SOPA e PIPA, «inefficaci» anche secondo i lobbisti

Ricordate SOPA e PIPA, le norme contro la pirateria online fermate da una protesta in rete senza precedenti? Grazie a un documento riservato pubblicato da TorrentFreak, si scopre che nemmeno la RIAA (l’Associazione americana dell’industria discografica) credeva che sarebbero servite a contrastare davvero il fenomeno dello scambio illegale di musica sul web. Not likely to be effective, si legge nel rapporto presentato ad aprile 2012 davanti ai membri dell’IFPI (la Federazione internazionale dell’industria fonografica):

Nemmeno i lobbisti che avevano così duramente spinto per l’adozione di queste norme – liberticide – credevano dunque sarebbero state efficaci nella tutela del diritto d’autore online. Anche se si guardavano bene dal dirlo pubblicamente. E anche se ciò non ha impedito che legislazioni analoghe siano state proposte, e in alcuni casi adottate, in altri Paesi.

Sarà utile ricordarlo alle lobby dell’intrattenimento quando ripresenteranno, per l’ennesima volta, SOPA e PIPA sotto altre vesti, ma immutate nella sostanza.

Quello che ACTA non dice

Ho provato a lungo a documentarmi su ACTA, l’accordo commerciale anti-contraffazione che per i molti critici rappresenta una minaccia per la libera espressione in Rete perfino più insidiosa delle già detestabili SOPA e PIPA, e delle infinite varianti nazionali ‘promosse’ dai soliti noti. Più volte mi sono scontrato con articoli che mi sembrava dessero per vive disposizioni in realtà espunte dal testo, e argomentazioni allarmistiche a cui non riuscivo proprio a collegare il dettato della norma. Complicazioni che si aggiungono a quelle derivanti dalla delicatezza dei temi trattati e dalla scarsa pubblicità che ha contrassegnato per anni le negoziazioni – a cui per troppo tempo si è dovuto porre rimedio con bozze, indiscrezioni e fughe di notizie.

Così, quando ho scoperto che il pezzo di Timothy B. Lee per Ars Technica (As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments) finalmente rispondeva a molte delle mie domande, ho pensato fosse il caso di tradurlo, rendendolo immediatamente accessibile ai lettori italiani. Perché, come recita la sua conclusione, se le buone ragioni per opporsi ad ACTA non mancano, il problema è che

«sono difficili da spiegare al pubblico. Così troppi oppositori di ACTA stanno, forse senza saperlo, attaccando ACTA per disposizioni che non sono nel trattato. Non verseremo troppe lacrime se questa disinformazione aiuterà a uccidere un cattivo trattato, ma preferiremmo vincere il dibattito onestamente [...]»

In particolare, ArsTechnica sottolinea quattro affermazioni inesatte tra quelle che i critici rivolgono ad ACTA (per le argomentazioni rimando all’articolo integrale):

1. Non è vero che ACTA obbliga necessariamente i provider a controllare il traffico dei propri utenti trasformandoli, come si è letto da più parti, in ‘sceriffi del web’.

2. Non è vero che ACTA mette al bando farmaci generici indispensabili alla salute di migliaia di persone.

3. Non è vero che ACTA è la versione europea di SOPA e PIPA, per giunta riformulate in modo anche più pericoloso.

4. Non è vero che se passasse ACTA perfino «parti di frasi» rientrerebbero tra i contenuti protetti da copyright che i provider sarebbero costretti a eliminare dai propri server (come parte del loro obbligo di costante sorveglianza del traffico dei propri utenti).

Ciò non significa che non ci si debba opporre ad ACTA, e Lee descrive chiaramente i problemi «sia procedurali che sostanziali» che restano anche nella versione definitiva dell’accordo (ne scrive molto bene anche Arturo Di Corinto su Repubblica). Tuttavia, significa  che bisogna opporvisi con gli argomenti giusti. E senza abusare delle grida alla censura, perché è proprio a quel modo che il termine «censura» finisce per perdere il suo (realissimo) significato.

(La traduzione integrale del pezzo di ArsTechnica su Valigia Blu)

Chi è contro la SOPA italiana

In questi giorni ho chiesto su Twitter ad alcuni parlamentari di prendere posizione sull’emendamento Fava, l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla rete nel nome della tutela del diritto d’autore. Come spiegano i giuristi Guido Scorza e Bruno Saetta, si tratta di una vera e propria SOPA all’italiana, con rischi paragonabili in termini di libertà di espressione dei cittadini digitali e di promozione dell’innovazione nel Paese.

Le risposte che ho ricevuto aiutano a comporre il quadro dell’opposizione in Aula al provvedimento:

Antonio Palmieri (Pdl) e Club della Libertà

Paolo Gentiloni (Pd).

Roberto Rao (Udc).

Vincenzo Vita (Pd).

Vita ha poi voluto precisare con un duro atto di condanna dell’emendamento sul suo blog. E rispondendomi nuovamente:

Se si aggiungono le opposizioni altrettanto nette dei finiani del Futurista e Libertiamo, oltre che dei deputati Fli Della Vedova e Perina, e dei Radicali, non restano che la Lega e i Responsabili di Popolo e Territorio (di cui non mi risultano dichiarazioni in merito). Oltre al Pdl, naturalmente: perché non è affatto detto che la posizione di Palmieri (e di Roberto Cassinelli, che mi ha assicurato via mail che voterà per l’abrogazione dell’emendamento Fava) sia quella del partito.

