Per scaramanzia

Ora che abbiamo usato i morti (Falcone), il calcio (Balotelli), la storia (Mussolini), gli scandali (Mps) e sostanzialmente qualunque foglia si muova sui social media possiamo finalmente dire di essere entrati nel vivo della prima campagna elettorale della Terza Repubblica, quella che vorrebbero in tanti fosse la Prima Digitale e invece è la Seconda, quella di prima, fatta di promesse assurde e insensate, volgarità senza fine, giornalisti che diventano politici che diventano magistrati che diventano politici, riempipiazze e propagandisti del web, spartani e grillini, montiani autoironici su Twitter che stringono mani su Vine, Lega e Fratelli d’Italia insieme, impresentabili che si ripresentano e si ripresenteranno, presentabili che parlano come impresentabili, bugie che sono bellissime, social, cronometrate al minuto ma restano sempre incredibili, sfacciate bugie. Il vivo dice che della campagna i contenuti non dirà nulla, e che nemmeno i risultati diranno nulla, che tanto si ritorna a votare prima della scadenza e la diciassettesima legislatura sarà effettivamente la diciassettesima, come se la aspetta questa Italia bigotta, questa Italia credulona che forse non per un campione o uno strafalcione, ma per scaramanzia si farebbe abbindolare, eccome, di nuovo.

Una giornata qualunque, nel libero web

Al mattino leggi un esperto di governance di Internet sostenere che «nessuno può dire oggi quanto libera e aperta sarà la rete alla fine del 2013». Poi, durante la giornata, leggi – e sono solo le notizie del giorno – che è andata offline la Siria (di nuovo), l’Iran ha annunciato la censura «intelligente» sui social media (per rimpiazzare quella meno intelligente, deduco, come se esistesse censura intelligente), il Kuwait ha condannato a due anni di galera un cittadino per «insulti» all’emiro su Twitter (ormai non fa quasi notizia) e in Pakistan rischiano di riavere YouTube (è bloccato da oltre cento giorni per avere ospitato video di «insulti all’Islam»), ma solo in cambio di una rete in stile cinese (che ha, tra l’altro, da poco annunciato l’utilizzo della real name policy per l’accesso a Internet). E pensi: una giornata qualunque, nel libero web.

Il contrario di Keynes

Io dico il contrario di Keynes: nel breve periodo saremo tutti morti. Perché sarà il tempo in cui i sintomi della malattia esploderanno, e ci stenderanno al suolo. Saranno gli anni che abbiamo tanto aspettato. E saranno orribili. I lolcats diventeranno pillole di propaganda politica virale imposta dai comunicatori di partito; i vecchi, noiosissimi comizi serie di luccicanti tweet da riprendere a tutta pagina; i programmi elettorali thread di discussione su una qualche piattaforma liquida. Scambieremo la partecipazione col click, il voto con una dichiarazione di voto su Facebook, la credibilità con l’influenza. Oggi ne abbiamo gli assaggi, ma è la retorica incantata dei futuristi che vogliono farsi riconoscere, e glorificare, come tali. Domani, invece, sarà proprio così: il trionfo della retorica, il wishful thinking che diviene realtà, la profezia finto-progressista (dove sta il progresso se stiamo peggio) che si autoavvera.

E non lo sapremo neanche raccontare. Il fact-checking si confonderà con il retweet-istantaneo-a-scopo-di-verifica. I quotidiani perderanno sempre più rilevanza e cercheranno di chiudersi dietro a un paywall, sperando basti confondere giornalista e lettore o fare squadra, serrare i ranghi per ritornare a fasti economici e morali che non potranno raggiungere, non senza rivoluzionare l’offerta. Ma non lo faranno, perché avremo sempre più occasioni per cliccare, interagire, esserci. Giungeremo allo stato in cui avremo le mani libere e il cervello connesso, lo sguardo fisso nel cielo e su Twitter, il pensiero intrappolato tra desideri che, in un istante, si tramuteranno in pubblicità consigliate dai nostri amici. E chi avrà più tempo o modo di stare appeso ai mille dettagli e alle tante diramazioni fattuali di un’inchiesta o di un approfondimento. A chi mai potrà interessare addirittura aprire il portafogli per fermarsi e scendere sulla riva del fiume da cui il resto del mondo, incessante e sempre diverso, scorre. Vorremo tutto, subito, e solo per avere di nuovo tutto, e subito. Ci scoppierà quasi il cuore: a noi che della politica e dell’informazione interessa, per la propaganda e le notizie; agli indifferenti, lo stesso, ma per il decuplicarsi degli stimoli.

