Come può vincere la sinistra

 

Se i sondaggi di Vespa hanno senso (SWG, ISPO, EUROMEDIA), se alle prossime elezioni le sinistre si presentassero unite il centrodestra dovrebbe inventarsi un modo per recuperare 20 punti percentuali. Il Pdl senza Lega ma con Storace vale intorno al 26%, mentre la Lega e il Terzo Polo circa il 10% l’uno – punto più punto meno. Il che significa che l’unico modo per battere le sinistre, date intorno al 46%, sarebbe creare una coalizione che va dall’Udc alla Lega passando per gli ex An. E’ successo, ma oggi – per troppi motivi – è improponibile. Dunque il centrodestra sarebbe destinato a soccombere. Naturalmente, se le sinistre si presentassero unite. Ma non lo saranno.

Eppure i dati di quei sondaggi dicono una verità incontestabile: la sinistra dovrebbe lavorare per ripresentarsi unita come forza di governo, invece di dividersi per inseguire il Terzo Polo. Semplicemente, non ne ha bisogno.

Damiano, Vespa e il mistero del risparmio sulle pensioni.

(Nota: post aggiornato dopo la pubblicazione della puntata sul sito di Porta a Porta)

(Aggiornamento delle 12.47Premessa: rileggendo il post mi sono accorto di non aver ben contestualizzato la diatriba. In trasmissione si stava discutendo dell’opportunità di ulteriori interventi sul sistema pensionistico. Damiano si è opposto a un intervento deciso sostenendo che già con le modifiche apportate negli ultimi anni – compreso l’ultimo governo Berlusconi – si siano ottenuti risparmi in termini di diminuzione  della spesa pubblica dell’1,4% rispetto al Pil. Il grafico, in effetti, mostra una riduzione rispetto al regime in vigore prima del 2004 di una entità paragonabile (ma è di gran lunga più modesta se si considera il solo intervento del Berlusconi IV). Ma il problema è che Damiano stava cercando di opporsi a ulteriori interventi di riduzione decisa del livello di spesa attuale, a prescindere dal confronto con i risultati ottenuti rispetto ai passati regimi normativi. Livello su cui Vespa – e il sottoscritto – ha pensato fossero da valutare i dati forniti dall’ex ministro. La spesa, come si deduce dal grafico riportato nel post, resta a livelli doppi rispetto alla media Ocse anche dopo gli ultimi interventi del governo Berlusconi da poco sostituito da quello di Mario Monti. Vero dunque che si spende meno rispetto a prima, ma è altrettanto vero che si spende ancora troppo. I dati riportati da Damiano – tra l’altro in modo confuso, soprattutto dopo la precisazione di Vespa – non escludono affatto la necessità di intervenire nuovamente sul sistema pensionistico. Quella di Damiano, di conseguenza, più che una bugia sembra un cattivo argomento. Mi scuso per ogni eventuale aggiunta di confusione a confusione, ma credo che la complessità del tentativo di fact-checking che ho messo in atto dimostri una volta di più la necessità di citare dati con maggiore precisione all’interno dei dibattiti televisivi, specie su temi complessi e importanti come il sistema previdenziale.)

Durante Porta a Porta  del 29 novembre l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, Pd, ha sostenuto (al minuto 12 nel video) che già con i provvedimenti presi dagli ultimi governi, compreso il Berlusconi IV, in tema di riforma del sistema pensionistico si ottiene «un risparmio dell’1,4% del Pil ogni anno da qui al 2040». Vespa non ci ha creduto, e gli ha ribattuto – foglietto fornito dall’ospite alla mano – che quei risparmi non si ottengono su base annua, ma «spalmati nell’arco dell’intero periodo 2015-2040». Del resto «sarebbero 20 miliardi l’anno», ha osservato Vespa, scettico. Damiano ha ribadito affermando l’affidabilità dei dati («1,4 punti percentuali annui»), peraltro prodotti dalla Ragioneria Generale dello Stato, e dunque dal ministero dell’Economia che fu di Tremonti. E, di conseguenza, del governo dell’altro ospite, Reguzzoni. Il leghista ha espresso gli stessi dubbi di Vespa, pur senza essere in grado di ribattere dati alla mano.

