Blackout di Internet: può succedere ancora?

Il blackout di Internet in Siria, dopo 48 ore, è finito. Ma è possibile che accada in altri Paesi quanto è accaduto a Damasco, oggi, e il Cairo e Tripoli, ieri? Se l’è chiesto Renesys, una delle fonti più autorevoli durante il blocco della connessione, giungendo a una risposta solo parzialmente rassicurante: dipende da quanto sia decentralizzata l’infrastruttura di rete. Ossia, da quanti «provider domestici in ciascun Paese abbiano connessioni dirette con provider fuori dai confini nazionali».

Maggiore la diversità, più complicato è il processo di disconnessione dalla rete globale. I Paesi con soli uno o due provider «alla frontiera» sono definiti da Renesys «ad alto rischio», quelli con meno di dieci a rischio «significativo», e tra dieci e quaranta a rischio «basso». Oltre i quaranta l’infrastruttura di rete è considerata al riparo dal rischio blackout.

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Come si vede nel grafico, Siria ed Egitto non sono certo casi isolati, in termini di rischio. Anzi, secondo Renesys i Paesi maggiormente esposti sono addirittura 61. Tra cui – oltre alla Siria – figurano Algeria, Tunisia, Libia, Yemen, Etiopia e Birmania. Vanno poi aggiunti i 72 a rischio «significativo»: tra loro, Pakistan, Iran, Armenia, Ruanda. Cinquantotto (Bahrain, India e Israele fanno parte della categoria) sono a «basso» rischio.

Paesi come l’Italia e gli Stati Uniti sono invece considerati al sicuro. Almeno fino a quando le regole della governance di Internet resteranno quelle attuali, e il controllo della connessione non sarà in mano ai governi dei singoli Paesi. Che è proprio quello, nota ZDNet, che vorrebbero alcune proposte che si discuteranno alla World Conference of International Communications a partire da domani (per capire quali, consiglio l’ottima analisi di Bruno Saetta su Valigia Blu). Se la loro logica dovesse imporsi, spegnere Internet come avvenuto in Siria «diventerebbe una manovra supportata legalmente in tutti i Paesi del mondo».

(Update: un punto di vista meno superficiale su WCIT)

Pensioni, esodati e fact-checking: qualche problema

Su Valigia Blu e in un panel sabato all’Internet Festival di Pisa ho provato a porre una domanda: perché in Italia, alla vigilia delle elezioni, il fact-checking delle affermazioni dei politici non è un tema prioritario nell’agenda delle redazioni e della società civile? In altri Paesi giornalisti e cittadini collaborano per mettere al vaglio dei fatti ciò che si dice nei dibattiti pubblici, promesse incluse. Specie in campagna elettorale, quando sono notoriamente nella massima libertà. Con spunti interessanti che si potrebbero facilmente importare e adottare come standard – di nuovo, gli esempi sono nel pezzo su Valigia Blu.

Ma non è così semplice, e un caso concreto lo dimostra. Questa mattina La Stampa scrive che il disegno di legge bipartisan che dovrebbe riformare la riforma delle pensioni Fornero prevede un costo di 5 miliardi di euro. E che la stima è contestata dai tecnici del ministero del Lavoro, secondo cui invece ammonterebbe addirittura a 40 miliardi. Cifra che scende a 30 miliardi, scrive Repubblica, secondo la Ragioneria. Differenze macroscopiche, che fanno dubitare del senso stesso delle stime fornite. Quale esempio migliore per dilettarsi in una operazione di fact-checking? Se anche la proposta non dovesse passare ora, infatti, la si potrebbe ritrovare nei programmi elettorali prossimi venturi. E sarebbe bene sapere se si sta facendo propaganda politica sulle spalle dei pensionati. E degli «esodati», a loro volta nel progetto di correzione della riforma, di cui ancora non si sa con esattezza il numero.

