazionali contro dei prodotti giapponesi. Preoccupa, semmai, che casi analoghi si moltiplichino. Perché se si allarga lo sguardo al resto del mondo, democrazie comprese, il quadro non migliora. Anzi. Nel carcere di Riyad, in Arabia Saudita, lo scrittore e poeta Hamza Kashgari, 23 anni, attende di sapere se gli sarà comminata la pena di morte per tre ‘cinguettii’ in cui aveva composto un dialogo fittizio con il Profeta Maometto. Blasfemo, secondo le autorità e una folla inferocita di utenti su Facebook e Twitter, che ne hanno chiesto a gran voce l’esecuzione. A quanto riporta il quotidiano arabo Al Hayat, inoltre, a subire la stessa sorte potrebbero essere perfino i pochi che lo hanno difeso sui social media. In Kuwait, scrive The Next Web, andare in galera per un tweet «sembra essere diventata la norma». Le autorità hanno detenuto un utente, Mohammad al-Mulaifi, per 21 giorni – ma rischia una condanna a tre anni – con l’accusa di aver insultato la minoranza sciita. Lo stesso è accaduto a chi ha osato criticare i governi saudita e del Bahrain, o «minacciare l’unità nazionale». Anche qui la repressione ha incontrato il consenso di molti cittadini. Che sembrano non accontentarsi né delle scuse dei diretti interessati né delle punizioni loro riservate, pur se in chiara violazione dei diritti umani. E anzi, tra le voci critiche alcune hanno chiesto, in aggiunta, la revoca della cittadinanza per al-Mulaifi. A preoccupare, poi, è il rischio di leggere una condanna a sette anni di carcere per un retweet nella democratica Corea del Sud. Dove un 24enne appartenente al partito socialista ha ripetuto la frase «lunga vita al generale Kim Jong-Il» pubblicata sul profilo ufficiale degli acerrimi rivali del Nord. Quanto basta per venire definito un «nemico» del suo stesso Paese. Inutili le precisazioni del giovane, che ha cercato di spiegare fosse semplice sarcasmo. Comuni cittadini in balia della censura anche nell’era di Internet, dunque. E se non basta la persecuzione dei blogger (oltre 250 tra arrestati e vittime di violenze nel solo 2011, secondo Reporters Without Borders), ecco calare la scure sui ‘microblogger’. Ma i metodi sono sempre gli stessi: lo snaturamento autoritario del linguaggio, che confonde dissenso e reato, e il controllo a ogni costo. L’esempio è di nuovo la Cina, con la sua ‘Grande Muraglia Elettronica’, capace di eliminare dal web termini e concetti sgraditi. Un modello che fa proseliti, e non solo nel sempre più repressivo Iran. Il Pakistan, infatti, sta predisponendo un analogo sistema di filtraggio del costo di 10 milioni di dollari. E l’India, la più grande democrazia del mondo, è pronta a varare un’agenzia governativa appositamente dedicata a sorvegliare tutti i tweet, i post su Facebook e perfino la posta elettronica scambiata nel Paese. Chissà che non si trovi il pretesto per passare, come temono svariati osservatori internazionali e ha ammesso perfino un giudice dell’Alta Corte di Delhi, alla censura. Magari di 140 caratteri in 140 caratteri.

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 9 marzo 2012)

Una firma per impedire una esecuzione per tre tweet #freeHamza

Il giornalista e scrittore saudita Hamza Kashgari rischia l’esecuzione per tre tweet. Rispetto a quando ne ho scritto la prima volta le cose sono perfino peggiorate. Perché il ventitreenne è stato prelevato da Kuala Lumpur, dove era stato fermato dalle autorità malesiane mentre tentava di raggiungere la Nuova Zelanda per chiedere asilo politico, rimpatriato e incarcerato a Riyad. Ad attenderlo, una possibile condanna per apostasia. Che può voler dire la morte. Non solo: a rischiare l’incriminazione per blasfemia potrebbero essere perfino alcuni dei cittadini digitali (pochi) che su Twitter l’avevano difeso allo scoppio dello ‘scandalo’ per il dialogo immaginario con Maometto.