Più tardi il quadro si è infittito. Vespa (al minuto 68) ha ripreso il discorso per dire che nel frattempo aveva contattato via sms il presidente Inps Antonio Mastrapasqua. Che ha confermato la sua versione: «il risparmio è possibile, ma cumulato» e rispetto al 2050. Damiano non ha ceduto di un millimetro. Salvo poi aggiungere, durante il battibecco che si è prodotto: la percentuale dell’1,4% del Pil di risparmio è dovuto agli interventi «dal 2004». E dunque «dal 2004 a oggi c’è una curva che si abbassa mediamente di un punto virgola quattro all’anno». Incartandosi, e producendo a questo punto l’esito di una profonda confusione.

Ma chi aveva ragione?

Secondo le previsioni della Ragioneria Generale dello Stato aggiornate al 2011 (che suppongo siano quelle citate da Damiano, pur se non sono riuscito a trovare il passaggio esattamente menzionato in trasmissione – essere più precisi?), nessuno. Si legge infatti nel rapporto pubblicato sul sito del MEF, a pagina 46:

Dopo gli anni della recessione, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL si attesta ad un livello pari a circa il 15,4%, nel quadriennio 2011‐2014. Dopodiché la curva flette per circa un decennio attestandosi al 15% nel 2026. Nei quindici anni successivi si apre una fase di crescita che porta il rapporto al suo punto di massimo, pari a circa il 15,5%, nel quadriennio 2040‐2043. Da qui in poi il rapporto spesa/PIL decresce rapidamente attestandosi al 14,7% nel 2050 ed al 13,4% nel 2060, con una decelerazione pressoché costante nell’intero periodo.

Tradotto in un grafico,

Come si vede, non c’è nessuna diminuzione di spesa nel periodo 2004-2011 (chiarificazione: non c’è nessuna diminuzione del livello attuale di spesa nel periodo 2004-2011), così come non c’è alcun risparmio dell’1,4% del Pil su base annua da oggi al 2040. Il che confuta le parole di Damiano. Che forse si riferiva alla differenza tra la spesa in percentuale del Pil con la normativa antecedente il 2004 e quella con la normativa vigente (chiarificazione: come spiegato nella premessa, un cattivo argomento per sostenere la non necessità di ulteriori interventi).

D’altro canto, un risparmio di quella entità non si produce nemmeno sull’intero periodo considerato. Il che confuta Vespa. Si passa infatti dal 15,4% del 2011-2014 al 14,7% del 2050, per una riduzione della spesa dello 0,7% del Pil, cioè la metà di quanto ipotizzato in studio (chiarificazione: si parla sempre dei livelli attuali di spesa, e non in rapporto alla normativa precedente). Pochi miliardi, dunque, e in quarant’anni, quando già oggi nel resto dei paesi dell’Ocse la spesa in pensioni si attesta in media intorno al 7% del Pil (fonte: Passerini e Marino, Senza pensioni, p. 18). Se il problema è ridurre la spesa pensionistica, in sostanza, c’è ancora tutto da fare. Ecco perché si parla tanto insistentemente di riforma delle pensioni, e nessuno prende sul serio l’idea di Damiano che il governo Berlusconi-Bossi l’abbia già realizzata in buona parte.

Contro la crisi c’è Fiorello.

Il fatto che dodici milioni di italiani guardino ogni lunedì #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend mi ha incuriosito. Così ho deciso, alla terza puntata, di provare a guardare lo spettacolo di Fiorello. E ho avuto la chiara sensazione che dodici milioni di italiani guardino ogni lunedì #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend perché, come non a caso ha titolato Porta a Porta, «contro la crisi c’è Fiorello».

Un volto rassicurante, sorridente ma con garbo, che fa un format tradizionale, rassicurante, sorridente ma con garbo. Di quelli che hai visto da bambino con la Carrà. Di quelli che faceva Bonolis, forse – ma con meno eccessi. Una sorta di Fantastico 2011 infarcito di ospiti altisonanti ma inseriti con tempi e scalette improbabili, gag e canzoni che intermezzano altre gag e canzoni. Luci calde, ritmi lenti, un po’ villaggio vacanze e un po’ karaoke. L’ideale per non pensare. Nessuna novità che costringa le facoltà cognitive a sforzarsi di interpretare: qui è tutto immediato, emozione. Nessun pericolo tra una Carla Fracci e un Ennio Morricone che spuntano dal pubblico. L’imitatore che parla come Ornella Vanoni. Di nuovo un ospite. Di nuovo Fiorello.