Dove sta il problema? Beh, innanzitutto la questione è terribilmente complicata, e fare un fact-checking degno di tal nome comporta un investimento non indifferente: in termini di tempo, di persone dedicate allo scopo, e dunque di denaro. Ergo: serve una redazione che possa permettersi di assegnare un team di giornalisti a fare luce su quei 25-35 miliardi di euro – cioè un’intera manovra finanziaria – di differenza, e che possa remunerarli come si deve. Non solo: quel team deve avere competenze specifiche, per deve destreggiarsi nella selva di norme e stime sulle pensioni, capire la metodologia  con cui sono state ottenute, le fonti che le motivano, e valutarne la bontà. Il tutto sapendo che molto probabilmente il risultato di quel lavoro non otterrà che un decimo dei click rispetto all’ennesima galleria fotografica della scollatura di Nicole Minetti.

C’è una possibile alternativa: che a farsi carico di quel lavoraccio siano gli utenti in Rete, quel groviglio di persone e interessi che i giornali etichettano frettolosamente come «popolo del web». Ma che ciò sia possibile è tutto da dimostrare. Esempi di «social fact-checking» di questa portata mi sfuggono. E poi, se anche dovesse formarsi una community sufficientemente informata e motivata, bisognerebbe trovare un modo per sviluppare un sistema di controllo indipendente dei fact-checking proposti. Che sarebbero, c’è da giurarlo, pieni di numeri e grafici, e dunque completamente plausibili a un primo sguardo. Ma che niente vieta possano nascondere in realtà l’obiettivo, tutt’altro che disinteressato, di portare acqua al proprio mulino politico. Insomma, dovrebbe crearsi un sistema di auto-gestione della community stessa, basato su un modello reputazionale (x ha detto che questa affermazione è falsa, e x è credibile perché ha accumulato una certa affidabilità sull’argomento). Possibile, certo: ma la strada è lunga, perché questo tipo di meccanismi richiede tempo – e un po’ di fortuna.

Conclusione? Per il momento i politici (e i tecnici) possono continuare a dare i numeri in libertà, anche su questioni sensibili come le pensioni. Se agli italiani interessasse, sarebbe possibile nel medio-lungo periodo sfruttare piattaforme – come quella di Ahref – che consentono ai cittadini stessi di essere cani da guardia, come si dice nei paesi anglosassoni, del potere. Ma, allo stato attuale, per far smettere questa insopportabile propaganda politica basata su numeri che non significano nulla, e farla smettere subito, bisognerebbe che fossero le principali testate del Paese a investire nel fact-checking. Con effetti potenzialmente benefici anche sui tempi di formazione e la numerosità di quelle community auto-gestite. Cosa stanno aspettando, i giornali, è piuttosto chiaro: un modello di business che remuneri una simile scelta. Ma forse, con un po’ di coraggio, si potrebbe (e si dovrebbe) iniziare già ora a fare qualcosa. Senza attendere che la retorica del cittadino informato in Rete si tramuti – lo farà mai? – in realtà.

Russia, la mappa dei brogli

Ne avevo già scritto per le elezioni della Duma di dicembre. Ma la mappa compilata dagli utenti per denunciare brogli e violazioni alla tornata elettorale odierna che ha incoronato Putin presidente della Russia per la terza volta è di nuovo prepotentemente di attualità. In questo momento, la piattaforma raccoglie oltre 3.500 denunce – di cui oltre mille nella sola Mosca. Ma è in costante aggiornamento.

Segnalazioni cui vanno aggiunti i video già circolanti in Rete che sembrano confermarle. Come argomentato nel dettaglio da un recentissimo studio del Berkman Center rispetto agli ultimi tre anni, il web russo (RuNet) – nonostante gli attacchi degli ‘hacker di regime‘ segnalati da Nicola Lombardozzi di Repubblica – si conferma abbastanza libero e vitale per dare voce all’opposizione a Putin. Anche se, come mi ha rivelato il corrispondente di Global Voices per la Russia, se i dissidenti si stanno organizzando per protestare contro l’esito delle urne non lo stanno facendo online. Almeno, non apertamente:

Non mancano, invece, le critiche alle lacrime del neo-presidente.

