Maroni, c’è chi ha più diritto di replica di altri.

Maroni ha avuto il diritto di replica per le parole di Saviano:

Ma chi darà diritto di replica ai milioni che hanno dovuto credere che questo

sia un racconto adeguato delle motivazioni che hanno portato a una condanna a 7 anni per mafia in secondo grado?

Ed è solo uno, si sa, degli infiniti, quotidiani esempi di disinformazione da telegiornale. Per disinnescare un secondo, sempre riguardante – che coincidenza – le vicende giudiziarie di personaggi “vicini” al presidente del Consiglio, non sono bastate duecentomila firme. Per ottenere non dico un elenco in diretta degli strafalcioni del Tg1, ma una semplice rettifica. Così, dopo 268 giorni, per David Mills prescrizione è ancora uguale ad assoluzione.

Insomma, c’è chi ha più diritto di replica di altri. Questo dovrebbe essere il nuovo articolo 3 della Costituzione per l’Italia del 2010: quella della democrazia del più forte.

Sentenza Dell’Utri: il testo integrale.

Ecco il testo integrale delle motivazioni della sentenza di secondo grado che il 29 giugno scorso ha condannato Marcello Dell’Utri a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

[Scarica la sentenza]

(Via Il Fatto Quotidiano)

Uscire dall’incantesimo.

(Per Farefuturo Web Magazine)

 

Chissà. Forse Vittorio Mangano è davvero un eroe. I diari che Marcello Dell’Utri vorrebbe fossero di Mussolini sono davvero di Mussolini. Forse al Giornale fanno solo giornalismo d’inchiesta. Perché non c’è nessun conflitto di interessi. Forse davvero i quotidiani e le televisioni sono di sinistra, così come undici giudici della Corte Costituzionale, il presidente della Repubblica («sappiamo da che parte sta») e tutti i magistrati che hanno indagato Silvio Berlusconi negli ultimi quindici anni. Forse erano e sono davvero complottisti, toghe rosse. Forse è davvero persecuzione. Forse Mani Pulite è stata una manovra per portare coscientemente al potere il comunismo demolendo il potere costituito per via giudiziaria in maniera pretestuosa e interessata. Forse quella che ha portato la Prima Repubblica alla rovina è stata una classe di statisti, prima che di corrotti.

Chissà. Forse la Padania esiste davvero. Forse Garibaldi era un massone, un criminale, un maiale. Forse dovremmo tutti celebrare l’anniversario di Lepanto, quando i valorosi soldati cristiani respinsero l’avanzata dei conquistatori musulmani. Chissà, forse ciò che è stato allora dovrebbe ripetersi oggi. Forse per fare la pace, in questo paese, basta un pranzo. Forse le nostre scuole pubbliche dovrebbero riempirsi del Sole delle Alpi o dare più spazio a chi nega la possibilità di esistenza delle camere a gas, riduce il numero degli ebrei morti nei campi di concentramento a poche migliaia e sostiene che Hitler con la “soluzione finale” non abbia niente a che fare. Magari in dialetto. Magari senza che gli immigrati, gli “altri”, i “diversi”, superino un certo numero. E senza che i loro genitori possano usufruire dello stesso aiuto che lo Stato offre agli italiani, quelli veri, quelli che si battezzano nel Po, con un’ampolla.

Chissà. Forse parlare di mafia fa male al paese. Forse tra tre anni il Governo avrà sconfitto il cancro, per decreto o con un voto di fiducia. Forse il Tg1 è un esempio di servizio pubblico imparziale e indipendente, e i suoi ascolti aumentano diminuendo. Forse davvero bastano Gasparri e Cicchitto per dare un commento esaustivo e plurale della giornata politica. Forse davvero è meglio che i partiti si spartiscano la Rai come i territori a Risiko, piazzando una bandierina qua e qualche carro armato di là. Forse chi dissente è davvero comunista. Forse è proprio Feltri l’erede di Montanelli, come dice la poltrona su cui siede. Forse è proprio colpa di Facebook se un pazzo aggredisce il presidente del Consiglio o se un direttore rischia la pelle. Forse davvero siamo passati «dal ciclostilato al post». Noi, i brigatisti da click.

Forse, da ultimo, quando qualcosa non funziona è sempre colpa degli altri mentre i meriti sono sempre i propri. O forse tutto questo è una grande impostura, che nasconde l’incapacità di prendere in pugno il paese e cambiarlo. Il frutto avvelenato di una stagione che, nata tra le promesse, sta morendo di minacce. E allora, se così fosse, il primo passo è uscire dall’incantesimo, sputare fuori il veleno prima che finisca per annebbiarci del tutto la vista. Prima che, a furia di riscrivere gli eventi, se ne dimentichi l’ordine, la storia, la logica. Prima che si smetta di guardare.

 

Perché quei fischi non sono il risveglio del Paese.

