La farsa delle pensioni.

Ventiquattro ore e già l’intervento sulle pensioni scricchiola. Non ci sono solo il possibilismo di Zaia («penso che la battaglia sia ancora in fieri», «non si può sapere come finirà»), l’opposizione frontale dei sindacati («un golpe», «un ladrocinio», «un’ipotesi sconcertante») e il giudizio severo di giuristi del calibro di Michele Ainis («un tradimento delle promesse del legislatore»).

Come si apprende dall’Ansa, infatti,

La ragione? Semplice, i lavoratori colpiti (tra 100 e 130 mila, a seconda delle stime) «potrebbero decidere di avviare un contenzioso con buone possibilità di vincere la causa». E questo, con ogni probabilità, azzererebbe i benefici – per non dire che comporterebbe costi aggiuntivi – derivanti dalle modifiche trionfalmente annunciate.

Se a questo scenario farsesco si aggiungono le critiche di Bankitalia, dei magistrati, dei medici e l’ammissione che «il contributo di solidarietà resta per i dipendenti pubblici» si capisce come la credibilità dell’esecutivo sia talmente inconsistente da non reggere non solo di fronte agli occhi dei mercati ma anche a quelli, oramai stremati, dei comuni cittadini. Che, rassegnati, attendono la prossima retromarcia. E la prossima, inutile, manovra.

Uguaglianza padana: i poveri stiano coi poveri, staranno meglio.

Libero oggi intervista il “Doge della Serenissima“, come venne acclamato all’ultima Pontida, il governatore del Veneto Luca Zaia sul tema rom-immigrazione. Questo il fulcro dell’argomentazione:

E perché mai una “bidonville” a Bucarest sarebbe meglio della periferia romana? Soprattutto, come si concilia questa affermazione con l’idea che serva una sala d’attesa tra una “bidonville” (del paese natale, immagino) e “Las Vegas” (l’Italia – anzi, la Padania)? Zaia non precisa.

Anche Francesco Specchia di Libero è spaesato. “Il concetto ancora mi sfugge”, dice. Al che l’ex ministro replica:

Ma è ovvio: lì, dove la povertà è più diffusa, il contesto sociale è più idoneo, il trauma è minore.

Sarà pure “ovvio”, ma a me il concetto “sfugge” ancora. L’unico modo che mi viene in mente per “fermarlo” in qualcosa dotato di senso è tradurlo a questo modo: meglio i rom restino nelle loro “bidonville”, perché almeno lì saranno poveri, ma tra altri poveri. Insomma, mal comune mezzo gaudio. Invece venendo qui – a “Las Vegas” – sarebbero poveri tra i ricchi. E quindi si sentirebbero ancora peggio.

Forse che stando tra poveri diventeranno meno poveri? Chissà, magari c’è qualche tradizione celtica o qualche miracolo padano che prevede la moltiplicazione degli averi tra disperati. Solo se restano “a casa loro”, ovvio. Nell’attesa che la magia si compia i ricchi stiano coi ricchi, e i poveri coi poveri. Questa è il senso della Padania per l’uguaglianza. Semplice, immediato e, soprattutto, fa gli interessi del “Nord”. Funziona.

“Ci islamizzano con il cibo”. Anzi no, li premiamo.

Il presidente della provincia di Lodi, il leghista Pietro Foroni, non vuole che l’Auchan promuova uno “speciale Ramadan”. Niente cibi halal, ossia preparati in modo accettabile per la legge islamica. Che importa riguardi 2 milioni di persone e un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro nella sola Italia: “questa continua sottomissione a logiche puramente commerciali [...] non mi trova d’accordo e [...], seppur involontariamente, rischia di andare nella direzione delle parole di Gheddafi”. In sostanza, come riassume il titolo de La Padania di oggi (p.5): “Ci islamizzano anche con il cibo, fermiamoli“. Per questo l’Auchan dovrebbe dismettere “il predetto spazio dedicato al Ramadan” e concentrare “la propria politica alla valorizzazione dei prodotti di filiera agroalimentare della terra che lo ospita“. Una logica ineccepibile: l’azienda dovrebbe scegliere di rinunciare a un mercato redditizio e in crescita perché contrario ai valori di una parte politica o alle “radici cristiane” (questo lo aggiungo io, ma logicamente è sulla stessa lunghezza d’onda) del Paese in cui svolge la sua attività economica. Alla faccia della laicità dello Stato e della libera iniziativa.

Ma la posizione di Foroni va oltre, mettendosi in contrasto perfino con ciò che il suo stesso partito aveva avallato. Il 17 giugno 2009, infatti, i giovani di Coldiretti assegnano gli “Oscar Green” per l’innovazione in agricoltura. Per la categoria “Esportare il territorio” vince l’Azienda Agroalimentare La Genuina di Ploaghe (SS) “che produce – e cito dal sito dell’iniziativa - salumi preparati secondo le regole halal e kosher per le comunità musulmana ed ebraica, utilizzando carne di pecora e di capra. La qualità della materia prima è l’obiettivo centrale dell’azienda che punta tutto sulla filiera corta. I prodotti vengono controllati e certificati dall’Imam, la principale autorità religiosa per l’Islam, e dal Rabbino”. In sostanza il salame halal, fatto di carne di pecora, vince in quanto “moderno” e “rispondente alle esigenze dei consumatori”. Che c’entra la Lega? Lo rivela in maniera concisa ed efficace Immigrazioneoggi:

Il premio, per la “creatività” imprenditoriale ed un’attenta analisti della domanda del mercato, è stato assegnato ieri dal Presidente dell’organizzazione sindacale, Sergio Marini, e dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Luca Zaia.

