Deferente

La reazione della politica e dell’informazione (quasi) tutta all’elezione di Francesco è contenuta interamente nell’espressione di «deferente omaggio» da parte del popolo italiano che Mario Monti, presidente del Consiglio, porge al nuovo Papa. Quell’aggettivo, «deferente», in un Paese in cui la laicità dello Stato è da sempre lettera morta o quasi – specie nei confronti della modernità – ha un significato ben preciso. «Deferente», dice la Treccani, è colui che «mostri o dichiari ossequioso rispetto» (o, in un’altra sfumatura, «che si rimette rispettosamente alla volontà, al giudizio, alle decisioni di un’altra persona o di una autorità»; niente male, per uno Stato sovrano). «Ossequioso», a sua volta, è chi «per abitudine e per carattere, assume un atteggiamento di ossequio non privo di servilismo verso superiori o verso chiunque sia ritenuto utile». Insomma, chi porti «profondo rispetto e riverenza», certo, ma non senza quel sovrappiù di servile che tanto la classe dirigente ha mostrato nei fatti, da sempre, nel governo della cosa e della morale pubblica. Senza mai scindere (come del resto buona parte dell’informazione) l’uomo di fede da quello di potere, e sempre valutando il secondo con il metro del primo. Pubblicamente, certo: quando si tratta del potere, lo abbiamo visto, è altra cosa. Così riempiamo pagine e trasmissioni delle parole «umiltà» e «povertà», parole nobili che nel contesto assumono tuttavia una piega montiana che le depotenzia e tradisce. «Deferente», appunto.

 

Il problema interviste

Qualcosa non ha funzionato nel concetto di ‘intervista’, in questa campagna elettorale. Non perché non ci siano state interviste, anzi. È che abbiamo preso a chiamare a quel modo scambi domanda-risposta che non hanno nulla di informativo. E questo a prescindere dal mezzo, e al contempo anche a causa del mezzo. Un esempio è certamente la ‘twittervista‘, qualunque cosa sia, a Mario Monti all’inizio della corsa alle urne. Esempio in cui si scorge una sudditanza tecnologica, una tentazione celentaniana di considerare buono il nuovo solo perché e in quanto nuovo (e possibilmente inesperto, che tanto si impara tutti insieme, dopo), che si ripete (chiudendo il cerchio) oggi, a fine campagna, nell’idea de l’Unità di realizzare una ‘Vintervista’ a Nichi Vendola. Un massacro contenutistico in cui non si capisce nulla, Vine non c’entra più sostanzialmente niente (l’unico rimasuglio sono gli stacchi isterici tra fotogramma e fotogramma), ma che viene salutato dai consueti esperti del ‘social’ come una sorta di prova di «intelligenza». Quale non si sa, visto che l’unica intelligenza di un’intervista sta nella capacità delle domande di produrre risposte informative per il lettore, e qui non ce n’è l’ombra.

Ma la questione è più profonda delle mode tecnologiche, e di chi vi casca. Mentre i volti dei leader sfilano in tv e in rete ripetendo come automi (e raramente incalzati) la loro propaganda elettorale, ci sfugge che c’è un partito, che potrebbe essere il primo nel Paese, che è accreditato del 20% e oltre dei consensi senza aver mai ricevuto una domanda vera, senza essersi mai sottoposto a un reale contraddittorio. Così che il suo «capo politico» può fissare un’intervista, giocarsi la carta mediatica del ritorno televisivo, e poi annullarla all’ultimo momento (giocandosi pure quella carta mediatica) senza alcuna spiegazione e in un tweet. E pazienza se si manca di rispetto al lavoro di una intera redazione, oltre che a uno dei principi fondamentali della democrazia.

Ancora, c’è un altro partito che sono vent’anni che domande non ne riceve. O ne riceve da chi non è ascoltato pregiudizialmente dal suo elettorato, o da chi poi – nel confronto diretto – si squaglia come neve al sole, mentre il leader pulisce amabilmente la sedia dove poggiava il deretano del giornalista che aveva osato porre delle domande. Anche qui, con sommo tripudio dei comunicatori e degli elettori tutti. Poi c’è il faccia a faccia televisivo, saltato dopo un dibattito estenuante e rimpiazzato da sedie vuote («SkyTg24, il confronto – virtuale»). Le norme deliranti sulla par condicio, che si vorrebbe estesa al web (con chissà quali ulteriori contraccolpi in termini del significato di ‘intervista': ‘x tweet a te, x tweet al tuo avversario’?). E i sondaggi fantasma. Così, mentre svariati siti usano metafore ippiche o papali per scriverne, nelle interviste non si possono nemmeno menzionare, come se i ragionamenti stessi dovessero sottostare a questa insulsa parità delle idee.

Da ultimo, c’è la caccia al giornalista promossa quotidianamente da Grillo (e non solo), che potrebbe iniziare a produrre i suoi effetti. Si prendano le ‘domande’ di questa ‘intervista’ (le virgolette sono d’obbligo) dell’Huffington Post Italia al sindaco di Parma, il cinque stelle Federico Pizzarotti: 1. «E’ intimidito da una piazza così simbolica?»; 2. «E’ stata una campagna importante»; 3. «Si stimano un centinaio di parlamentari del M5s…»; 4. «Preoccupato per l’impatto con Roma, con i suoi Palazzi del potere?». Chissà se anche questo articolo sarà sommerso dalle richieste di un nuovo e migliore giornalismo da parte degli attivisti e i simpatizzanti del M5S. Io ne dubito. Nel frattempo i toni verso chi alza la voce e intimidisce si ammorbidiscono, da più parti. E anche questa è un’eredità dell’oscena campagna elettorale appena conclusa (oltre che il frutto di vent’anni di intimidazioni), con cui dovremo misurarci negli anni a venire, indipendentemente da chi sarà il vincitore.