Quello che ACTA non dice

Ho provato a lungo a documentarmi su ACTA, l’accordo commerciale anti-contraffazione che per i molti critici rappresenta una minaccia per la libera espressione in Rete perfino più insidiosa delle già detestabili SOPA e PIPA, e delle infinite varianti nazionali ‘promosse’ dai soliti noti. Più volte mi sono scontrato con articoli che mi sembrava dessero per vive disposizioni in realtà espunte dal testo, e argomentazioni allarmistiche a cui non riuscivo proprio a collegare il dettato della norma. Complicazioni che si aggiungono a quelle derivanti dalla delicatezza dei temi trattati e dalla scarsa pubblicità che ha contrassegnato per anni le negoziazioni – a cui per troppo tempo si è dovuto porre rimedio con bozze, indiscrezioni e fughe di notizie.

Così, quando ho scoperto che il pezzo di Timothy B. Lee per Ars Technica (As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments) finalmente rispondeva a molte delle mie domande, ho pensato fosse il caso di tradurlo, rendendolo immediatamente accessibile ai lettori italiani. Perché, come recita la sua conclusione, se le buone ragioni per opporsi ad ACTA non mancano, il problema è che

«sono difficili da spiegare al pubblico. Così troppi oppositori di ACTA stanno, forse senza saperlo, attaccando ACTA per disposizioni che non sono nel trattato. Non verseremo troppe lacrime se questa disinformazione aiuterà a uccidere un cattivo trattato, ma preferiremmo vincere il dibattito onestamente […]»

In particolare, ArsTechnica sottolinea quattro affermazioni inesatte tra quelle che i critici rivolgono ad ACTA (per le argomentazioni rimando all’articolo integrale):

1. Non è vero che ACTA obbliga necessariamente i provider a controllare il traffico dei propri utenti trasformandoli, come si è letto da più parti, in ‘sceriffi del web’.

2. Non è vero che ACTA mette al bando farmaci generici indispensabili alla salute di migliaia di persone.

3. Non è vero che ACTA è la versione europea di SOPA e PIPA, per giunta riformulate in modo anche più pericoloso.

4. Non è vero che se passasse ACTA perfino «parti di frasi» rientrerebbero tra i contenuti protetti da copyright che i provider sarebbero costretti a eliminare dai propri server (come parte del loro obbligo di costante sorveglianza del traffico dei propri utenti).

Ciò non significa che non ci si debba opporre ad ACTA, e Lee descrive chiaramente i problemi «sia procedurali che sostanziali» che restano anche nella versione definitiva dell’accordo (ne scrive molto bene anche Arturo Di Corinto su Repubblica). Tuttavia, significa  che bisogna opporvisi con gli argomenti giusti. E senza abusare delle grida alla censura, perché è proprio a quel modo che il termine «censura» finisce per perdere il suo (realissimo) significato.

(La traduzione integrale del pezzo di ArsTechnica su Valigia Blu)

Twitter e la censura: tre motivi per non gioire

Giovedì Twitter ha annunciato una nuova politica per la rimozione dei contenuti dei propri utenti, che da globale diventa geolocalizzata (una «micro-censorship policy», nell’ottima definizione del New York Times). Ho già scritto di cosa si tratti, raccogliendo anche alcuni pareri che ho trovato particolarmente interessanti nella discussione che ne è scaturita (cui vanno aggiunti quelli, reperiti in seguito, di Alex Howard, Zeynep Tufekci e Luca Conti).

Qualche considerazione personale, che mi fa concludere che ci siano almeno tre buoni motivi (ciascuno foriero di ulteriori dubbi e perplessità) per non gioire della decisione di Twitter:

1. Diversi osservatori hanno fatto notare che la censura si può facilmente aggirare. Ma, data la pubblicità della scappatoia, siamo proprio sicuri che gli Stati che chiederanno la rimozione di contenuti che ritengono in violazione delle loro leggi si accontenteranno della soluzione proposta da Twitter? Tutti felici e contenti di farsi allegramente aggirare dal banale accorgimento? Io non lo credo affatto.

