Pini e le «tasse che tornano indietro»

Ieri sera leggo questa notizia sul sito del Giornale:

“Io non mi sento italiano”. In onda alla Zanzara, su Radio24, Gianluca Pini, leghista vicino a Bobo Maroni, ammette i suoi poco patriottici sentimenti. Pini non soltanto non si sente italiano, ma non si sente neppure “deputato della Repubblica italiana”, piuttosto un “deputato della Lega”.

Istintivamente decido di porre a Pini, su Twitter, la stessa domanda che gli avevano posto in trasmissione Cruciani e Parenzo: perché non rinuncia all’indennità da parlamentare, se non si sente un deputato della Repubblica italiana?

La risposta di Pini è la prima di un serrato – e surreale – dibattito sul social network di cui riporto di seguito i passaggi salienti:

La risposta non soddisfa alcuni utenti, che decidono di inserirsi nella conversazione: chi osservando che quel ‘ritorno’ ha un’origine ben precisa:

e chi chiedendo un’equa redistribuzione, cui Pini non reagisce con particolare eleganza:

Il deputato leghista, tuttavia, è abile a rovesciare una mia osservazione – costretta in 140 caratteri – che intendeva significare che fare il deputato non dovrebbe essere (solo) una questione di soldi, ma (anche) di orgoglio per il ruolo che (potenzialmente) si riveste nel fare il bene comune (più che il proprio):

La precisazione diventa l’occasione per cercare di capire l’argomento di Pini, che al momento mi è ancora oscuro:

E per ribadire che una domanda è sempre legittima:

Senza girarci troppo intorno:

A questo punto l’argomento di Pini è un po’ più chiaro, ma non per questo meno fallace:

A quest’ultima osservazione l’Onorevole Pini non ha risposto.

Boni, la prima de La Padania dimentica le accuse di tangenti

Il leghista Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, è indagato per corruzione e l’accusa parla di 1 milione di euro di tangenti, di cui parte destinata a finanziare la Lega Nord? Per la Padania non è una notizia da prima pagina:

Per Penati, per dire, trovò uno spazietto.

(Via @chedisagio)

Chi è contro la SOPA italiana

In questi giorni ho chiesto su Twitter ad alcuni parlamentari di prendere posizione sull’emendamento Fava, l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla rete nel nome della tutela del diritto d’autore. Come spiegano i giuristi Guido Scorza e Bruno Saetta, si tratta di una vera e propria SOPA all’italiana, con rischi paragonabili in termini di libertà di espressione dei cittadini digitali e di promozione dell’innovazione nel Paese.

Le risposte che ho ricevuto aiutano a comporre il quadro dell’opposizione in Aula al provvedimento:

Antonio Palmieri (Pdl) e Club della Libertà

Paolo Gentiloni (Pd).

Roberto Rao (Udc).

Vincenzo Vita (Pd).

Vita ha poi voluto precisare con un duro atto di condanna dell’emendamento sul suo blog. E rispondendomi nuovamente:

Se si aggiungono le opposizioni altrettanto nette dei finiani del Futurista e Libertiamo, oltre che dei deputati Fli Della Vedova e Perina, e dei Radicali, non restano che la Lega e i Responsabili di Popolo e Territorio (di cui non mi risultano dichiarazioni in merito). Oltre al Pdl, naturalmente: perché non è affatto detto che la posizione di Palmieri (e di Roberto Cassinelli, che mi ha assicurato via mail che voterà per l’abrogazione dell’emendamento Fava) sia quella del partito.

Per questo ho da poco posto due ulteriori domande:

Attendo le risposte.

Update. Gianni Fava ha risposto:

 

Leghisti che insultano Bossi e lo vogliono cacciare

L’ultima tappa dello psicodramma leghista – nell’attesa di quello che si consumerà a Milano il 22 gennaio – è riassumibile nello status che Matteo Salvini ha pubblicato sulla sua pagina Facebook:

Scorrendo alcuni dei profili dei big del Carroccio, non mancano militanti ed elettori che hanno risposto all’appello. Il problema è la quantità di commenti che chiede a gran voce «Maroni segretario» – e di critiche senza appello rivolte a Umberto Bossi, fino a qualche tempo fa criticabile apertamente quanto Kim Jong Un in Corea del Nord. La prova di forza del senatur, che pare intenda sospendere gli incontri pubblici dell’ex ministro dell’Interno («Se contestano Bossi appena parlano pigliano tante di quelle legnate che non hanno neanche idea», scrive TMnews), ha avuto il solo effetto di scaldare gli animi.

Basta andare sulla pagina Facebook di Roberto Maroni, per convincersene. Ai prevedibili «io sto con Maroni» seguono prese di distanza nette dal ‘cerchio magico’ («le badanti e company», «ha oltrepassato il limite»). Ma anche dolorose prese di coscienza («nella vita le cose mutano e anche le persone… se non se ne prende atto si finisce perdenti»; «sono tesserato da due anni e ho fiducia solo di te e Flavio Tosi»), al limite dell’invettiva:

E ancora:

Lo stesso Maroni, del resto, aveva reagito a questo modo alla notizia:

Anche sulla bacheca di Marco Reguzzoni, che a sua volta oggi aveva attaccato Maroni, volano staffilate al titolare della pagina:

Per non parlare delle reazioni al post di Salvini:

O anche:

E gli inclementi:

Bossi era già stato contestato apertamente a Varese. Ma lo scontro per la successione sembra ormai aver compiuto un ulteriore salto di qualità, passando direttamente al dileggio e alla richiesta addirittura di andare fuori dal partito. L’appuntamento milanese, nata per ribadire la presunta unità del Carroccio, sarà invece l’occasione per una resa dei conti che potrebbe cambiare per sempre il volto del partito.

Sempre che Maroni sia ancora nella Lega, per allora.