Guardiamo all’ultima settimana. Fischi a Marcello Dell’Utri a Como – dove è stato costretto ad andarsene – e a Milano – dove non si è proprio presentato. Fischi a Gianni Letta e Rocco Buttiglione a Venezia. Fischi a Franco Marini alla Festa Democratica di Torino. A Mirabello invece per scatenare la polemica basta una minaccia di fischi. Quelli che gli “squadristi della libertà” dovrebbero rivolgere domani a Gianfranco Fini durante il suo discorso. O che dovrebbero provenire dal sit-in di Storace. O dai lettori di Libero. Fischi, infine, a Renato Schifani. Anche questa volta si parla di “squadristi” – viola e grillini, pare.

Cosa sta succedendo? Secondo alcuni è il “risveglio del popolo“, della sua “coscienza morale e civile“. Una sorta di rivincita della democrazia contro le “forze del male” che minacciano di farne un ricordo. L’idea è che chi abbia condanne per mafia non possa parlare in una pubblica piazza. Anche se non veste i panni del senatore, ma del semplice bibliofilo appassionato dei (presunti) diari del Duce. Allo stesso tempo a non poter parlare sarebbe chi dissente dalla linea del “popolo” (Marini) o del “monarca” (Fini). O ancora: a non poter parlare è chi rappresenta lo Stato. Come Letta e Schifani. Proprio come ieri non avrebbe potuto parlare il popolo, che diventa “amico di Spatuzza” se contesta, e un “partito dell’amore” se glorifica. Secondo altri invece quei fischi sono “antidemocratici“, roba da “squadristi”. Colpa del clima d’odio, al solito, creato appositamente dalla parte politica avversa per impedire alla propria di esistere.

Così accade che ad alzare la voce siano tutti. I contestatori di opposizione e maggioranza. I contestati di opposizione e maggioranza. Il popolo e le Istituzioni. Che a furia di alzare la voce volino botte e minacce. E che tutto questo faccia gioire chi ha a cuore la democrazia e la libertà di espressione. Non stupisce che si sia arrivati a questo punto, in un Paese dove chi dovrebbe tenere sotto controllo il potere è sotto controllo del potere e dove il racconto mediatico dell’Italia si è sostituito al racconto dell’Italia. Come se chi dovesse parlare di noi finisse inevitabilmente per parlare di una caricatura politica di ciascuno di noi, una banalizzazione dell’uomo che ha i tratti berlusconiani o anti-berlusconiani, che è amico o nemico, buono o cattivo – e che non ammette sfumature. Questa è l’esperienza quotidiana del confronto politico tra persone. I fischi non stupiscono, perché sembrano gli unici possibili supplenti a una giustizia ingiusta, che massacra i deboli, i diversi, gli ultimi e perdona i forti, i potenti, gli intoccabili. Alla scomparsa degli spazi dove esercitare un discorso pubblico sul senso della convivenza civile (si pensi anche al livello dei dibattiti televisivi, ad esempio). Così la democrazia significa linciaggio di chi non è in linea con la voce del popolo o del Governo. E alle domande – che presuppongono argomenti – si sostituiscono gli imperativi categorici – e cioè gli insulti.

Stupisce invece che tutto questo venga venduto come una conquista di civiltà, come il segnale che qualcosa di ancestrale e buono si stia svegliando e potrà finalmente tirarci fuori dal “fango” dove da una parte stanno gli “stronzi” e dall’altra chi “umanamente è una merda”. Come se non avere che le proprie urla non fosse una terribile sconfitta. Come se zittire l’altro – chiunque altro – non fosse una prevaricazione. No, penso che qualcosa di ancestrale si stia svegliando, ma che non sia nulla di salvifico. Penso che sia un misto di rabbia, frustrazione, sfiducia, tormento. Sentimenti su cui non si costruisce né un popolo né una democrazia matura. Forse è questo il punto in cui si arriva quando si permette a un condannato per mafia di sedere in Senato. Quando certe “ombre” vengono taciute o dette sottovoce. Quando chi dovrebbe rappresentare un popolo finisce per assomigliare a un suo ritratto criminale. E quando tutto questo appare inevitabile.

Meglio il grido di un corpo che si avverte malato e non sa guarire che il silenzio di quello che si lascia morire, diranno alcuni. Può darsi. Ma sempre di malattia si tratta e forse sarebbe il caso di provare a curarla tutti insieme, se ancora è possibile, invece di accanirci su chi ce l’ha trasmessa. O di gioire perché qualcuno si è scoperto malato.

Dell’Utri contestato a Como: i video.

Oggi Marcello Dell’Utri avrebbe dovuto parlare dei presunti diari di Mussolini nell’ambito della manifestazione “Parolario” a Como. Questo, invece, è quanto è successo:

[Video realizzati da QuiComo.it]

PS: Secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano qualcuno ha urlato “Altro che in galera, devi essere appeso per i piedi“.