Usa e Russia, censori del web a confronto.

(Per Libertiamo)

Gli Stati Uniti e la Russia. Il Paese guidato da un premio Nobel e il Paese in mano allo ‘Zar’. Storie diverse, situazioni diverse. Ma accomunate da una polemica: quella sulla limitazione della libertà di espressione online. Non che manchino le differenze. È che si tratta di gradi, sfumature. Ed è importante descriverle, perché rivelano come la censura possa trovare modi diversi per operare in diversi regimi più o meno democratici. Anche sul web.

Nel caso degli Stati Uniti, si tratta dell’ormai tristemente noto caso di una legge (oggi la SOPA, già Protect Ip Act e COICA) che, secondo i proponenti, sarebbe utile a tutelare il diritto d’autore in rete. E che invece, per i detrattori, si traduce nell’impossibilità di accedere a migliaia di siti, dovuta a una «pena di morte» emanata per ordine giudiziario e messa in atto dai provider (i fornitori del servizio). Che sono tutt’altro che consenzienti, se è vero che lo scorso 15 novembre Google, Facebook, Twitter, Yahoo, AOL e altri hanno esplicitamente parlato della norma ‘anti-pirateria’ come di «un serio rischio» per la capacità del settore di continuare a «creare innovazione e posti di lavoro».

Una polemica vista più volte. Per le prime stesure della delibera Agcom in Italia, per esempio, che aveva l’aggravante di affidare l’emissione della condanna a un’autorità amministrativa, saltando quasi per intero il passaggio davanti al giudice. Ma anche per Hadopi in Francia, e in particolare per l’ipotesi di disconnettere i recidivi al terzo illecito. E se recentemente la corte di Giustizia europea ha ribadito l’impossibilità di imporre un obbligo di controllo generalizzato ai provider mediante filtraggio dei contenuti, oltreoceano il dibattito infuria. Con decine di migliaia di utenti che, raccolti intorno alla community di Reddit, immaginano la creazione di «un’altra Rete», incensurabile perché totalmente distribuita. E una petizione su Avaaz.org per «salvare Internet» che viaggia a passo spedito verso il milione di firme. Il culmine di una protesta che il 16 novembre, nel «giorno americano della censura», ha unito oltre 6 mila blogger.

In Russia tira un’aria perfino più pesante. Con le elezioni alle porte, la scure della censura si è abbattuta sui forum online dove, a livello regionale, si incanala il dissenso al partito di Vladimir Putin. Come documenta Owni.eu, è accaduto al forum Kostroma Jedis, 12 mila visitatori al giorno, confiscato dalla polizia. Ma anche a quello della città di Miass, nella Russia centrale, dove invece è bastato il clima intimidatorio per convincere l’amministratore a chiudere i battenti fino al 4 dicembre. Non a caso, il giorno delle elezioni. Più in generale, «Nella prima metà di novembre 2011», scrive ancora Owni.eu, «cinque organi di informazione in differenti regioni della Russia hanno subito forme di censura indiretta o di auto-censura». Con ricadute sostanziali sulla libertà di informazione dato che, come sottolinea comScore, un quarto dei 51 milioni di cittadini digitali del Paese afferma di considerare Internet la principale fonte di notizie.

A questo modo si spiega il tentativo da parte del governo, trapelato grazie alla diffusione di mail riservate, di eliminare le voci critiche dal sito dell’agenzia Ria Novostni. Così come, secondo Reporters Without Borders, i ripetuti attacchi Ddos (Distributed denial-of-service) patiti nell’ultimo anno dalla piattaforma di blogging LiveJournal, l’ultimo dei quali si è verificato il 28 novembre. Bloccando, a questo modo, uno dei principali canali di libera discussione politica in Russia.

Insomma, due modi di esercitare una repressione del libero pensiero. Nel primo caso, con strumenti legali discutibili (a cui si affiancano quelli «extralegali» evidenziati da Yochai Benkler, del Berkman Center di Harvard, per il blocco bancario che ha strangolato nell’ultimo anno WikiLeaks). Nel secondo, intervenendo in modo più o meno diretto per zittire le voci dei dissidenti, fino al punto di creare le condizioni per l’auto-censura. Le differenze restano: perché negli Stati Uniti non si può decretare d’imperio la chiusura di siti «estremisti», per esempio, come avviene in Russia dal 2007. E perché chi «diffonde false notizie» tramite Internet non rischia il carcere. Eppure il caso della detenzione della presunta fonte di WikiLeaks, Bradley Manning, che ha patito oltre 500 giorni di carcere prima di vedere anche solo iniziare il processo a suo carico (al via il 16 dicembre) per aver diffuso notizie vere sfuma i toni, e li confonde. Una profonda delusione, soprattutto dopo le promesse di Obama in tema di trasparenza e trattamento dei whistleblower all’inizio del mandato. Se poi Julian Assange, a tutti gli effetti un giornalista, dovesse essere davvero incriminato per spionaggio per gli scoop pubblicati sui crimini commessi dall’esercito Usa, allora parlare di differenze risulterebbe perfino più complicato.

Lo stato dell’Open Data nel 2011.

David Eaves fa il punto sulla situazione dell’Open Data nel mondo:

  1. Oltre 50 governi hanno un portale Open Data. Eaves parla di «esplosione» (anche in Italia, per esempio, qualcosa si sta muovendo).
  2. L’incremento del numero dei portali rivela un cambiamento più profondo, culturale: le amministrazioni sono più «curiose su cosa sia l’Open Data». Ciò tuttavia non significa, precisa Eaves, «che sia mutata la loro comprensione» del fenomeno, ma che a molti gestori della cosa pubblica il tema interessi e che ne vogliano sapere di più.
  3. Le sperimentazioni aumentano, i progetti si moltiplicano. Uno studio, in particolare, mostra che l’Open Data potrebbe generare risparmi per 8,5 milioni di sterline l’anno per le amministrazioni della Greater Manchester.