Laicità positiva

Smettiamola di seccare i neodemocristiani e i loro alleati con stupide domande sulla fine del Medioevo sui diritti civili in Italia. Impariamo tutti da Gianfranco Fini: lasciamo la questione al di fuori dei programmi politici. E vantiamoci dell’omissione. Poi, se e quando si presenterà l’occasione per dibatterne in qualche talk show o aula di Commissione, potremo sempre venderci la storiella della libertà di coscienza sui temi etici. Che fa tanto democrazia avanzata. E’ il ritornello che hanno intonato Monti e i suoi in questi giorni, da posizioni di insospettabile terzietà come quelle di Andrea Riccardi o Pier Ferdinando Casini, noti per rappresentare posizioni estremamente malleabili sui valori non negoziabili. «Tutta la nostra agenda mira a smitizzare i luoghi comuni», ha detto il premier uscente, insospettendo le gerarchie ecclesiastiche. «Non si può catturare la buona fede dei cittadini sulla patrimoniale o sui temi etici». Notare l’accostamento. E poi i temi etici, altra insignificante espressione postdemocristiana che sta per posso decidere della tua vita e della tua morte, sono importantissimi – sia chiaro – ma «fanno meno parte dell’urgenza». Basta chiudere gli occhi, e il problema sparisce. Almeno per un po’. Almeno fino a dopo le elezioni. Quando ci si potrà ritrovare in Parlamento con da una parte una sinistra che su questi temi progressista non lo è mai stata e dall’altra una destra che già di Monti e dei suoi dice: «Non ha coraggio» (Sacconi), «è evasivo» (Gasparri), «mette in imbarazzo la Chiesa» (Santelli, che ha almeno il pregio di dare pane al pane e pesci ai pesci). E tirare a campare per un’altra legislatura, mentre noi non possiamo decidere come morire, o chi amare. Del resto, «noi non siamo un partito ideologico»: assicura il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. In altre parole, sapete quello che pensiamo, ma non possiamo dirvelo. Così l’omissione diventa un pregio, e la presa di posizione un difetto. E si ritorna a Fini. E a questo ‘capolavoro’ politico: «Mi piace anche sottolineare come i temi etici siano stati lasciati fuori dall’agenda di governo. Questa è quella laicità positiva tipica di altre democrazie». Che nelle «altre democrazie» lo avrebbero chiamato «paraculismo» e non «laicità positiva» fa parte di quella terribile, spaventosa perdita di significato del linguaggio con cui questa politica ipocrita ci costringe a misurarci quotidianamente. Ma a lui «piace» sottolinearlo. E anche a noi.

Silenziare

Monti che chiede a Bersani di «silenziare» Fassina, vuole «tagliare le ali» o ironizza (autorevolmente, sia chiaro) sulla «statura accademica» di Brunetta non mi sembra particolarmente diverso dal Vendola che accusa lo stesso Monti di essere un politico di razza, sì, ma della «razza padrona» di scalfariana memoria o dal blogger massa che su beppegrillo.it scrive che «Raitre deve chiudere». Linguaggi diversi, eppure simili. E dunque o sono tutti moderati, o non lo è nessuno. E’ in questo atroce dilemma semantico, in questo vortice di nulla che finisce la retorica – altro vortice di nulla – della sobrietà, della tecnocrazia altra dalla politica, dell’Italia che ha voltato pagina e ora guarda con la testa alta al futuro. Non tanto o non solo per presunte riforme o luci in fondo al tunnel (anche qui, quali), ma anche e soprattutto perché la politica che viene avrebbe dovuto parlare un’altra lingua, dire basta alle promesse elettorali e alla personalizzazione del dibattito politico, coinvolgere la società civile. E invece ci lascia con quel «silenziare», con l’idea montiana di abbassare le tasse, con il suo nome (Monti! Monti! Monti!) sul simbolo (o sui simboli) e Casini, Fini e i soliti democristiani che parlano per valori non negoziabili (i loro) alle sue spalle. Nel nome dei cittadini, come un Barbato qualunque. O con gli ex leader seduti in bella vista, nelle prime file, come un rivoluzionario civile appena sbarcato dal Guatemala qualunque. Insomma, in quel «silenziare» c’è tutto il bruttissimo, degradante attaccamento alla vita della Seconda Repubblica e, qui sta il cortocircuito, dei suoi presunti assassini. Io scommetto sul non decesso.

Non una sola intervista

«Da quel momento per un anno […] non ho fatto una sola intervista sui giornali italiani», ha detto Silvio Berlusconi durante il litigio in diretta con Massimo Giletti (dal min. 11:20 di questo video). Quel momento è, nel discorso dell’ex presidente del Consiglio, novembre 2011: l’insediamento di Monti. Bene, secondo Berlusconi, da allora non avrebbe rilasciato «una sola intervista sui giornali italiani».

Peccato che per l’archivio della rassegna stampa della Camera siano 19:

Screen shot 2012-12-24 at 1.52.47 AM

Screen shot 2012-12-24 at 1.53.45 AM

Screen shot 2012-12-24 at 1.55.30 AM

Vero, due riguardano Pato e Ibra. Ne restano 17. Cioè un po’ più di zero.