Silk Road overdose

«Il lato oscuro della rete: dall’omicidio su commissione, alla droga, alla pedofilia» (Corriere della Sera, 3 novembre 2011); «Il mercato nero online dove compri droga o armi» (Vanity Fair, 31 gennaio 2012); «L’Internet segreto delle mafie dove si paga con i soldi virtuali» (La Stampa, 10 aprile 2012); «Sesso, droga e armi la faccia cattiva del web» (la Repubblica, 11 aprile 2012); «Salvate la rete segreta» (L’Espresso, 8 maggio 2012); «Silk Road, il sito per comprare la droga fattura 2 milioni al mese» (Il Giornale, 9 agosto 2012); «Perché Silk Road prospera» (Il Post, 3 ottobre 2012). E altri 40.900 risultati su Google per chi fosse interessato al connubio tra Silk Road e la droga. In italiano. A considerare anche la lingua inglese ci sono, poi, tutti quelli che hanno seguito Adrian Chen e il suo articolo su Gawker, «The Underground Website Where you can Buy any Drug Imaginable», datato 1 giugno 2011. Così, tanto per dire che dell’inchiesta di oggi su La Stampa – richiamata in prima pagina in bella evidenza – non è che sentissimo questo gran bisogno. Quanto al fatto che il tutto realmente funzioni (il sostanziale pretesto per scriverne, se non ho capito male), beh, anche quello lo sapevamo già (11 luglio 2011). E poi, anche a rigor di logica, chi ha mai visto un mercato prosperare sulla base di transazioni che non si realizzano. Quindi, per la prossima volta: ne abbiamo parlato, sappiamo che esiste e che continua a esistere. Non ripetetecelo fino a quando a qualcuno verrà (di nuovo) in mente di capitalizzare le paure dei lettori cercando di rendere illegale Tor o la navigazione anonima sul web, grazie.

Forzasilvio e il sondaggio de La Stampa.

Alle 13:28 mi arriva questa mail da Forzasilvio.it:

Incuriosito, vado a verificare le percentuali del sondaggio. Che erano queste:

Lascio passare un paio d’ore, e ritorno alla pagina del sondaggio. Che ora presenta percentuali ben diverse:

Dei 4104 voti effettuati dall’invio della mail di Forzasilvio.it ben 3482 (cioè circa l’85%) sono a favore del presidente del Consiglio. Un caso?

Chissà. In ogni caso forza, Silvio: ancora qualche voto e, come per magia, gli italiani ti daranno ragione. Anche in rete.

Update. Alle 16:15 è avvenuto il sorpasso dei sì:

Missione compiuta, Silvio.

Update 2. Mauro mi segnala che a Forzasilvio sono pure recidivi.

Wikileaks, il giornalismo e i blog.

Uno dei tanti aspetti che si dovranno analizzare con calma, quando la «tempesta sul mondo» (cit.) di Wikileaks si sarà placata, è quanto avrà assottigliato il confine tra le regole del giornalismo tradizionale e quelle del blogging. Un esempio su tutti è il modo in cui La Stampa ha deciso di diffondere l’articolo del New York Times che, verso le 19:20 di domenica, aveva fornito un primo riassunto dei documenti del cablegate. Cioè offrendo una «traduzione a braccio» di Anna Masera, una giornalista “tradizionale” ma molto attenta alle dinamiche della rete. E postando il contenuto del pezzo del quotidiano newyorkese in lingua originale, per poi sostituirlo con la sua versione in italiano (più o meno di senso compiuto) a mano a mano che veniva tradotto.

La traduzione a braccio...

... e gli esiti della traduzione a braccio.

Più in generale, per una volta non c’è stato niente che un giornalista professionista, in una redazione vera e propria, potesse sapere più di un qualunque blogger: i documenti erano tutti lì, disponibili per l’uno e per l’altro. Senza fonti di accesso privilegiate. Senza agenzie che facessero il “lavoro sporco” al proprio posto. Giornalisti e blogger si sono trovati tutti in prima fila a descrivere e commentare ciò che tutto il mondo stava descrivendo e commentando.

Certo, passato il caos sono rientrate le consuete gerarchie: Repubblica.it, ad esempio, in poche ore è riuscito ad assemblare un commento scritto e uno video, una galleria fotografica e una interpretazione di come i files siano stati trafugati. I professionisti hanno potuto mettere in campo la loro professionalità, inquadrando ciò che stavano leggendo nello scenario geopolitico. E, grazie al lavoro di squadra tipico delle redazioni, approfondire tutti gli aspetti rilevanti della vicenda, separando le novità dalle conferme, le notizie dalle curiosità. Il blogger, invece, ha ricominciato a inseguire i professionisti, andare sui siti delle grandi testate per orientarsi in un mondo diventato ormai troppo vasto per le sue sole forze.