Per questo ho da poco posto due ulteriori domande:

Attendo le risposte.

Update. Gianni Fava ha risposto:

 

Qualche considerazione sulla chiusura di Megaupload

1. Non mi è chiaro che fine faranno i file non illeciti immagazzinati sui server del sito di file sharing. La chiusura imposta dall’Fbi ha tenuto conto dei diritti dei cittadini digitali che usavano il servizio in modo legale?

2. L’Fbi usa per Megaupload il termine «Mega-cospirazione». Lo stesso termine che Julian Assange, nel 2006, utilizzava per definire organizzazioni come l’Fbi. E in effetti entrambe (stando all’accusa) fondano il loro potere sulla segretezza delle informazioni scambiate. Con una differenza: quando l’Fbi intercetta le mail di Megaupload per sventarne il presunto sodalizio criminale, scattano le manette per gli accusati. Quando sono membri delle autorità statunitensi  (penso a Bradley Manning, naturalmente) a fornire documenti che rivelano presunte azioni criminali al loro interno, le manette scattano per gli accusatori.

3. I gestori del servizio non erano esattamente degli attivisti per la libera espressione. Tra le accuse (documentate a suon di mail intercettate dalle autorità, come detto) si parla di riciclaggio di milioni di dollari ottenuti come frutto del traffico illegale dei file, di migliaia e migliaia di dollari dati a utenti come ‘paga’ per postare contenuti in violazione del diritto d’autore (contenuti che gli stessi gestori avrebbero invitato a postare, pur sapendo fossero illeciti), si dettagliano conti bancari milionari nelle Filippine, a Hong Kong, a Shangai, in Nuova Zelanda, a Singapore come risultato di attività illegali (compresa la non rimozione di contenuti segnalati come illeciti). E tra i beni confiscati ci sono schermi Lcd a 108 pollici. Ma anche Rolls-Royce, Maserati, Cadillac, Mercedes Clk. Con targhe come: «Stoned», «Weed», «Guilty», «Hacker». E «V», come quella della ‘Vendetta’ di Alan Moore – e di Anonymous. Tutto lecito? Lo stabilità la giustizia. Ma il profilo personale che emerge dalle conversazioni intercettate e dall’impiego del denaro guadagnato fa intuire che il motivo dell’esistenza di Megaupload fosse fare (tanti) soldi, più che promuovere il libero scambio di idee e prodotti culturali.

4. Ciò detto, il problema della libera espressione resta. Per quanto detto al punto 1, ma anche per quanto scrive Paolo Brini, attivista ed esperto di diritto d’autore online, nella mailing list del centro Nexa: «Le “autorità” americane, all’indomani della protesta contro SOPA e PIPA, ricevono una tiratina di guinzaglio e sequestrano tutti i server di MegaUpload in Virginia, in 4 diversi datacenter, in assenza di un processo preliminare e in assenza del mandato di un giudice (ordine di un procuratore federale, e come ho scritto e riscritto in passato l’amministrazione Obama ha messo nelle posizioni chiave del Dipartimento di Giustizia, inclusa la carica di Vice Procuratore Generale, cinque  avvocati della RIAA)». E ancora: «Questa azione dimostra anche che le autorità americane non hanno bisogno di leggi come SOPA e PIPA per agire con sequestri indiscriminati in assenza di un mandato di un giudice, e spero aprirà gli occhi a coloro che ancora si illudono che gran parte del DoJ non sia completamente controllato dall’”industria del copyright”». Ma non solo:

Dimostra altresì quale potrà essere la realtà se continueremo a tollerare, anche nell’Unione Europea, le menzogne e falsità prive di qualsiasi riscontro oggettivo e non supportate da nessuna analisi scientifica che l’industria del copyright continua a diffondere.

5. La reazione di Anonymous è senza precedenti, e fa capire che il futuro della governance di Internet si sta giocando ora come forse non mai. E se ricorrere ad attacchi Ddos non è esattamente la tattica più ortodossa del mondo (la usano in modo massiccio i regimi autoritari per reprimere il dissenso politico, per esempio), può servire per diffondere consapevolezza – e subito – del problema a larghi strati della popolazione digitale. Si è percepita in questa azione coordinata e di massa da parte degli Anon un senso di urgenza ma anche di frustrazione: per quanto si protesti (come per SOPA/PIPA), pare che governi e lobby continuino ad alternare bastone e carota, facendo un passo indietro e due avanti. Se l’impostazione resterà questa, lo scontro non potrà che acuirsi. E non è detto che il risultato non sia un controllo perfino maggiore. E’ importante dunque che siamo noi tutti a chiedere, con gli strumenti che ci fornisce la democrazia, che la soluzione dei problemi posti dallo sviluppo di Internet non contrasti con la tutela dei nostri diritti fondamentali. Solo così si potrà trasformare una guerra informatica in maggiore trasparenza e controllo da parte dei netizen sugli abusi di potere in rete.