Per provare a limitare i danni di questa inaccettabile violazione dei diritti umani, Amnesty International ha scritto un appello che vi invito a firmare (si può fare qui):

His Majesty King Abdullah Bin Abdul Aziz Al Saud
The Custodian of the two Holy Mosques
Office of His Majesty the King
Royal Court, Riyadh
KINGDOM OF SAUDI ARABIA

Sua Maestà,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Le scrivo per sollecitarLa a revocare l’ordine d’arresto nei confronti di Hamza Kashgari.

Le chiedo di rilasciarlo immediatamente e senza condizioni, che l’inchiesta venga archiviata e che nell’immediato egli possa essere assistito da un avvocato di sua scelta, anche nel corso degli interrogatori.

La ringrazio per l’attenzione.

(Qui la versione in inglese)

Io l’ho fatto, ci vogliono davvero pochi secondi. Molti meno di quanti ne servirebbero per leggere uno dei tanti, inutilissimi commenti seriosi su Sanremo.

A voi la scelta.

Quella (realissima) fatwa digitale per una poesia in tre tweet

«Nel giorno del tuo compleanno, dirò che ho amato il ribelle in te, che sei sempre stato una fonte di ispirazione per me, e che non mi piacciono gli aloni di divinità intorno a te. Non pregherò per te.

Nel giorno del tuo compleanno, ti trovo ovunque mi giri. Dirò che ho amato alcuni tuoi aspetti, odiato altri, e che non ho potuto comprenderne molti di più.

Nel giorno del tuo compleanno, non mi inchinerò a te. Non bacerò la tua mano. Piuttosto, la stringerò come si fa tra pari, e ti sorriderò come tu sorridi a me. Ti parlerò come a un amico, niente di più.»

(Trad. mia)

Allo scrittore saudita Hamza Kashgari, 23 anni, è bastato pubblicare questi tre tweet, indirizzati al profeta Maometto a ridosso dell’anniversario della sua nascita, per attirarsi una vera e propria fatwa digitale, ma dalle realissime conseguenze. Non sono state sufficienti le scuse, e nemmeno cancellare i tre post: Kashgari è stato inondato di insulti e minacce. Oltre alle 30 mila risposte generate in poche ore, e una pagina Facebook con 10 mila iscritti intitolata ‘La popolazione saudita chiede l’esecuzione di Hamza Kashgari’, qualcuno ha perfino pubblicato il suo indirizzo di casa su YouTube, scrive il Daily Beast. E, sostengono gli amici, la polizia è venuto a cercarlo nella moschea che frequentava abitualmente. Inutile aggiungere che le parole del giovane non potranno essere più pubblicate su alcun organo di stampa.

Kashgari, temendo per la sua incolumità, ha lasciato il Paese tra lunedì e martedì, direzione Nuova Zelanda, dove avrebbe inteso chiedere asilo politico. Ma al suo arrivo allo scalo di Kuala Lumpur, scrive il Wall Street Journal, è stato arrestato dalla polizia locale – anche se ancora non si sa con quale accusa. Re Abdullah era stato il primo a chiedere le manette: ora resta da capire se il giovane sarà rimpatriato, con tutto ciò che ne consegue.

«Chiedevo soltanto di poter esercitare i miei diritti fondamentali – di pensiero ed espressione», ha detto Kashgari al Daily Beast. Eppure a causa di questo componimento, che non chiamiamo letteratura solo perché non abbiamo ancora compreso come si relazionino Twitter e le forme tradizionali della cultura, ora rischia la pena di morte. Un caso che rivela, una volta di più, come la vera censura sia di natura culturale, prima ancora che normativa. E se tanto – e giustamente – abbiamo discusso dei modi in cui i gestori di piattaforme come Twitter possano e debbano garantire al meglio le libertà e i diritti dei propri utenti, sarebbe bene che questi discorsi non ci facessero dimenticare che non bastano liberi tweet per fare un libero Stato.