Dunque la Lega prima premia – nella sua veste “romana”, istituzionale – il salame halal e poi – in quella “padana”, territoriale – dice che i prodotti halal ci “islamizzano” e vanno rimossi dagli scaffali. Un ennesimo saggio di “coerenza” padana. Un po’ come l’accettazione dell’idea che si possa promuovere l’identità agroalimentare italiana associando il marchio del governo a un panino di Mc Donald’s – un’altra trovata dell’allora ministro Zaia, che non esitò a definirla una “grande operazione culturale“.

Da ultimo, giova notare – di passaggio – che il 30 giugno di quest’anno i ministeri degli Esteri, dello Sviluppo Economico (cioè Berlusconi stesso), della Salute e delle Politiche Agricole hanno firmato una convenzione interministeriale a sostegno del progetto “Halal Italia” e che mira, brevemente, a diffondere “un marchio di qualità “Halal” per certificare la conformità alle leggi coraniche dei prodotti italiani dei settori agroalimentari, cosmetico e farmaceutico”. O ancora, meno brevemente, “a facilitare l’accesso ai mercati islamici dei prodotti dell’eccellenza del made in Italy“, così da “contribuire a rafforzare il collegamento tra l’Italia ed i Paesi a maggioranza musulmana”. Gli “alleati fedeli” della Lega sono o non sono d’accordo con quanto sottoscritto dallo stesso governo di cui fanno parte?

(per Farefuturo Web Magazine)

Tra Italia e Padania, sul baratro del nulla.

La Padania “non esiste, è un’invenzione che va contro l’unità del Paese“. O meglio, “è uno slogan” di successo. No, “non c’è lo stato padano, ma la Padania esiste“. E poi, se è un’invenzione “lo sono anche il Sud e la questione meridionale“. La Padania “è sempre esistita nella storia” e “nella realtà socio-economica” (i voti lo confermano). La Società geografica italiana smentisce: “la Padania come spazio etno-culturale omogeneo non esiste”. Replica: “Chissà cosa dovremmo dire, allora, delle differenze etnico-storico-culturali che esistono tra la Padania e le altre parti del Paese!”. Di più: “Nel 1847 il Principe e cancelliere austriaco Metternich affermò che l’Italia altro non era che un’espressione geografica, e non, quindi una realtà coesa”. Milano, Venezia e Torino devono di conseguenza diventare “capitali”. Del resto, il capoluogo lombardo non può allontanarsi dalle radici che “ha nella storia padana, italiana e mondiale”. Il PDL milanese smentisce la Lega milanese: meglio “non rifarsi all’inesistente storia della Padania ma a quella reale di Milano”. Il tutto è “roba da psichiatria più che da politica: più che la razionalità servirebbe infatti un buon medico”. Nel frattempo viene nominato – non si sa per quale motivo – un “ministro del federalismo” che Bossi immediatamente disconosce (“sono io l’unico ministro del federalismo, “il federalismo lo facciamo io e Calderoli”) e che solleva malumori tra la parte padana e quella italiana della maggioranza. Perfino Gasparri si espone: “lo stimo ma non serviva“. Insomma, anche il federalismo esiste (con tanto di ridondanza) e non esiste (nessuno ha ancora ben capito di che si tratti). Proprio come la Padania. Chissà se qualcuno prima o poi canterà “federalismo libero”, o “federalismo indipendente”.

Dall’ontologia alla tattica: la Padania esiste nel primo articolo dello statuto della Lega Nord, che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana“. Democratici, ma solo finché conviene: da un lato, infatti, “So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile”. Dall’altro, però, in “dieci milioni” sarebbero pronti a sollevarsi in difesa della Padania, “imbracciare i fucili” contro “la canaglia centralista romana”. Del resto “per i fucili c’è sempre una prima volta“: sono “sempre caldi”. Eppure i sondaggi dicono che soltanto il 40% dell’elettorato sarebbe pronto alla “rivolta” per la “secessione”. Contando un 12% dei votanti, e tenendo conto che a votare si è presentato il 64,2% degli aventi diritto, dopo due rapidi e approssimativi calcoli si arriva a poco più di 2 milioni di persone. Chissà, forse i più guerrafondai si nascondono tra i bambini e i non votanti. O forse i voti non dipendono affatto dal teatrino secessionista.