Quindi io non so se, come scrive (immagino provocatoriamente) Luca Sofri, I blog hanno vinto. Quel che è certo è che, per un breve momento, hanno potuto sentirsi in una redazione grande quanto il mondo, e far parte di una marea di informazione che ha travolto indistintamente loro e i più navigati professionisti. Forse, in quel momento, hanno provato l’ebbrezza di sentirsi sulla cresta dell’onda, sul campo, inviati nel bel mezzo dell’azione. E gli altri, i professionisti, hanno capito che forse in certe situazioni è lecito bloggare, anche fuori dai confini di un blog. Oltre a cosa si prova a essere come tutti gli altri, tra gli inseguitori.

Poi la marea si è ritirata, e tutto è tornato al suo posto. O forse no.

(Grazie a Pazzo per Repubblica e a Luca Sofri: senza i loro post mi sarei dimenticato di aver salvato quelle immagini, e questo post non sarebbe esistito)

Il Pdl al lavoro per mandare in carcere chi istiga alla violenza in Rete? A me non risulta.

La Stampa.it – rilanciando un’agenzia di Adnkronos –  rispolvera il ddl Lauro, e gli dedica pure un sondaggio. Del disegno di legge ho già parlato a dicembre dello scorso anno, e risulta fermo – secondo il sito del Senato – dal 26 gennaio. Eppure oggi la notizia sta facendo il giro – copia/incollata – di siti come Gazzettino.itGiornalettismo oltre a svariati blog.

Il sondaggio su LaStampa.it

Insomma, davvero la “maggioranza è al lavoro” su questo delirante ddl che vorrebbe fare di Facebook un’aggravante di reato e prevedere il carcere da 3 a 12 anni per chi commetta il reato – creato per l’occasione – di “istigazione ed apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network”? A me risulta l’esame in Senato non sia mai iniziato. E poi, facendo un breve ragionamento di opportunità politica, non si capisce per quale ragione il PDL dovrebbe avanzare una simile proposta in un momento tanto delicato per la sua stessa esistenza.

Mi aiutate a verificare, prima che si ingeneri la solita onda di allarmismo ingiustificato? L’esempio della bufala dell’emendamento D’Alia – continuamente riproposta, e con una frequenza estenuante – dovrebbe averci insegnato quanto è difficile debellarla, se non stroncata sul nascere.

Insomma, è una reale minaccia per la libertà di espressione in Rete oppure una notizia vecchia su un ddl destinato a non venire mai discusso?

Update. Wil e Guido Scorza confermano i miei sospetti: la maggioranza non è “al lavoro” sul ddl Lauro, che fortunatamente giace dimenticato in Senato dal 26 gennaio.

Update 2. Ne parla anche Vittorio Zambardino.

Fotomontaggio di Saviano morto: Il Giornale copia La Stampa?

Stamane leggo su La Stampa che Max ha avuto la “brillante” idea di ritrarre – e a sua insaputa – Saviano morto. Cercando approfondimenti sulla notizia vado in Rete e incappo nello stesso pezzo che avevo appena letto sul quotidiano torinese, ma su un altro giornale. Anzi, su Il Giornale.

Il pezzo a firma "redazione" sul sito de Il Giornale.

Questo l’incipit dell’articolo a firma Egle Santolini su La Stampa:

Un po’ Cristo morto del Mantegna un po’ Aldo Moro nel bagagliaio della Renault, ma tra i corpi martoriati evocati dalla foto choc pubblicata dal mensile «Max» in edicola venerdì c’è anche quello di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia. Perché anche qui si tratta di uno scrittore morto ammazzato: nella fattispecie Roberto Saviano, disteso su un lettino da obitorio, il sudario verde, i ferri che gli sostengono la testa, al piede il funereo cartellino identificativo in stile «Csi».

Questo quello del pezzo firmato “redazione” sul sito de Il Giornale:

Alla fine fu incoronato eroe. Un po’ il Cristo morto del Mantegna un po’ Aldo Moro nel bagagliaio della Renault, ma tra i corpi martoriati evocati dalla foto choc pubblicata dal mensile Max in edicola venerdì c’è anche quello di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia. Perché anche qui si tratta di uno scrittore morto ammazzato: nella fattispecie Roberto Saviano, disteso su un lettino da obitorio, il sudario verde, i ferri che gli sostengono la testa, al piede il funereo cartellino identificativo in stile Csi.

L’unica differenza è quell’attacco: “Alla fine fu incoronato eroe“. Una sfumatura di significato più vicina alla linea di Feltri che a quella di Calabresi sul tema Saviano. Per il resto i due pezzi sono identici, con l’unica differenza che il secondo manca dei due paragrafi finali. Questi:

Non tarderemo a saperlo, e pure molto presto: c’è comunque da augurarsi che Saviano, che con la morte addosso ha imparato a vivere, non sia troppo superstizioso.

Mancano i nomi dei possibili mandanti, in questa rappresentazione invero un po’ truculenta di un possibile, temibile, futuro. «Tutti possono immaginarseli», conclude Andrea Rossi.

Ora mi chiedo: ma Egle Santolini lo sa? Un conto è ospitare lo stesso lancio di agenzia o la sua parafrasi, un altro riportare in tronco un pezzo altrui facendolo passare per un’opera della “redazione” del proprio giornale. Ma che razza di giornalismo è questo?