Poi, a un certo punto, moriremo. E sarà bellissimo, perché avremo il tempo di capirci. E capire che saremo stufi delle maree di conformismo da social media come di quelle tutte incessantemente anticonformiste, ma allo stesso modo. Che non ne potremo più di morderci la lingua per non rischiare che una parola di troppo ci costi il posto di lavoro oggi o tra trent’anni. Che ciò che stiamo rincorrendo, sia la fama o l’autocelebrazione, è in realtà raggiungibile quanto la vena che apre le porte della percezione all’eroinomane. Come le mura di casa sembrano un’oasi di ristoro dopo una lunga assenza, torneremo a immaginare la solitudine, il distacco, la concentrazione, la bestemmia, il rigetto, la sporcizia come qualcosa di desiderabile.

Alla retorica del social si sostituirà quella dell’anti-social, alla corsa la lentezza, all’immagine levigata, ritoccata, abbellita, stereotipata di noi stessi quella preziosa, preziosissima schifezza che restituisce lo specchio al mattino, gli occhi pesti dopo una notte a guardare la notte sparire, la gola arsa per le sigarette che hai fumato da solo, il cuore gonfio per le emozioni che hai provato tu e tu solamente, e che sei orgoglioso di non poter condividere con nessuno. Cose di cui sei geloso e che ti definiscono perché solamente tue, e non perché messe in piazza. Cose che sanno di passato ma anche di futuro remoto. Tanto remoto da poter esistere solo dopo l’apocalisse, e quindi mai. Ma che forse sono la vera catastrofe, la vera predizione planetaria di cui noi, i contemporanei, dovremmo avere un terrore assoluto.

In manette per un ‘like’

La ragazza legge un post su Facebook. Lo ha scritto un’altra ragazza, di 21 anni: per criticare le celebrazioni al funerale del leader estremista Bal Thackeray, che avevano bloccato la città. «Persone come lui nascono e muoiono ogni giorno», diceva all’incirca quel post. Come a dire: non servono commemorazioni con folle oceaniche. Non serve bloccare Mumbai. La ragazza è d’accordo, clicca ‘mi piace’.

Ma alla polizia non va a genio. Così rintraccia l’autrice del commento, e il ‘like’ della ragazza. E le arresta. La colpa? «Hurting religious sentiments», cioè aver ferito i sentimenti religiosi di chi si riconosce nel nazionalismo induista di Shiv Sena, il partito fondato da Thackeray. Ora dovranno vedersela in giudizio, di fronte al codice penale indiano e all’Information Technology Act. Poco importa che, come riporta First Post, si tratti di un chiaro abuso delle norme vigenti: tremila seguaci di Thackeray, una volta venuti a conoscenza della critica della ragazza e scoperto si trattasse della nipote del proprietario di un ospedale privato nel distretto di Thane, fanno irruzione nella struttura e ne devastano a bastonate arredo e macchinari. Per un commento su Facebook.

Il problema è che casi come questo dimostrano – oltre al ‘lato oscuro’ dell’intensificarsi del rapporto tra online e offline – che è sempre più complicato distinguere democrazie e regimi autoritari, quando si tratti di prendere sul serio qualche parola di troppo sui social media. Così, mentre in Cina perfino una ‘micro fiction’ 2.0 può costarti il carcere e in Siria gli interrogatori diventano superflui (dice tutto Skype), un tweet o una foto su Facebook fuori luogo possono condurre alle manette anche in Gran Bretagna, dove Lord McAlpine sta inoltre pensando di denunciare chiunque l’abbia menzionato in un tweet per il falso scandalo costato la testa del direttore della BBC. Certo, non si muore, come in Iran. Ma la tendenza è preoccupante. E andrebbe studiata con attenzione.

(Foto: il Post)

I patiti del web

«People are dying to rockets and strikes. And in the digital world, @ messages and #s are the result» (The Next Web)

Israele e Hamas si scambiano messaggi di guerra su Twitter? «I social network cambiano le regole del conflitto». Perché «partono tanti missili quanti tweet». Insomma, è «la guerra ai tempi di Twitter», come titola Huffington Post Italia in una homepage che è insieme il manifesto di una generazione, giornalistica e non solo, e di una degenerazione oramai nota: avviene sul mezzo più cool del momento, quindi è un game changer. Che importa se poi la guerra è guerra, e Twitter è Twitter: i piani, all’occorrenza, si confondono. Così:

Ma è solo uno dei tanti esempi di abdicazione della ragion giornalistica all’altare del tecnoentusiasmo. Tra la piattaforma che «crea» o «dà potere» alle rivoluzioni (attacco: «Quanto sarebbe stato più semplice per Cristoforo Colombo organizzare la sua spedizione in America se avesse potuto lanciare una raccolta fondi sul web? E per Robespierre radunare migliaia di persone alla Bastiglia attraverso un flashmob piuttosto che con un volantinaggio clandestino, ad elevato rischio decapitazione?») e il leader Cgil Susanna Camusso che definisce una cosa «inaudita» che un ministro annunci gli esuberi «su Twitter» (come se invece un comunicato diffuso per i canali tradizionali cambiasse la sostanza – e come se il sindacato non fosse a conoscenza dell’intento del ministro prima del tweet), basta restare alle ultime 24 ore per vedere lo stesso assunto all’opera.