2. Un’azienda il cui funzionamento ha chiare implicazioni sul grado di libera espressione in rete tutela al meglio i diritti dei suoi cittadini digitali espandendosi (e rispettandone le leggi – domanda: anche se violano diritti fondamentali?) anche in paesi in cui la censura è più pervasiva – documentando in modo trasparente la natura delle richieste, legali ma controverse, di rimozione dei contenuti – oppure minacciando di restarne fuori se quegli stessi paesi non fossero in grado di garantire standard adeguati di protezione della libera espressione dei propri utenti? Non ho una risposta esaustiva, ma mi sembra che dire, come hanno fatto in molti, che la scelta di Twitter sia il male minore o la migliore possibile date le condizioni significhi

2.1 da un lato sottostimare il potere di influenzare le decisioni dei governi da parte di aziende come Twitter (soprattutto se decidessero di operare tutte insieme nella stessa direzione) e

2.2 dall’altro abbassare eccessivamente l’asticella di ciò che riteniamo sia un comportamento non solo accettabile, ma anche desiderabile da parte di aziende così rilevanti per il mantenimento di una libera discussione globale (dissidenza inclusa). Certo, questa policy – come scrive Tufekci – è «realistica», e spesso (anche se è ancora tutto da dimostrare) le scelte realistiche funzionano meglio di quelle idealistiche. Tuttavia non sarebbe il caso di alzare il tiro, e quantomeno provare a chiedere di più?

3. Luca Conti ha criticato giustamente l’approssimazione con cui in molti casi si è formata e scatenata la protesta contro la decisione di Twitter: «prima di gridare al complotto, inveire contro qualcuno, boicottare e scappare, criticare e protestare, forse sarebbe bene cercare di informarsi bene e capire se l’opinione sommaria che ci siam fatti sia o meno corretta». Sacrosanto. Tuttavia, più che le dinamiche della ‘rivolta’ online – già viste all’opera in mille altri casi – penso sia urgente concentrarsi sul problema che rivelano (che resta anche una volta che ci si è informati bene, credo), e sulle circostanze in cui questa particolare protesta è nata.

3.1 Il problema trovo sia che, pur date le attenuanti del caso (trasparenza della decisione e aggirabilità della censura su tutte), questa scelta espone maggiormente Twitter a richieste specifiche controverse di rimozione da parte di singoli Paesi. Perché un conto è eliminare un contenuto da tutta la piattaforma, un altro eliminarlo da un singolo Paese. L’assunzione di responsabilità è diversa, sopratutto nella percezione di chi osserva. Il che potrebbe tradursi in molti più casi di censura magari legittima ma inaccettabile dal punto di vista etico e – soprattutto – molto meno visibile, mediaticamente e non. Quanti andranno a controllare riga per riga il database con le ragioni delle rimozioni su Chillingeffect? Quanti, a livello globale, insorgeranno contro decisioni moralmente – e in contesti legislativi più liberi, anche legalmente – errate in Paesi ad alto rischio come quelli coinvolti nella ‘primavera araba’ o la Russia? (In proposito, si leggano i dubbi sollevati da Reporters Without Borders)

3.2 Quanto alle circostanze, non si può ignorare che questa protesta giunge dopo settimane di lotta estenuante contro SOPA/PIPA, la decisione di chiudere d’imperio Megaupload e la firma di ACTA da parte di 22 Paesi dell’UE, Unione compresa. Il tutto mentre a livello nazionale, dall’Irlanda a Singapore passando per Spagna e Italia, curiosi cloni di SOPA e PIPA si ripresentano incuranti delle sollevazioni popolari e della loro intrinseca demenza giuridica. Naturalmente Twitter non c’entra con le scelte dei singoli governi in materia di diritto d’autore online. Tuttavia è in questo ambiente surriscaldato che si muovono le reazioni, anche eccessive o male informate, alla sua nuova politica di gestione dei contenuti degli utenti. Che si sentono sotto attacco da più fronti. E, forse, non hanno tutti i torti a ribellarsi come possono. Insieme a una discussione sulla responsabilità sociale di aziende come Twitter, dunque, sarebbe forse il caso di porre anche un altro tema sul tavolo: l’etica di strumenti di azione politica diretta come i DDoS – come scrive stupendamente Gabriella Coleman su Al Jazeera. Ne discutiamo?