Così ho finito per pensare che l’Italia di Fiorello assomigli all’Italia di Monti: vecchia, impaurita, immobile. Professionale, certo; impeccabile nel ruolo. Ma stantia. Dove ai giovani non resta che imitare i vecchi e sperare che, come in quello studio, il passato possa rivivere. Dove l’hashtag nel titolo basta a rivestire il tutto di una piacevole, solita modernità. Le lungaggini diventano atmosfera. La noia concentrazione. Le banalità memoria storica. E la crisi, per qualche ora, scompare.

Vespa dice questa fosse «la migliore delle tre puntate». C’è da credergli: lui che capisce e manipola il nazionalpopolare da anni, non può sbagliarsi. Allora forse mi sbaglio io, che continuo ad annoiarmi, giudicare, preoccuparmi. E, soprattutto, non capire.

Vogliono farci fallire?

Trovarsi, a fine di una giornata in cui l’Italia ha passato il punto di non ritorno, a maledire Porta a Porta, per l’occasione in prima serata. Il vuoto delle parole da campagna elettorale, le interruzioni, le alleanze, i sondaggi, le previsioni, i «vinceremo», le accuse, i falsi moderati, i falsi segretari, le false domande, la falsità e basta.

Una prima serata che è un reality sull’impreparazione della nostra classe dirigente di affrontare l’emergenza. L’incapacità perfino di nascondere la propria inadeguatezza. Mancava la maschera, oppure quella che hanno indossato non andava più bene per il pubblico. Ma qualcosa è trapelato. La realtà dietro la farsa, uscita parola per parola. Una comprensione semplice, tra le tante parole: sì, stanno davvero litigando per niente. La scoperta ti fissa su un quadro impietoso. E’ il dopoberlusconi. Eccolo, per la prima volta, in prima serata. In diretta.

Lo guardi bene. E scopri che è un quadro vuoto, dove non c’è più perfino il nemico. Così che, mentre le truppe si chiedono che fare, tra i generali la rabbia lascia lentamente posto alla paura, le certezze ai dubbi, gli insulti alle ipotesi di accordo. Ma nascoste da scontro, che in pubblico è sempre campagna elettorale – è in privato, che si governa. O meglio, si campa. Una serata in cui si è scambiata una crisi potenzialmente letale per il calciomercato. Partiti, alleanze, posizionamenti. Cosa fare? Niente. Perché? Figurarsi.

Si sondano gli umori, si parla di malpancisti. Si smentisce il posizionamento. Si prendono le distanze. Ma non abbiamo le misure, ci mancano gli strumenti per misurare il nulla. Così finisce che li maledici tutti, indistintamente, anche se sai che è sbagliato. Perché non riesci ad appicicarci un valore, non riesci a pesare davvero quanto si distingua una Bindi che non risponde da un La Russa che schiuma.

Poi, prima di spegnere, pensi che non è così, quella – anche senza la maschera – non è la realtà. Che questa gente non descrive niente. Perché fuori c’è il disastro, e loro sono chiusi nella casa che crolla a litigare su che libro portare nella fuga. Gli urli dalla strada, e loro si rinfacciano i propri gusti letterari. Mi dimetto. Ma non per davvero. Allora ti costringo. Governo tecnico. Mario Monti. Senatore a vita. E’ un segno. Tu vorresti salvarli, ma loro non sentono. Forse non ne sono capaci. O forse non abbiamo chi urli abbastanza forte le domande a cui dovrebbero rispondere.

Pensi, ed è l’ultima cosa, alla prima domanda posta durante la trasmissione: «Vogliono farci fallire?». Pensi che loro, dallo studio, la rivolgevano agli speculatori. Spento il televisore, ti scappa una risata.

Cosa sanno gli spettatori di Porta a Porta del comma ammazza-blog.

