O le deroghe o me

Rosy Bindi è deputato dal 1994, cinque legislature. Franco Marini dal 1992. Massimo D’Alema e Walter Veltroni (pur con il buco per gli anni da sindaco di Roma) addirittura dal 1987, cioè dalla decima legislatura: quella che si sta per concludere è la sedicesima. Presupposti che lascerebbero sperare che il loro tempo, una buona volta e visti i risultati, sia finito – in particolare stante la profonda richiesta di rinnovamento della classe dirigente proveniente dalla società civile. E che sia finalmente giunto il momento di dare significato allo Statuto del Pd. Perché certo, ci sono le «eventuali deroghe» (andrebbe in ogni caso dimostrato che il contributo dei soggetti in esame sia «fondamentale» per il partito anche nella prossima legislatura). Ma c’è anche e soprattutto il principio espresso dal comma 2 dell’articolo 22: «Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati.» Invece, si apprende dal Corriere della Sera, il segretario Pierluigi Bersani starebbe pensando di «svecchiare» il Pd concedendo ulteriori 30 deroghe – con l’approvazione della maggioranza assoluta del Coordinamento nazionale, sia chiaro – per consentire l’ennesima presenza in Parlamento di Bindi, Marini, Veltroni e D’Alema, tra gli altri. A meno che non siano loro a fare un improbabile passo indietro, come ricorda giustamente Maria Teresa Meli. Certo che non bastano le facce nuove per rinnovare davvero un partito, ma un partito che predica rinnovamento ed elegge D’Alema per l’ottava volta non è credibile. E poi, se proprio i pluriparlamentari vogliono contribuire alla vita del partito, perché non possono farlo senza sedere a Montecitorio o Palazzo Madama? Ora, se io fossi un dirigente del Pd – soprattutto un ‘rottamatore’, o ciò che ne resta – di fronte a un’ipotesi del genere porrei una pregiudiziale: o loro o me. O si attribuisce finalmente un significato alla norma statutaria – cui finora si sono apprezzate solo le eccezioni – o tenetevi Bindi, Marini, D’Alema e Veltroni. Non è questione di ‘salvare’ il Pd, né tantomeno di garantirgli una vittoria elettorale di cui non mi interessa, ma di ridare credibilità alle istituzioni. E in momenti critici come questo, può dover passare anche per gesti forti, di rottura. Per questo – pur conscio che l’adesione a un partito non si riduce a un comma statutario – chiedo ai vari Civati, Renzi, Serracchiani (e non solo): siete in grado di dire o le deroghe, o me?

Lusi, cinque modi per non spiegarsi

Le argomentazioni con cui gli ex dirigenti della Margherita stanno difendendo la loro completa estraneità al caso Lusi sono pessime. Premessa: ciò non significa che non siano davvero completamente estranei alla vicenda dell’ex tesoriere della Margherita, ora senatore Pd, che ha sottratto con 90 bonifici 13 milioni di euro alle casse del partito per ingrassare i propri conti personali, abitazioni incluse. Questo lo stabilirà la giustizia. Significa tuttavia semplicemente che, se davvero lo sono, avrebbero potuto spiegarcelo meglio.

Le argomentazioni addotte sono state infatti essenzialmente di cinque tipi:

1. «Non parlo». E’ la strategia adottata dall’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti, ma non solo. Non particolarmente efficace: di fronte a uno scandalo di simili proporzioni, l’opinione pubblica vorrebbe sentire ragioni, non trovarsi di fronte a bocche cucite.

2. «Non parlo, anzi sì». E’ il metodo-Bindi, intenta a dichiarare il giorno prima (al Riformista) «non commento la storia di uno che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà», e il giorno seguente a rilasciare una intervista nientemeno che a Repubblica esclusivamente a tema quello che ha già ammesso di essersi preso i soldi per farsi la casetta piccolina in Canadà. Un simile cambio di atteggiamento nel giro di 24 ore non aiuta a dare credibilità alle proprie affermazioni.