E poi c’è l’inno: Mameli lo si ama “solo per legge“, mentre a scaldare i cuori è il Va’ Pensiero. Che così lo rimpiazza nelle cerimonie ufficiali – tutta colpa del “portavoce”, dice chi sfreccia con l’auto blu a 190 all’ora per “motivi istituzionali”. Nel frattempo Verdi (non v.e.r.d.i., sia chiaro) è la colonna sonora della nazionale che trionfa con il Kurdistan e vince per la terza volta i “mondiali dei popoli”. Una gioia immensa, rivela Renzo Bossi dal palco di Pontida, appena dopo l’annuncio dello speaker: “questa è la nostra nazionale”. Lo sapevamo lo stesso: lo aveva fatto capire Radio Padania, esultando alla rete del Paraguay contro l’Italia ai mondiali sudafricani (quelli “veri”) – in cui gli azzurri batteranno sicuramente la Slovacchia, dice Bossi, “tanto la partita se la comprano” (“il senatore ha passato il segno”, ribatterà la FIGC). “Avete dato più importanza a 300 ascoltatori che a 21 milioni”, tuona La Russa dopo aver ricordato che “Calderoli mi piace molto di più come ministro che come commentatore sportivo. Anche perché la sua conoscenza calcistica si limita alla vittoria della Padania su non so quale squadretta”. Al calcio insomma non si chiedono “sacrifici” (non sono mica dipendenti pubblici o imprenditori che pagano le tasse). Daniele De Rossi dice che tiferà contro la Padania. Miss Padania invece che terrà per l’Italia: “Il Carroccio? Non so che cosa sia… E non conosco nemmeno Alberto da Giussano”. Replica stizzita del senatore Cesarino Monti: “La bellezza non è sinonimo di intelligenza“. E poi c’è Gigi Riva, che sostiene che “bisognerebbe intervenire, perché il nostro paese vive uno stato di confusione e di caos e alla lunga situazioni del genere potrebbero provocare problemi”.

Qualcuno a Napoli, ad esempio, potrebbe vietare l’ingresso e la pizza ai leghisti (“non sono graditi”), colpevoli di aver cantato – come al solito – “noi non siamo napoletani”. Salvini quest’anno a Pontida ha taciuto (l’anno scorso intonò il coro “senti che puzza/scappano anche i cani/sono arrivati/i napoletani/son colerosi, terremotati/e col sapone non si sono mai lavati“) – a parte l’ironia dopo il pareggio con la Nuova Zelanda (“anche la figura di oggi è colpa di Radio Padania?”). Tosi ridimensiona: “Salvini scherza. Quando finirà di fare l’eurodeputato andrà alla Gialappa’s Band“. La Confederazione Sud però non ha proprio gradito le parole provenienti dal “sacro prato” e dalla statua di Alberto da Giussano (ma sarà esistito poi?) alta dieci metri: “è un raduno di montanari“, e bisognerebbe che i quotidiani e le televisioni del Sud boicottassero “le notizie che parlano della lega nord e dei padani: ignorandoli e dando più spazio ai soggetti locali e nazionali”. Raffaele Lombardo si spinge fino a ipotizzare una secessione al contrario, da Sud: serve “Una formazione autonomista legata al territorio” che “potrebbe quindi pesare tanto quanto la Lega e la Sicilia tanto quanto la Padania“. Del resto, l’Unità d’Italia “è virtuale, una invenzione, una falsificazione di cui prima o poi qualcuno avrebbe dovuto prendere atto, perché esistono almeno due Italie: quella ricca e quella povera, quella fortunata e quella emarginata, quella con la piena occupazione e quella con la piena disoccupazione”.

Cronache da un paese sospeso tra reale e virtuale, sul baratro del nulla.

In Veneto è la Lega il partito dei lavoratori.


Secondo una indagine del politologo Paolo Feltrin, in Veneto “il 47,6% degli operai e il 42,7% dei disoccupati vota stabilmente” per la Lega Nord, così come “un terzo degli addetti al pubblico impiego“. Il picco è nel Trevigiano: “almeno il 60% degli operai vota padano”. “Fuori gioco completamente il Pd – commenta La Tribuna di Treviso – nemmeno operai e disoccupati scelgono più il partito di Bersani, se non in minima parte (il 14%)”.

Il neo-governatore Luca Zaia, eletto con il 60,15% delle preferenze, gongola: “la Lega è il nuovo partito laburista. Il radicamento sul territorio del nostro movimento è il radicamento sui problemi, le esigenze e la vita della gente reale; mi riferisco agli operai, agli agricoltori, agli studenti, insomma alle famiglie normali, quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese. La Lega – riporta ancora Il Giornale di Vicenzasi è fatta carico dei problemi non risolti degli operai; abbiamo sostenuto ad esempio che la sopravvivenza e il rilancio del manifatturiero sono strutture imprescindibili dell’offerta politica del nuovo governo regionale. Non potevano gli operai, con la loro cultura, non essersene accorti e non avere scelto di conseguenza”.

Come pensa di replicare il PD? Cosa ha intenzione di fare Gianfranco Fini per sottrarre ai padani la posizione di dominus della coalizione? Che serva un Nick Clegg italiano?