Che poi è lo stesso ripetuto allo sfinimento durante le elezioni presidenziali che hanno riconfermato Barack Obama alla guida degli Stati Uniti: «Obama, questa volta è merito dei social» (La Stampa); «Obama, è la vittoria dei nerd» (Wired.it); «La storia non si scrive, si twitta» (Il Giornale, ignorando evidentemente che per twittare si debba scrivere). Poco importa che osservatori molto attenti, come quelli di TechPresident, abbiano prodotto analisi molto più prudenti («Social media just didn’t matter in 2012, except as a new form of passing entertainment»): Obama ha vinto grazie a Twitter e Facebook, e il resto – come si dice – è noia.

Così, mentre Google certifica – nel silenzio pressoché generale (fa eccezione il Fatto, in questo caso) – che «la sorveglianza governativa è in crescita», e mentre fuori dai confini nazionali si moltiplicano le riflessioni sulle implicazioni del caso Petraeus in termini di invasività della sorveglianza digitale e realissime conseguenze per la privacy dei cittadini (su tutte, da leggere quelle di Greenwald e Soghoian), eccoci preda di memi (calati dall’alto) e precisissimi – ma utili? – calcoli su quale candidato, tra i ‘fantastici cinque’, abbia generato più tweet, e con quale sentiment (cosa significhi davvero, poi, è tutto da capire) nell’ormai celeberrimo confronto a Sky Tg24.

Quando, tre anni fa, iniziai a occuparmi di come i media raccontavano quanto accadesse su Internet, l’impressione che ne ricavai era di un tendenziale scetticismo: si parlava di «odio sul web», di nuovi brigatisti digitali dal click facile, di adesioni più o meno velate a progetti liberticidi provenienti da una politica in buona parte incompetente e ignorante (come ho ampiamente documentato in ‘Ti odio su Facebook’).

Oggi mi sembra di notare la tendenza inversa: i politici si riempiono la bocca del digitale e dei suoi temi (anche se molto spesso a sproposito, l’ultimo esempio è il rapporto tra Matteo Renzi e la nozione di accesso all’informazione), mostrando un entusiasmo che finora ha prodotto un sacco di belle parole (quelle di Giulio Terzi all’Internet Governance Forum Italia su tutte) e pochi, pochissimi fatti. E i media, che fino a qualche tempo fa parlavano di Internet solamente quando c’era da rapportarlo a pedopornografia, pirateria e a oscuri legami con malattie tra le più varie e fantasiose (dalla schizofrenia alla sifilide, come sanno i lettori di questo blog), ora – complice l’ondata di retorica del cambiamento tramite il digitale portata dalla ‘primavera araba’ e dai vari Occupy, Indignados e altri movimenti orizzontali ‘dal basso’ – si sono improvvisamente scoperti patiti (non direi ossessionati, perché buona parte dei temi davvero importanti resta comunque scoperta) del web: dei litigi tra personaggi politici, del FORmaglione regalato ai FORtwitteroni da Formigoni (consiglio l’unfollow) e di svariate altre facezie, certo. Ma anche e soprattutto del potere rivoluzionario di qualunque cosa avvenga sui social media.

Poi la guerra resta guerra, la politica politica, e la democrazia – checché ne voglia l’altra retorica imperante, quella della democrazia digitale facile e per tutti, for dummies verrebbe da dire – democrazia. E le rivoluzioni, quelle che Internet sta iniziando davvero, restano magari confinate a lunghe, introvabili analisi (introvabili sui media italiani, con sempre le solite poche, virtuose eccezioni) d’oltreoceano (esempio, la bellissima riflessione di Clay Shirky sul rapporto tra digitale e istruzione avanzata).

Ma la questione va oltre il giornalismo: è culturale, e ci riguarda tutti. Non perché abbiamo un mezzo rivoluzionario, e tanta voglia di rivoluzione, allora basta sommare gli addendi e il risultato produce il cambiamento. Non perché un mezzo è innovativo e di moda allora è sempre e comunque il messaggio. La realtà è sempre più complessa della tecnologia che usiamo per abitarla. Illuderci del contrario non farà altro che perpetuare lo status quo nel nome del nuovo. Insieme, come scrive stupendamente Cole Stryker, agli stessi pregiudizi e difetti che ci hanno portato a chiederlo a così gran voce.

Aggiornamento del 20 novembre. Repubblica.it: «Le guerre del futuro? Sul web», «Si combatterà il nemico coi social».

Aggiornamento del 22 novembreGranieri su La Stampa: «I social media stanno riscrivendo le regole della guerra moderna».