3. «Chi doveva controllare non lo ha fatto». Qui le versioni cambiano a seconda dell’interprete, non senza evidenti contraddizioni. Sempre Bindi dice al quotidiano di Ezio Mauro: «Personalmente non avevo strumenti per verificare». Debole. E anche se fosse vero: non la inquietava non poter controllare in alcun modo i flussi di denaro in entrata e in uscita dalle casse del suo ex partito? Poi ancora Bindi rincara: «Chi doveva controllare – il collegio dei revisori dei conti e la commissione di garanzia – non era evidentemente nelle condizioni di farlo». Evidentemente per chi? Ora, allora o sempre? Bindi non precisa. Ma in compenso conclude: «Sono mancati gli strumenti di controllo». Sulla stessa linea Gianni Vernetti: «Mancavano i controlli». Strano, allora, che l’ex presidente della Margherita, Francesco Rutelli, dica al contrario: «C’erano quattro livelli di controlli diversi (il che già mostra che Bindi ne ha persi due per strada, ndr): revisori dei conti, comitato di tesoreria, assemblea federale, Camera dei deputati. Tutti elusi». Quindi gli strumenti c’erano, e questo tutto sommato lo sapevamo. Quello che manca, e l’opinione pubblica vorrebbe sentirsi dire, è come e perché questi controlli sono stati «tutti elusi» anche di fronte ai dubbi già peraltro sollevati da Arturo Parisi e non solo. E, soprattutto, come sia possibile che nessuno se ne sia accorto finora, con i bilanci approvati all’unanimità nonostante le voci sospette (dalla lievitazione di collaborazioni e consulenze da 792 mila euro nel 2008 a 1,6 milioni nel 2010, a quella del sito – peraltro privo di contenuti – fino a oltre 500 mila euro e non solo). Ma su questo, si torna al punto uno: silenzio.

4. «Lusi non è più Lusi». Questa è l’argomentazione più sottile: psicoanalitica per certi versi, psichiatrica per altri. «Come il boy scout sia diventato uno che prende soldi per sé per comprare delle case è per me una cosa inspiegabile», ha affermato Rutelli. «Lui dev’essere impazzito. Io ho conosciuto un cerbero che non faceva debiti e teneva le finanze del partito in ordine», ha sentenziato Giuseppe Fioroni. O ancora, l’amico di vecchia data Roberto Giachetti ha prima detto: «Mi sembra che si stia parlando di una persona diversa da quella che conosco». E poi aggiunto, al Corriere, che Lusi è «Dottor Jekyll e Mister Hide». Ma se l’improvviso mutamento, quasi letterario, risulta incomprensibile ai suoi conoscenti, figurarsi al grande pubblico, che di Lusi non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ergo: nemmeno questa è una buona spiegazione. Certo, è affascinante, perché tinge lo scandalo di una qualche farsesca dose di mistero. Ma non convince.

5. «Non so spiegarlo, ma non sapevo nulla – e uso argomentazioni strampalate per dimostrarlo». La categoria è tutta rutelliana. Da «Ci sono partiti padronali dove il leader controlla la cassa. Io ho un’altra cultura» (cioè nei partiti non padronali il leader se ne disinteressa, si fida?) all’altrettanto sorprendente «Mi batterò per poter guardare in faccia le persone per strada» (beh, se sei innocente lo puoi già fare, no?). Non penso serva rimarcare che questo tipo di affermazioni non soddisfano l’opinione pubblica.

Naturalmente si tratta di cinque varianti dell’argomento principe: «Dei bilanci truccati nessuno si è accorto, non sapevamo nulla». Truccati a loro insaputa, insomma. I vertici ex Margherita chiedano a Scajola e Malinconico se si tratti o meno di una buona argomentazione per uscire dall’occhio del ciclone.

Questione immorale.

Più si scava nel torbido, più escono le voci bianche. Tra le infinite contraddizioni che abitano questo Paese c’è anche il risvegliarsi dei “moralizzatori”, che scatta puntuale, all’unisono con il tintinnare delle manette. Torna quindi a tenere banco l’annosa “questione morale” di berlingueriana memoria. E torna per tutti. Pier Ferdinando Casini, dopo l’arresto del consigliere comunale di Milano Pennisi, si accorge improvvisamente che “stanno capitando cose brutte in giro per l’Italia“. Non si tratta di essere giustizialisti: “Ritengo il giustizialismo un peccato mortale e lo detesto, ma guai a confonderlo con l’idea che la corruzione non esiste, con l’impunità per tutti”. Conclusione: “La questione morale esiste e dobbiamo avere il coraggio di sollevarla: i giudici non si possono sbagliare sempre, si possono sbagliare ogni tanto. Il livello etico in questo Paese si è abbassato pericolosamente”. Viene da chiedersi rispetto a quando