Nel salotto di Porta a Porta improvvisamente, verso le 12.40, si parla del comma ammazza-blog. Cioè della norma contenuta nel ddl intercettazioni, quella su cui Berlusconi ha intenzione di porre la fiducia per una approvazione lampo, che prevederebbe l’obbligo di rettifica per tutti i «siti informatici» entro 48 ore dalla richiesta (a prescindere che sia vera o falsa), pena una sanzione fino a 12 mila euro.

Ecco come (parafraso, ma i concetti sono quelli):

Bruno Vespa dice che c’è anche una norma sull’obbligo di rettifica su Internet. Uno strumento meraviglioso, ma «una condanna all’ergastolo», perché «una cosa che va su Internet ci sta su tutta la vita».

Giorgio Mulé, direttore di Panorama, parla di «abuso», di «diffamazione sequenziale e seriale» (come per il caso Outinglist), di «strumento di diffamazione che non ha molto spesso un terminale». «Si dice che» la norma in questione «significhi comprimere la libertà», argomenta Mulé. In realtà è «giusto equiparare» chi posta in rete «verità acclarate che non lo sono» a giornalisti.

Giovanni Valentini, ex vicedirettore di Repubblica, in sostanza concorda, dicendo: «il principio di responsabilità valga anche per chi scrive su un blog». «C’è un problema», dice Valentini, «spesso si sente dire che devono scrivere tutti, non necessariamente i giornalisti che hanno sostenuto l’esame e sono iscritti all’ordine. Io non ho nulla contro questa concezione della comunicazione: mi sembra giusto che ci siano dei giornali in rete, dei blog che consentano a chiunque di esprimere le proprie opinioni. Però in radio, in televisione, su Internet il principio di responsabilità deve valere per tutti».

Marina Sereni, vicepresidente del Partito Democratico, dice che «è giusto che chi scrive su un blog o su Facebook si assuma la responsabilità di ciò che scrive», ma sottolinea che il termine della rettifica sono solo 48 ore. Per cui bisogna «rivedere il testo», forse – se ci sarà tempo e modo – sarà presentato qualche emendamento. «Siamo disposti a ragionare», afferma Sereni, «ma per alleggerire questa norma perché «rischia di impedire che si tocchino temi sensibili».

Vespa non ci sta, interviene quando Sereni sta ancora parlando. «Ho capito, ma i danni che fanno?», dice, «Perché impedire il diritto alla rettifica? E’ sacrosanto!». Mulé concorda. Sereni ribadisce: «non di tutte le pagine trovi l’amministratore». E ripete: «Giusto introdurre norme che regolino la materia, ma ritengo siano troppo pesanti».

Vespa non ci sta, e incalza: «Allora scrive: ‘Caro amministratore di Facebook…’». Sereni: «Ma se non lo vedo in 48 ore?». Vespa: «Ma è dal momento in cui glielo segnalo!». Come a dire: mica da quello in cui ha pubblicato il suo post, anche se non me ne ero accorto. Sereni, incerta: «Penso che siccome non tutti…». Vespa interrompe di nuovo, confusamente si sente: «Allora metti tre giorni invece di due». A dire: come se cambiasse qualcosa.

Interviene Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «E’ ancora peggio, la modernità rende impossibile la sanzione». E ancora: «Internet è uno strumento micidiale».

Mulé concorda: «Micidiale».

Gasparri non ci sta: «Temo ci sia una sostanziale impotenza di fronte a Internet, ma questo non ci deve esimere dal mettere una norma (qui il sottotesto è contro Gasparri, perché il ‘come a dire’ significa: sì, crediamo allo stesso tempo che ogni regola saremo in grado di emanare non funzionerà, e che questo non ci deve impedire di emanare la regola; non serve a nulla, ma va fatto). Parla di «pedopornografia». Poi dei giornali, che stanno «andando online»: «Che fai per quelli in rete, non li regoli?».

Sereni lo bacchetta: «Ma quelli sono già giornali».

Gasparri, imperterrito, ricorda che la rettifica deve essere data – come effettivamente previsto dalla norma – con adeguata visibilità.

E alle 12.50 circa, dopo che cinque persone che insieme fanno 279 anni hanno parlato del futuro della rete in questi termini, gli spettatori di Porta a Porta possono finalmente andare a letto sapendo di cosa non parla il comma ammazza-blog.

Update. Il video della conversazione in questione è sull’Espresso.