Leggi, re-twitta, ribellati.

«E’ chiaro che – come ha predetto Lessig (2006) e Denning (2001) – i governi lotteranno per implementare metodi di censura della comunicazione e restrizione della libertà più invasivi, nel futuro prossimo. Se mai c’era bisogno di un motivo per ridisegnare Internet «per rivelare chi è qualcuno, dov’è e cosa sta facendo» (Lessig, 2006, p. 38), una rivolta civile di vaste proporzioni lo è. Allo stesso modo, possiamo attenderci cittadini e attivisti motivati dal continuare a cercare di eludere le restrizioni. Se le autorità non sapranno applicare quelle misure con successo, con la stessa rapidità della cittadinanza e in un modo che non sia nocivo per le loro regole, allora è davvero possibile immaginare un mondo in cui, piuttosto paradossalmente, le autorità debbano soddisfare le masse.

Anche se così fosse, per come stanno le cose oggi, il cyberspazio e i social media non sono di certo le società libere che Eisley (2003, citato in Samuel, 2004) afferma che siano. Il cyberspazio e Internet sono ambienti virtuali, a cui è garantito l’accesso da una molteplicità di persone giuridiche, che detengono un considerevole potere. Allo stesso modo in cui una grossa diminuzione del digital divide può permettere che diventi evidente tutto il potere dei social media di stimolare riforme democratiche, la propagazione di strumenti sofisticati di comunicazione potrebbe annunciare una nuova era di sorveglianza da Panopticon».

- Tratto da: Read, Re-Tweet, Revolt, tesi di master alla  Faculty of Media, Art and Technology dell’Università del Glouchestershire di Daniel Cranney, pp.  60-61 – trad. mia.

Caro Fini, sulla libertà della Rete passiamo dalle parole ai fatti?

Basta belle parole: servono i fatti. Internet “Nobel per la pace“. L’accesso “diritto fondamentale dell’uomo“. Internet “strumento di libertà e conoscenza“. Gianfranco Fini negli ultimi mesi ha fatto suoi concetti importanti, oltre che condivisibili, che mettono la difesa della libertà di espressione in Rete al centro dell’agenda per il futuro del Paese. Lo aveva fatto insieme a Lawrence Lessig a marzo; lo ha ribadito, con parole simili, oggi a Montecitorio:

Il futuro è certamente internet. È qui che verremo ad informarci, ad intrattenerci, a richiedere servizi. È sulla rete che leggeremo le news o vedremo la tv. Per questo l’accesso ad internet deve configurarsi come la nuova frontiera del servizio universale del terzo millennio.

Eppure, nota il Presidente della Camera, mentre in alcuni Paesi – la Finlandia, ad esempio – “Questa consapevolezza sta crescendo a tal punto che in alcuni paesi l’accesso ad internet è divenuto diritto di rango costituzionale“, in Italia al contrario il digital divide non accenna a diminuire: “Solo il 47% della popolazione adulta italiana è utente internet, a fronte del 75% della Germania, del 70% del Regno Unito, del 63% della Francia”. Anzi, secondo Confindustria il divario aumenta. Colpa anche dei mancanti investimenti in banda larga e dell’assenza di un “Progetto Paese” per la Rete del futuro, conclude Fini.

Tutto vero, ed è bene che sia una così alta carica istituzionale a ricordarlo. Del resto aspettare un intervento di Silvio Berlusconi potrebbe non essere la strategia migliore, dato che la sua idea di Internet si limita a quella di un megafono che entra in tutte le case senza fare rumore, un luogo dove rispondere soltanto alle domande di pochi fan adoranti. Tuttavia è inutile nasconderlo: la credibilità si guadagna quando alle parole seguono i fatti. E su questo il Presidente Fini, non so se per opportunità politica o per semplice incoerenza, latita. Come coniugare l’idea che il libero accesso alla Rete sia un diritto fondamentale dell’uomo con proposte di legge come quelle che la coalizione dello stesso Fini ha proposto dall’insediamento del governo a oggi? I tentativi di regolamentare in modo obsoleto, antistorico, inefficace e liberticida la Rete da allora sono molteplici: il desiderio di eliminare l’anonimato di Gabriella Carlucci; quello di obbligare gli utenti a disporre di una “carta d’identità digitale” o di conferire al governo una “delega sulle piattaforme telematiche”, entrambi a firma Luca Barbareschi (ma siamo sicuri che uomini di televisione siano i più adatti a regolare la Rete?); i ripetuti ammiccamenti a filtri, misure d’emergenza, creazione di reati che prevedano un’aggravante se commessi tramite social network di uomini della maggioranza come Roberto Maroni, Paolo Romani, Angelino Alfano e  Raffaele Lauro.

Da ultimo, il comma 29 del ddl intercettazioni, su cui sarebbe lecito (e doveroso) aspettarsi una presa di posizione netta dal Presidente della Camera: un no senza appello all’ipotesi di un obbligo di rettifica che, emendato o meno, introduce un regime di responsabilità (ma non di garanzie) potenzialmente di stampo censorio e incapace di distinguere il ruolo di un professionista da quello di un amatore. Il silenzio di Fini su questo tema, specie dopo tutti i distinguo pronunciati sull’impianto della legge, pesa. Come pesa quello di Generazione Italia, che sulle dinamiche del Web ha scritto tanto e bene.

Chiedo dunque al Presidente della Camera: la sua idea di libertà della Rete è destinata a rimanere solamente un’idea oppure comporta un impegno a realizzarla concretamente, pur se nei tempi concessi dall’attuale disastro politico? La domanda è precisa, e richiede una risposta altrettanto precisa. Chissà se è lecito avere l’ardire di attenderla.