L’idea ad ogni modo mette tutti d’accordo. Ignazio La Russa ne fa “il presupposto centrale e fondamentale non solo in Campania, ma in tutto il Paese”. Al punto di rispolverare, per il PDL, il codice etico. Del resto “è necessaria, all’interno del Pdl, una rinnovata consapevolezza circa la questione morale che va affrontata con le riforme, con propositi precisi e chiari [...]“. In questo caso verrebbe da chiedersi quali

Dall’altro lato della barricata giunge l’eco di Rosy Bindi, che parla di una “nuova questione morale” della quale il premier dovrebbe venire a riferire in parlamento. E “non solo perché ogni giorno un politico finisce sotto inchiesta” (quello, infatti, non sarebbe niente di nuovo), ma soprattutto perché ora si tratta di accertare le responsabilità del “funzionario pubblico che gode di maggiore credibilità” (Bertolaso), e che dunque “più di altri ha il dovere di rendere ragione del suo operato”. In sostanza, se non si parlasse di un eroe che opera nelle (ormai onnipresenti) emergenze, niente questione morale, e niente “commissione d’inchiesta”. La domanda è, ovviamente, perché.

Anche il giornalismo si lascia trascinare dall’ondata moralizzatrice. Ferruccio De Bortoli, ad esempio, lamenta l’esistenza di un “fenomeno trasversale agli schieramenti politici, segnato più dall’avidità e dall’edonismo individuali o di gruppo che dalle ragioni di appartenenza a un partito o a una corrente come avveniva con Mani Pulite”. La differenza è che chi ruba non ne ha più vergogna. E dunque “dovremmo domandarci tutti (stampa compresa) se il livello degli anticorpi della nostra società non sia sceso sotto il limite di guardia“. Un esempio “diseducativo e devastante” per le “nuove generazioni”. Certo, De Bortoli. Tuttavia dovremmo domandarci anche dove: e cioè dove fosse il direttore mentre tutto questo accadeva; dove fosse mentre il Corriere perdeva la sua capacità di parlare con autorità, per assumere un atteggiamento di inutile non belligeranza. 

Paolo Mieli prevede che stia per “saltare il tappo”, Borrelli rilancia snocciolando le analogie con Tangentopoli. Il tutto per un valore, ricorda Travaglio, compreso tra i 40 e i 60 miliardi. In presenza di una tale confusione di interessi a poco serve, come ha fatto il sindaco di Milano Moratti, escludere paralleli con la fine della Prima Repubblica: se son rose sfioriranno. Fa quasi tenerezza, dunque, dover leggere da parte di un condannato in via definitiva come Paolo Cirino Pomicino, che di quella stagione fu protagonista (Montanelli di lui scriveva: “[al ministero del] Bilancio un personaggio che sapeva farlo quadrare molto bene, il suo s’intende”), le dichiarazioni rilasciate oggi a Il Tempo:

Non si può immaginare, ad esempio, che se un Consigliere comunale di Milano prende soldi, l’intero Consiglio comunale possa essere sospettato. 

E certo, perché dovremmo? Tutto sommato, chiosa Cirino Pomicino, “il termine questione morale è stato usato molto spesso dagli immorali“. Su questo impossibile formulare alcuna domanda: gli ipocriti hanno già risposto.

Iris Press scambia Sandro Bondi per Rosy Bindi.


Clamoroso scambio di persona per Iris Press, che attribuisce le dichiarazioni rilasciate in una intervista a Il Giornale dal ministro della Cultura (e coordinatore del PDL) Sandro Bondi alla presidente del Partito Democratico Rosy Bindi.

Questo l’incipit del pezzo:

Affermazioni che sarebbero pesanti nella bocca di una figura di primissimo piano del partito, soprattutto a fronte della drammatica vicenda alla quale si riferiscono. Rosy Bindi, tuttavia, non ha mai pronunciato quelle parole, che sono invece farina del sacco di Sandro Bondi, come dimostra questa intervista:

Come si nota, le dichiarazioni combaciano perfettamente:

Un bel granchio, niente da dire.

[Aggiornamento - 13:10]

L’errore è stato corretto:

Anzi no, è semplicemente stato aggiunto un secondo articolo senza alcuna smentita del primo, che è ancora reperibile nell’archivio e appare perfino a lato della home:

In sostanza, a leggere Iris Press, Rosy Bindi e Sandro Bondi hanno rilasciato le stesse dichiarazioni (sempre a Il Giornale), ma a 11 minuti di distanza.