Il movimento, prosegue Eaves, è a un punto critico: perché «per anni siamo stati all’esterno», mentre ora «ci hanno invitati a entrare». Si tratta insomma di sedere al tavolo con i governi e aiutarli a prendere decisioni adeguate, il tutto senza «sacrificare i nostri principi». 

Il che pone tre sfide:

  1. Riuscire a configurare l’Open Data non come un’appendice dell’azione di governo mantenuta in vita solo per conformità alla legge, ma come una parte essenziale, un fondamento anche concettuale della sua struttura.
  2. Passare dal computo dei portali Open Data alla loro operatività in più giurisdizioni.
  3. Ampliare il movimento, raggiungendo le aziende (grandi e piccole) e le organizzazioni (a scopo di lucro o meno) che ancora non lo abbracciano.
(via Owni.eu)

DeletedLeaks, la versione di Domscheit-Berg.

Dopo il furto e la distruzione, rivelata senza troppi dettagli a Der Spiegel, per Daniel Domscheit-Berg è il momento delle spiegazioni. Perché l’ex numero due di Julian Assange ha eliminato irrimediabilmente 3.500 documenti (ma c’è chi giura si trattasse di 3.500 submission, quindi ben più materiale) inviati a WikiLeaks tra gennaio e settembre 2010, quando ha lasciato l’organizzazione?

Qualche risposta arriva da una intervista a Owni.eu. Dove Domscheit-Berg rivela innanzitutto che, a suo dire, soltanto il 10-20% dei documenti fosse autentico e che, in ogni caso, quelli rilevanti fossero già stati pubblicati da WikiLeaks nel 2010.

Ma il motivo di un simile gesto?

Abbiamo deciso di distruggere il materiale più importante dopo aver scoperto, un po’ di mesi fa, che a causa di negligenza e ignoranza tutti i cablo sono stati dati in pasto al pubblico. Questa è la pubblicazione più irresponsabile che possa immaginare, e siccome non è stata fatta intenzionalmente ma come risultato di un errore facilmente evitabile, i miei dubbi sulla capacità di maneggiare in modo sicuro qualunque tipo di materiale si sono accresciuti ulteriormente.

Domscheit-Berg torna poi a parlare, come a Der Spiegel, della necessità di non «compromettere la sicurezza delle fonti» e nega di aver mai imbastito alcuna trattativa con l’hacker Andy Müller-Maguhn, che l’ha espulso dal Chaos Computer Club: più semplicemente, quest’ultimo avrebbe fatto pubblicamente pressioni per ricevere il materiale. Che Domscheit-Berg non gli ha consegnato, visto che

era parte di uno dei più grandi e irresponsabili errori commessi da WikiLeaks, che ha comportato il fatto che i cablo siano disponibili non redatti a tutti e per sempre.

Spiegazioni vaghe, dunque, e impossibili da valutare nel merito senza conoscere approfonditamente lo stato dei sistemi di protezione delle fonti di WikiLeaks, il ruolo effettivo di Domscheit-Berg nel mantenerli funzionanti e quante persone siano realmente in possesso dell’intero archivio dei 250 mila cablo della diplomazia americana pubblicati a partire dal 28 novembre 2010 (a oggi, 200 mila sono ancora inediti).

Quanto al contenuto, WikiLeaks ha parlato anche di materiale su banche. Visto che Julian Assange aveva recentemente affermato (a Londra nell’incontro con il filosofo Slavoj Zizek, per esempio) di aver subito ricatti sui documenti riguardanti Bank of America, e visto che proprio di «ricatti» da parte dell’ex portavoce aveva parlato dopo la distruzione dei documenti, il pensiero dei preoccupati osservatori su Twitter è andato immediatamente a quei dati. Domscheit-Berg, a Owni.eu, smentisce:

Non c’è mai stato materiale su Bank of America, lì dentro.

Per il creatore di OpenLeaks, la cui strada si annuncia ora tutta in salita, Julian ha iniziato a parlare di quel materiale già a ottobre 2009. Ma da allora, a parte ripetuti annunci, non ha visto la luce. Inutile accusarlo di essere il ricattatore: «i conti non tornano», conclude Domscheit-Berg.

E, pensando che Domscheit-Berg abbia creduto di «proteggere le fonti» di WikiLeaks cancellando il materiale da loro inviato (nel nome della trasparenza e dopo essersi ripetutamente contraddetto), non si può che essere d’accordo. I conti non tornano, e non solo su quello. Appare difficile credere, infatti, che Domscheit-Berg non abbia pensato che quei dati avrebbero potuto avrebbero potuto essere conservati e pubblicati in un secondo momento. Magari proprio quando lo stesso Domscheit-Berg avesse avuto modo di verificare l’integrità dei sistemi di protezione dell’anonimato delle fonti di WikiLeaks o di altre piattaforme su cui, pur scorrettamente, avrebbero potuto vedere la luce. E che, oltretutto, non abbia pensato che distruggendo quei documenti avrebbe irrimediabilmente compromesso l’affidabilità di WikiLeaks agli occhi di potenziali fonti future.

Una questione intricata e lungi dall’essere risolta, dunque. Che compromette il cammino di un’avventura, quella di WikiLeaks ma anche del suo possibile concorrente OpenLeaks, già complicata dai continui attacchi di governi, corporation e media tradizionali.