Contro la crisi c’è Fiorello.

Il fatto che dodici milioni di italiani guardino ogni lunedì #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend mi ha incuriosito. Così ho deciso, alla terza puntata, di provare a guardare lo spettacolo di Fiorello. E ho avuto la chiara sensazione che dodici milioni di italiani guardino ogni lunedì #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend perché, come non a caso ha titolato Porta a Porta, «contro la crisi c’è Fiorello».

Un volto rassicurante, sorridente ma con garbo, che fa un format tradizionale, rassicurante, sorridente ma con garbo. Di quelli che hai visto da bambino con la Carrà. Di quelli che faceva Bonolis, forse – ma con meno eccessi. Una sorta di Fantastico 2011 infarcito di ospiti altisonanti ma inseriti con tempi e scalette improbabili, gag e canzoni che intermezzano altre gag e canzoni. Luci calde, ritmi lenti, un po’ villaggio vacanze e un po’ karaoke. L’ideale per non pensare. Nessuna novità che costringa le facoltà cognitive a sforzarsi di interpretare: qui è tutto immediato, emozione. Nessun pericolo tra una Carla Fracci e un Ennio Morricone che spuntano dal pubblico. L’imitatore che parla come Ornella Vanoni. Di nuovo un ospite. Di nuovo Fiorello.

Così ho finito per pensare che l’Italia di Fiorello assomigli all’Italia di Monti: vecchia, impaurita, immobile. Professionale, certo; impeccabile nel ruolo. Ma stantia. Dove ai giovani non resta che imitare i vecchi e sperare che, come in quello studio, il passato possa rivivere. Dove l’hashtag nel titolo basta a rivestire il tutto di una piacevole, solita modernità. Le lungaggini diventano atmosfera. La noia concentrazione. Le banalità memoria storica. E la crisi, per qualche ora, scompare.

Vespa dice questa fosse «la migliore delle tre puntate». C’è da credergli: lui che capisce e manipola il nazionalpopolare da anni, non può sbagliarsi. Allora forse mi sbaglio io, che continuo ad annoiarmi, giudicare, preoccuparmi. E, soprattutto, non capire.